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"Dopo ore intere e forse più, mi fermai e mi sedetti su di uno stretto marciapiede di pietra che serpeggiava in mezzo a quell'orrore. Se in quel piccolo tratto di tunnel c'erano decine di migliaia di cadaveri, il labirinto di Hyperion ne conteneva certo dei miliardi. Di più. I nove mondi labirinto insieme senza dubbio erano una cripta per miliardi di miliardi.

"Non avevo idea del perché mi si mostrava questa Dachau finale dell'anima. Vicino al punto dove sedevo, il cadavere mummificato di un uomo riparava ancora con la curva del braccio nudo fino all'osso il cadavere di una donna. In grembo alla donna c'era un fagotto con capelli neri e corti. Distolsi lo sguardo e piansi.

"Come archeologo, avevo portato alla luce vittime di pena capitale, di incendio, di alluvione, di terremoto e di eruzione vulcanica. Simili scene di famiglia non mi erano nuove; erano la condizione essenziale della storia. Ma in qualche modo quella scena era molto più orribile. Forse a causa del numero, milioni di morti nel loro olocausto. Forse era la luminosità dei crucimorti che tappezzavano il tunnel come migliaia di scherzi blasfemi. Forse era il gemito triste del vento che soffiava attraverso infiniti corridoi di pietra.

"La mia vita e l'insegnamento e le sofferenze e le piccole vittorie e le innumerevoli sconfitte mi avevano portato lì… al di là della fede, della preoccupazione, della semplice sfida miltoniana. Provai l'impressione che quei corpi fossero lì da mezzo milione di anni o anche più, ma che le persone provenissero dal nostro tempo o, peggio ancora, dal nostro futuro. Nascosi fra le mani il viso e piansi.

"Non fui avvertito da fruscii né da un vero rumore, ma qualcosa, qualcosa, forse un movimento di aria… alzai gli occhi e lo Shrike era lì, a nemmeno due metri. Non sul sentiero, ma fra i corpi: una statua in onore dell'architetto di quel carnaio.

"Mi alzai. Non sarei rimasto seduto, né tantomeno inginocchiato, di fronte a quell'abominio.

"Lo Shrike si mosse verso di me, slittò più che camminare, scivolò come su rotaie prive di attrito. La luce color sangue dei crucimorfi si riversò sul carapace argento vivo, sull'eterno, impossibile sorriso… stalattiti e stalagmiti di acciaio.

"Non provai impulsi di violenza verso la creatura: solo tristezza e una terribile pietà. Non per lo Shrike, qualsiasi cosa fosse, ma per tutte le vittime che, da sole e non sostenute nemmeno dalla più fievole delle fedi, avevano dovuto affrontare quell'incarnazione del terrore nella notte.

"Per la prima volta notai che, da breve distanza, meno di un metro, intorno allo Shrike c'era un odore… un lezzo di olio rancido, di cuscinetti surriscaldati e di sangue secco. La fiamma nei suoi occhi pulsava in perfetta sintonia con l'alzarsi e l'abbassarsi della luminescenza dei crucimorfi.

"Anni prima non credetti che quella creatura fosse soprannaturale, manifestazione del bene o del male, semplice aberrazione dello svolgimento insondabile e all'apparenza insensato dell'universo: la ritenni un terribile scherzo evolutivo. L'incubo peggiore di San Teilhard. Ma comunque una cosa, che ubbidiva alle leggi di natura non importa quanto stravolte, soggetta ad alcune regole dell'universo, in qualche luogo e in qualche tempo.

"Lo Shrike sollevò le braccia verso di me, intorno a me. Le lame ai quattro polsi erano molto più lunghe delle mie mani; la lama sul petto, più lunga del mio braccio. Lo fissai negli occhi, mentre un paio di braccia di fil di ferro affilato e di molle di acciaio mi circondava e l'altro paio girava lentamente riempiendo il poco spazio fra di noi.

"Le lame delle dita si aprirono. Trasalii, ma non arretrai, quando queste lame si avventarono, mi penetrarono nel petto, con dolore di fuoco freddo, come laser chirurgici che taglino terminazioni nervose.

"Lo Shrike arretrò, reggendo una roba rossa ancora più arrossata dal mio stesso sangue. Barcollai, aspettandomi quasi di vedere nelle mani del mostro il mio cuore: l'ironia finale di un morto che batte le palpebre per la sorpresa nel vedere il proprio cuore negli ultimi secondi prima che l'incredulo cervello si prosciughi del sangue.

"Ma non era il mio cuore. Lo Shrike reggeva il crucimorfo che avevo portato sul petto, il mio crucimorfo, il depositario parassitico del mio DNA quasi immortale. Barcollai di nuovo, quasi caddi, mi toccai il petto. Le dita si coprirono di sangue, ma non c'era la fuoruscita arteriosa che mi sarei aspettato da una rozza operazione chirurgica come quella; la ferita si rimarginava sotto i miei occhi. Sapevo che il crucimorfo aveva inviato in tutto il corpo tubercoli e filamenti. Sapevo che nessun laser chirurgico era riuscito a separare quei micidiali viticci dal corpo di padre Hoyt… né dal mio. Ma sentivo il contagio guarire, le fibre interne seccarsi e scomparire fino alla più debole traccia di tessuto cicatriziale interno.

"Avevo ancora il crucimorfo di Hoyt. Ma quello era diverso. Alla mia morte, Lenar Hoyt sarebbe rinato dalle mie carni. Io sarei morto. Non ci sarebbe stato più un misero duplicato di Paul Duré, più ottuso e meno vitale a ogni successiva rigenerazione.

"Senza uccidermi, lo Shrike mi aveva concesso la morte.

"La creatura buttò nel mucchio di cadaveri il crucimorfo che già si raffreddava; mi prese per il braccio, tagliando senza sforzo tre strati di tessuto e provocando un istantaneo fiotto di sangue dal bicipite al contatto di quei bisturi.

"Mi guidò tra i cadaveri, verso la parete. Lo seguii, cercando di non calpestare i corpi; ma, preoccupato di non farmi tranciare il braccio, non sempre ci riuscii. Cadaveri si sbriciolarono in polvere. A uno rimase nella cavità toracica subito sbriciolata l'impronta del mio piede.

"E poi arrivammo alla parete, a una sezione improvvisamente priva di crucimorfi; e mi resi conto che si trattava di un'apertura a schermo di energia, diversa per forma e per grandezza dai teleporter, ma simile per opacità e ronzio. Avrei fatto qualsiasi cosa, pur di uscire da quel deposito di morte.

"Lo Shrike mi spinse attraverso il portale."

Dopo una pausa, padre Duré riprese a raccontare. — Gravità zero. Un labirinto di paratie fracassate, intrichi di cavi galleggianti come visceri di una creatura gigantesca, lampi di luci rosse… per un secondo, pensai che anche lì ci fossero crucimorfi, ma poi capii che erano luci di emergenza di una spazionave morente. Indietreggiai, rotolai nella gravità zero alla quale non ero abituato, mentre altri cadaveri mi passavano accanto: non mummie, ma persone appena morte, appena uccise, con la bocca spalancata, occhi sbarrati, polmoni esplosi, scie di fluidi sanguinolenti, che simulavano la vita nella lenta e nevrotica reazione a ogni casuale corrente di aria e a ogni sobbalzo del relitto di nave spaziale della FORCE.

"Era proprio una nave della FORCE, ne ero sicuro. Vidi le uniformi della FORCE:spazio addosso ai cadaveri di ragazzi. Vidi le scritte in gergo militare sulle paratie e sui portelli di emergenza sventrati, le inutili istruzioni nei men che inutili armadietti con dermotute e bolle a pressione ancora sgonfie e ripiegate sugli scaffali. Qualsiasi cosa avesse distrutto la nave, l'aveva fatto con la repentinità di una epidemia nella notte.

"Lo Shrike comparve accanto a me.

"Lo Shrike… nello spazio! Libero da Hyperion e dai legami delle maree del tempo! Su molte di quelle navi c'erano dei teleporter!

"Vidi un portale a meno di cinque metri da me, nel corridoio. Un corpo ruzzolò da quella parte, il braccio destro del giovane passò attraverso il campo opaco come se provasse la temperatura dell'acqua del mondo dall'altra parte. L'aria sfuggiva dal corridoio, con un gemito sempre crescente. Incitai il cadavere a passare, ma il differenziale di pressione lo soffiò via dal portale, con il braccio sorprendentemente intatto, ricuperato, anche se la faccia era una maschera da anatomista.