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è dubbio]

"Vi abbiamo costruiti noi, ragazzo. Troveremo il vostro Nucleo. E quando l'avremo trovato, vi strapperemo le viscere di silicio!"

[Non ho viscere/ organi/ componenti interni di silicio]

"Ancora una cosa!" urla Brawne, senza smettere di colpire con le mani e le unghie il megalito. "Come narratore fai schifo! Non vali un decimo del poeta che è Johnny! Non sapresti raccontare decentemente una storia nemmeno se ne andasse del tuo stupido culo di IA…"

[Vattene]

Il megalito IA Ummon la lascia cadere, manda l'analogo Brawne a rotolare a precipizio nella crepitante immensità della megasfera dove non esiste né sopra né sotto.

Brawne è sbatacchiata dal traffico dati, quasi calpestata da IA grandi come la luna della Vecchia Terra; ma, anche mentre rotola soffiata via dal vento del flusso dati, intuisee una luce in lontananza, fredda ma invitante, e capisce che né la vita né lo Shrike hanno terminato, con lei.

E che lei non ha terminato con loro.

Seguendo il freddo bagliore, Brawne Lamia si dirige a casa.

34

— Sta bene, signore?

Mi resi conto di essermi piegato in due sulla poltrona, gomiti sulle ginocchia, dita arricciate nei capelli, con una stretta feroce, mani premute con forza contro le tempie. Mi alzai a sedere, fissai l'archivista.

— Ha gridato, signore. Pensavo che forse qualcosa non andava.

— No — dissi. Mi schiarii la voce, riprovai. — No, è tutto a posto. Un mal di testa. — Abbassai lo sguardo, confuso. Senza dubbio il comlog si era guastato, perché diceva che erano trascorse otto ore, da quando ero entrato nella biblioteca.

— Che ore sono? — domandai all'archivista. — Standard Rete.

Mi disse l'ora. Ne erano trascorse davvero otto. Mi strofinai di nuovo il viso e ritrassi le dita umide di sudore. — L'ho trattenuta oltre l'orario di chiusura — dissi. — La prego di scusarmi.

— Niente, niente — rispose l'ometto. — Sono contento di tenere aperti gli archivi fino a tardi, per gli studiosi. — Congiunse le mani.

— Soprattutto oggi. Con tutta questa confusione, non viene voglia di andare a casa.

— Confusione — ripetei, dimenticando per un attimo ogni cosa, tranne l'incubo riguardante Brawne Lamia, l'Intelligenza Artificiale di nome Ummon, e la morte della mia controparte, la personalità Keats. — Oh, la guerra. Che notizie ci sono?

L'archivista scosse la testa.

Tutto va a rotoli; il centro non può reggere;l'anarchia pura è scatenata sul mondo,la marea offuscata di sangue è libera, e ovunquela cerimonia dell'innocenza è annegata;i migliori mancano di convinzione, mentre i peggiorisono pieni di appassionata intensità.

Sorrisi all'archivista. — E lei crede che "una mala bestia, venuta infine la sua ora / avanzi verso Betlemme per nascere"?

L'archivista non sorrise. — Sì, signore, ne sono convinto.

Mi alzai, passai davanti alle bacheche sottovuoto, senza guardare la mia scrittura su pergamena, vecchia di novecento anni. — Forse ha ragione — dissi. — Forse ha proprio ragione.

Era tardi; nel parcheggio c'erano solo i rottami della Vikken Scenic rubata e un VEM sedan riccamente ornato, senza dubbio costruito a mano su Vettore Rinascimento.

— Posso darle un passaggio, signore?

Aspirai l'aria fresca della notte, l'odore di pesce e di residui di petrolio che saliva dai canali. — No, grazie, mi teleporterò a casa.

L'archivista scosse la testa. — Potrebbe risultarle difficile, signore. Tutti i terminex pubblici sono sotto la legge marziale. Ci sono state… sommosse. — La parola riuscì chiaramente sgradita al piccolo archivista, un uomo che sembrava apprezzare l'ordine e la continuità più di tante altre cose. — Venga — disse. — Le darò un passaggio fino a un teleporter privato.

Lo guardai di sottecchi. In un'altra epoca, sulla Vecchia Terra, sarebbe stato il rettore di un monastero dedicato a salvare gli scarsi resti di un passato classico. Diedi un'occhiata al vecchio edificio degli archivi e mi resi conto che in pratica era proprio questa, la missione dell'ometto.

— Come si chiama? — domandai, anche se forse avrei dovuto sapere il nome perché l'altro cìbrido Keats lo sapeva.

— Ewdrad B. Tynar — disse. Batté le palpebre, nel vedere la mano tesa; poi la strinse. Una stretta decisa.

— Sono… Joseph Severn — mi presentai. Non potevo proprio dirgli di essere la reincarnazione tecnologica dell'uomo di cui avevo appena lasciato la cripta letteraria.

Il signor Tynar esitò solo una frazione di secondo, prima di annuire; ma capii che per uno studioso come lui il nome del pittore rimasto accanto a Keats fino alla morte del poeta non sarebbe stato un mascheramento.

— Notizie di Hyperion? — domandai.

— Hyperion? Ah, il protettorato dove qualche giorno fa si è recata la flotta spaziale. Be', ho sentito dire che ci sono state delle difficoltà per richiamare le navi da guerra necessarie. Laggiù i combattimenti sono stati davvero feroci. Su Hyperion, voglio dire. Che strano, pensavo proprio a Keats e al suo capolavoro mai terminato. È curioso come queste piccole coincidenze sembrino saltar fuori.

— È stato invaso? Hyperion?

Il signor Tynar si era fermato accanto al VEM; posò la mano sul lucchetto a impronta dalla parte del sedile di guida. Le portiere si sollevarono e si ripiegarono a fisarmonica all'interno. Mi calai nel profumo di sandalo e cuoio del vano passeggeri; la macchina di Tynar aveva il profumo degli archivi, il profumo di Tynar stesso, capii, mentre l'archivista si sistemava nel sedile di guida, accanto a me.

— A dire il vero non so se sia stato invaso — disse Tynar, chiudendo le portiere e attivando con un tocco il veicolo. Sotto il profumo di sandalo e cuoio, l'abitacolo aveva quell'odore tipico delle macchine nuove, polimero fresco e ozono, olio lubrificante ed energia, che da quasi un millennio ha sedotto gli uomini. — Oggi è difficile collegarsi in maniera adeguata — continuò. — La sfera dati è sovraccarica come non mai. Questo pomeriggio ho dovuto attendere, per una richiesta su Robinson Jeffers!

Ci alzammo sopra il canale, sorvolando proprio una piazza pubblica molto simile a quella dove avevo rischiato di essere ucciso, quella mattina; ci sistemammo in una via aerea inferiore, trecento metri al di sopra dei tetti. La città era graziosa, di notte: gran parte degli edifici antichi era sottolineata da bande luminose vecchia maniera e c'erano più lampioni stradali che ologrammi pubblicitari. Ma vedevo la folla venire avanti nelle vie laterali e velivoli militari della FAD di Vettore Rinascimento si libravano sulle vie principali e sulle piazze dei terminex. Al VEM di Tynar fu chiesta due volte l'identificazione, la prima dal controllo del traffico locale e la seconda da una voce umana con la sicurezza di sé tipica della FORCE.

Continuammo il volo.

— Gli archivi non hanno un teleporter? — domandai, guardando in lontananza, dove sembrava che ci fossero incendi.

— No. Non ce n'era bisogno. Abbiamo pochi visitatori e agli studiosi che vengono fin qui non importa di percorrere un paio d'isolati.

— Dove si trova, il teleporter privato che secondo lei potrei usare?

— Qui — disse l'archivista. Scendemmo dalla corsia di volo e girammo intorno a un edificio basso, non più di trenta piani; ci posammo sopra una flangia d'atterraggio estrusa proprio dove le flange periodo déco Glennon-Height spuntavano dalla pietra e dal plastacciaio. — Il mio ordine mantiene qui la residenza — disse.

— Appartengo a un ramo dimenticato della cristianità detto Cattolicesimo. — Parve imbarazzato. — Ma lei è uno studioso, signor Severn. Certo conoscerà la Chiesa dei tempi antichi.

— La conosco non solo dai libri — dissi. — Qui c'è un ordine ecclesiastico?

Tynar sorrise. — È un po' troppo, signor Severn. Siamo in otto, nell'ordine laico della Fratellanza Storica e Letteraria. Cinque sono di servizio alla Reichs University. Due sono storici che lavorano alla restaurazione dell'Abbazia di Lutzchendorf. Io mantengo gli archivi letterari. La Chiesa ha trovato meno costoso consentirci di vivere qui che teleportarci quotidianamente da Pacem.