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— Vidi una luce, nella terza Grotta — raccontò padre Duré. — Entrai. Pensieri di suicidio, lo confesso, mi avevano invaso la mente… quel che ne restava, dopo la brutale ricostruzione del crucimorfo… non voglio nobilitare la funzione di quel parassita usando la parola risurrezione.

"Vidi una luce e pensai che fosse lo Shrike. Avevo la sensazione che il mio secondo incontro con quella creatura… il primo era avvenuto anni addietro, nel labirinto sotto la Fenditura, quando lo Shrike mi unse con l'esecrando crucimorfo… che il mio secondo incontro fosse atteso da troppo tempo.

"Quando, il giorno precedente, avevamo cercato il colonnello Kassad, quella Grotta era poco profonda, anonima, con una parete di roccia nuda che ci aveva bloccati dopo trenta passi. Adesso la parete era scomparsa e al suo posto c'era una statua non dissimile dalla bocca dello Shrike, pietra sporgente in quella mistura di meccanico e di organico, stalattiti e stalagmiti acuminate come denti di carbonato di calcio.

"Dentro la bocca c'era una scala di pietra che portava in basso. Proprio da quell'abisso proveniva la luce, ora livida, ora rosso cupo. L'unico rumore era il sospiro del vento, come se la roccia stessa respirasse.

"Non sono Dante. Non cercavo Beatrice. Quel po' di coraggio… fatalismo è il termine più giusto… era evaporato con l'assenza della luce del sole. Mi girai e percorsi quasi di corsa i trenta passi fino all'ingresso della grotta.

"Non c'era ingresso. La grotta terminava bruscamente. Non avevo udito rumori di crollo, di valanga; inoltre la roccia al posto dell'ingresso sembrava antica e intatta come il resto della grotta. Cercai un'uscita per mezz'ora, ma non ne trovai; non volevo tornare alla scala, così alla fine mi sedetti per qualche ora dove una volta c'era l'ingresso. Un altro trucco dello Shrike. Un'altra misera messinscena di quel pianeta perverso. Lo scherzo secondo Hyperion. Che ridere!

"Rimasi alcune ore seduto nel buio a guardare la luce all'estremità opposta della grotta pulsare silenziosamente; poi mi resi conto che lo Shrike non sarebbe venuto a trovarmi lì, che l'ingresso non sarebbe riapparso per magia. Avevo la scelta tra restare lì seduto fino a morire di fame… o di sete, visto che ero già disidratato… oppure scendere quella maledetta scala.

"Scesi.

"Anni prima, letteralmente vite prima, quando avevo visitato i Bikura sull'altopiano Punta di Ala, il labirinto in cui avevo incontrato lo Shrike si trovava nella parete della Fenditura, tre chilometri sotto il bordo del canyon. Era vicino alla superficie del pianeta, mentre la maggior parte dei labirinti, sulla maggior parte dei mondi labirinto, si trova almeno dieci chilometri sotto la crosta planetaria. Ero sicuro che quella scala infinita… una ripida scala a chiocciola, di pietra, tanto ampia da permettere la discesa all'inferno di dieci preti gomito a gomito… sarebbe finita nel labirinto. Lì all'inizio lo Shrike mi aveva maledetto con l'immortalità. Se la creatura, o il potere che la spingeva, aveva un minimo senso dell'ironia, sarebbe stato appropriato che la mia immortalità e la mia vita mortale terminassero proprio lì.

"A mano a mano che scendevo, la luce divenne più intensa… era adesso un bagliore rosato; dieci minuti dopo, fu rosso intenso; dopo un'altra mezz'ora, cremisi guizzante. Una messa in scena troppo dantesca e fondamentalista da quattro soldi, per i miei gusti. Scoppiai quasi a ridere, al pensiero che comparisse un diavoletto, completo di coda e di tridente e di zoccoli fessi e di baffetti sottili come tratto di matita.

"Ma non risi, quando fu chiara l'origine della luce: crucimorfi, centinaia e migliaia di quei parassiti, piccoli all'inizio, incollati alle scabre pareti della scala come croci grossolanamente intagliate da un conquistador sotterraneo, poi più grossi e più numerosi, fin quasi a sovrapporsi, bioluminescenti di rosa corallo, di rosso carne viva, di rosso sangue.

"Mi venne la nausea. Era come entrare in un pozzo tappezzato di sanguisughe gonfie e pulsanti, anche se i crucimorfi erano peggio. Ho visto i risultati degli esami dell'analizzatore medico a ultrasuoni, fatti a me quando avevo uno solo di quei parassiti: gangli aggiuntivi, simili a fibre grigie, che infiltravano carne e organi; guaine di filamenti che si torcevano; grappoli di nematodi simili a orribili tumori che non concedevano nemmeno la misericordia della morte. Adesso su di me avevo due crucimorfi: quello di Lenar Hoyt e il mio. Pregai di morire, anziché sopportarne un altro.

"Continuai a scendere. Le pareti pulsavano di calore, oltre che di luce, non so se causato dalla profondità o dall'ammasso di migliaia di crucimorfi. Finalmente percorsi l'ultima curva della scala, scesi l'ultimo gradino e mi trovai nel labirinto.

"Il labirinto. Si estendeva lontano, come avevo visto in innumerevoli olografie e una volta di persona: lisci tunnel a sezione quadrata di trenta metri di lato, scavati nella roccia di Hyperion più di tre quarti di milione di anni fa, che intersecavano il pianeta come catacombe progettate da un ingegnere folle. I labirinti si trovano su nove mondi, cinque nella Rete, gli altri, come quello di Hyperion, nella Periferia: sono tutti identici, scavati tutti nel medesimo periodo, e nessuno rivela indizi sul motivo della propria esistenza. Le leggende sui Costruttori di Labirinti abbondano, ma quei mitici ingegneri non hanno lasciato alcun manufatto, alcuna traccia dei loro metodi né del loro carattere alieno, e nessuna teoria offre una ragione logica per quello che è senz'altro uno dei più grandi progetti di ingegneria che la galassia abbia mai visto.

"Tutti i labirinti sono vuoti. Robot telecomandati hanno esplorato milioni di chilometri di gallerie tagliate nella roccia e, a eccezione dei punti in cui il tempo e i crolli hanno alterato le catacombe originali, i labirinti sono informi e vuoti.

"Ma non nel punto dove adesso ero io.

"Crucimorfi illuminavano una scena degna di Hieronymus Bosch, mentre fissavo il corridoio infinto, infinito ma non vuoto… no, non vuoto.

"Sulle prime pensai che ci fosse una folla di persone viventi, un fiume di teste e di spalle e di braccia, esteso per i chilometri che potevo vedere, una corrente di umanità interrotta a tratti da veicoli parcheggiati, tutti dello stesso colore rosso ruggine. Quando avanzai, accostandomi alla parete di umanità strettamente ammassata, a meno di venti metri da me, capii che si trattava di cadaveri. Decine, centinaia di migliaia di cadaveri umani, alcuni distesi scompostamente sul pavimento di pietra, alcuni schiacciati contro le pareti, ma per la maggior parte tenuti a galla dalle pressione di altri cadaveri, tanto strettamente erano ammassati in quel particolare tunnel del labirinto.

"C'era un sentiero: tagliava fra i cadaveri come se una falciatrice vi si fosse aperta la strada. Lo seguii… badando bene a non sfiorare un braccio proteso o una caviglia emaciata.

"I corpi erano umani, in molti casi ancora vestiti, mummificati da eoni trascorsi in quella cripta priva di batteri. Pelle e carne erano state conciate, stirate e strappate come stamigna marcia, fino a ricoprire solo ossa e spesso nemmeno quelle. I capelli restavano sotto forma di viticci di catrame polveroso, rigidi come fibroplastica verniciata. Le tenebre fissavano da sotto palpebre aperte, dai denti. Le vesti che un tempo erano certo state di una miriade di colori adesso erano marrone chiaro o grigie o nere, friabili come indumenti scolpiti in pietra sottile. Grumi di plastica fusa dal tempo, ai polsi e al collo, erano forse comlog o l'equivalente.

"I veicoli più grossi forse un tempo erano VEM, ma adesso erano cumuli di ruggine pura. Dopo un centinaio di metri, inciampai; piuttosto che cadere nel campo di cadaveri, mi aggrappai a un'alta macchina tutta curve e torrette annebbiate. La pila di ruggine crollò su se stessa.

"Vagai, senza il mio Virgilio, lungo il terribile sentiero eroso nella carne umana, domandandomi perché mi si mostrasse tutto questo, che cosa significasse. Dopo una camminata interminabile, barcollando fra mucchi di umanità buttata via, giunsi a un'intersezione; tutt'e tre i corridoi erano già pieni di corpi. Lo stretto sentiero continuava nel tunnel alla mia sinistra. Lo seguii.