"Mi girai verso lo Shrike. Il movimento mi fece compiere un mezzo giro su me stesso nella direzione opposta.
"Lo Shrike mi sollevò, strappandomi con le lame lembi di pelle, e mi spinse giù nel corridoio verso il teleporter. Non avrei potuto cambiare traiettoria nemmeno se avessi voluto. Nei secondi prima di varcare il portale che ronzava e crepitava, immaginai che dall'altra parte ci fosse il vuoto, una caduta da grande altezza, decompressione esplosiva o, peggio ancora, di nuovo il labirinto.
"Invece, rovinai da mezzo metro su un pavimento di marmo. Qui, a nemmeno duecento metri da questo punto, nell'alloggio privato di Papa Urbano XVI… che, tra parentesi, era morto di vecchiaia meno di tre ore prima che cadessi fuori dal suo teleporter privato. La Porta del Papa, la chiamano su Nuovo Vaticano. Provai il dolore/castigo per essere lontano da Hyperion, lontano dalla sorgente del crucimorfo; ma il dolore è ormai un vecchio alleato, non ha più dominio su di me.
"Trovai Edouard. È stato tanto gentile da ascoltare per ore la storia che nessun gesuita ha mai dovuto confessare. È stato ancora più gentile da credermi. Adesso anche lei l'ha ascoltata. Questa è la mia storia."
La tempesta era passata. Restammo seduti, nella luce delle candele, sotto la cupola di S. Pietro; per un poco nessuno aprì bocca.
— Lo Shrike ha accesso alla Rete — dissi infine.
Lo sguardo di Duré era tranquillo. — Sì.
— Si sarà trattato di una nave nello spazio di Hyperion…
— Così parrebbe.
— Quindi dovrebbe essere possibile tornare lì. Usare la… la Porta del Papa… per tornare nello spazio di Hyperion.
Monsignor Edouard inarcò il sopracciglio. — Vorrebbe farlo, signor Severn?
Mi mordicchiai la nocca. — Ho riflettuto su questa possibilità.
— Perché? — domandò piano il monsignore. — La sua controparte, il cìbrido che Brawne Lamia portò con sé nel pellegrinaggio, ha trovato solo morte, lassù.
Scossi la testa, quasi a mettere chiarezza nella confusione dei miei pensieri. — Sono coinvolto in questa storia. Solo, non so quale parte recitare… né dove recitarla.
Paul Duré rise senza allegria. — Tutti noi abbiamo provato la stessa sensazione. Sembra un trattato sulla predestinazione scritto da un commediografo scadente. Cosa è accaduto, al libero arbitrio?
Il monsignore lanciò all'amico un'occhiata penetrante. — Paul, tutti i pellegrini, e tu stesso, hanno avuto di fronte la scelta che tu hai fatto spontaneamente. Forse grandi poteri sagomano il corso generale degli eventi, ma le personalità umane determinano ancora il proprio destino.
Duré sospirò. — Forse è così, Edouard. Non so. Sono stanchissimo.
— Se la storia di Ummon è vera — dissi — se la terza parte di questa divinità umana è fuggita nel nostro tempo, dove e chi pensate che sia? Nella Rete esistono più di cento miliardi di esseri umani.
Padre Duré sorrise. Un sorriso gentile, privo di ironia. — Non ha mai pensato che potrebbe essere lei stesso, signor Severn?
La domanda mi colpì come un ceffone. — Impossibile — dissi. — Non sono neppure… neppure pienamente umano. La mia consapevolezza galleggia chissà dove nella matrice del Nucleo. Il mio corpo è stato riformato con resti del DNA di John Keats e bio-costruito come quello di un androide. I ricordi mi sono stati impiantati. La fine della mia vita… la mia "guarigione" dalla tubercolosi… sono state simulate in un mondo costruito a questo scopo.
Duré sorrideva ancora. — E allora? Tutto questo impedisce che sia lei, questa entità detta Empatia?
— Non mi sento parte di un dio — replicai, brusco. — Non ricordo niente, non capisco niente, non so cosa fare dopo.
Monsignor Edouard mi toccò il polso. — Siamo proprio sicuri che Cristo sapesse sempre cosa fare dopo? Sapeva quel che doveva essere fatto. Non è la stessa cosa.
Mi strofinai gli occhi. — Non so nemmeno cosa dev'essere fatto.
La voce del monsignore era tranquilla. — Credo che Paul voglia dire questo: se lo spirito di cui lei parla si nasconde davvero qui nel nostro tempo, forse non conosce nemmeno la propria identità.
— È follia — dissi.
Duré annuì. — Molti eventi su e intorno Hyperion sono parsi follia. A quanto sembra, la follia si diffonde.
Guardai attentamente il gesuita. — Lei sarebbe un buon candidato — replicai. — Ha vissuto una vita di preghiera, ha meditato teologie, come archeologo ha onorato la scienza. Per giunta, è già stato crocifisso.
Il sorriso di Duré era sparito. — Non ascolta quel che diciamo? Non ode la bestemmia che c'è nelle nostre parole? Non sono candidato alla Divinità, Severn. Ho tradito la mia Chiesa, la mia scienza, e ora, con la mia scomparsa, ho tradito i miei amici nel pellegrinaggio. Forse Cristo avrà perduto la fede per un paio di secondi: ma non l'ha venduta al mercato per cianfrusaglie come presunzione e curiosità.
— Basta così — ordinò monsignor Edouard. — Se il mistero è l'identità della parte Empatia di chissà quale divinità futura e costruita, signor Severn, cerchi il candidato solo nella troupe del suo piccolo Mistero della Passione. Il PFE Gladstone, che porta sulle spalle il peso dell'Egemonia. Gli altri partecipanti al pellegrinaggio… il signor Sileno che, secondo quanto lei ha detto a Paul, soffre anche ora sull'albero dello Shrike per amore della propria poesia. La signora Lamia, che per amore ha rischiato e perso così tanto. Il signor Weintraub, che ha subito il dilemma di Abramo… perfino sua figlia, che è tornata all'innocenza dell'infanzia. Il Console, che…
— Il Console sembra Giuda, non Cristo — dissi. — Ha tradito sia l'Egemonia, sia gli Ouster.
— Da quel che Paul mi dice — replicò il monsignore — il Console era fedele alle proprie convinzioni, fedele al ricordo della nonna Siri. — Sorrise. — Inoltre, ci sono cento miliardi di altri attori, in questo dramma. Dio non scelse Erode né Ponzio Pilato né Cesare Augusto, come strumenti della Sua volontà. Scelse il figlio sconosciuto di un falegname sconosciuto in una delle zone meno importanti dell'Impero romano.
— D'accordo. — Mi alzai, andai su e giù davanti al mosaico luminoso sotto l'altare. — Cosa facciamo, ora? Padre Duré, deve venire con me a parlare a Gladstone. Il PFE è al corrente del suo pellegrinaggio. Forse la sua storia servirà a ridurre il bagno di sangue che pare imminente.
Anche Duré si alzò; incrociò le braccia e fissò la cupola, come se il buio contenesse istruzioni per lui. — Ci ho già pensato — disse. — Ma non lo ritengo il mio obbligo primario. Devo andare su Bosco Divino a parlare al loro equivalente del Papa… la Vera Voce dell'Albero Mondo.
Mi fermai. — Bosco Divino? Cosa c'entra, quel pianeta?
— Ho la sensazione che i Templari siano la chiave per ottenere un elemento mancante di questa penosa sciarada. Ora lei dice che Het Masteen è morto. Forse la Vera Voce può spiegarci che cosa intendevano fare, col pellegrinaggio… il racconto di Masteen, insomma. Dopotutto, è stato l'unico dei sette pellegrini originali a non spiegare perché era venuto su Hyperion.
Ripresi a camminare avanti e indietro, più in fretta, cercando di tenere a freno la collera. — Oddio, Duré, non abbiamo tempo per oziose curiosità. Manca solo… — diedi un'occhiata al comlog — un'ora e mezzo, prima che lo Sciame di invasione degli Ouster entri nel sistema di Bosco Divino. Sarà un manicomio, da quelle parti.
— Forse. Ma prima voglio andare lì. Poi parlerò a Gladstone. Può darsi che mi autorizzi a tornare su Hyperion.
Non credevo che il PFE avrebbe mai permesso a un informatore così prezioso di tornare a mettersi nei guai. — Allora, andiamo — brontolai. Mi girai a cercare l'uscita.
— Un momento — disse Duré. — Poco fa ha detto di essere in grado di… di "sognare"… i pellegrini pur restando sveglio. Una sorta di stato di trance, vero?
— Qualcosa del genere.
— Bene, signor Severn, li sogni, ora.