Il Console finisce bocconi nella polvere e nella ghiaia, giace disteso senza battere ciglio, incapace di muovere le palpebre.
"Storditore" pensa, con sinapsi divenute lente come olio vecchio. Si scatena un ciclone circoscritto, mentre un oggetto grande e invisibile atterra fra i corpi nella polvere e la sponda del fiume. Il Console ode il gemito di un portello che si apre e il ticchettio di turbine a repulsione che scendono sotto il livello critico. Ancora non può battere le palpebre, tantomeno alzare la testa; il suo campo visivo è limitato a diversi ciottoli, un panorama di dune sabbiose, una piccola foresta di erba e una solitaria formica-architetto, enorme a così breve distanza, che sembra provare un improvviso interesse per l'occhio umido e fisso del Console. La formica si gira per superare in fretta il mezzo metro che la separa dal boccone prelibato; il pensiero del Console è un grido, "Sbrigatevi", rivolto ai passi calmi dietro di lui.
Mani sotto le ascelle, borbottio, una voce nota, ma tesa: — Diavolo, ha messo su peso!
I talloni del Console strisciano nella polvere, passano sulle dita di Chez che si contraggono a caso… o forse sono quelle di Obem: il Console non può girare la testa per guardare di chi si tratta. Né può vedere chi l'ha salvato, finché questi non lo solleva, con una litania di imprecazioni sottovoce, quasi nell'orecchio, e non lo spinge dentro la torretta di dritta dello skimmer demimetizzato, sul morbido cuoio del sedile.
Il governatore generale Theo Lane compare nel campo visivo del Console, con un'aria da ragazzino, ma anche da diavolo, quando il portello si chiude e la luce interna gli illumina di rosso il viso. Theo si sporge ad agganciare al petto del Console la rete di sicurezza. — Mi dispiace, ma sono stato costretto a stordirla con gli altri due — dice. Si siede al posto di guida, blocca la propria rete, aziona l'onnicomando. Lo skimmer vibra, si solleva, rimane librato per un secondo, prima di virare a sinistra come una piastra su cuscinetti senza attrito. L'accelerazione preme il Console contro il sedile.
— Non avevo molta scelta — dice Theo, superando i rumori interni dello skimmer. — Queste baracche sono armate soltanto di storditore antisommossa. Il modo più semplice era metterlo al minimo, stordire tutti e portarla via in fretta. — Con il solito colpetto di dito spinge più su gli antiquati occhiali e si gira sorridendo verso il Console. — Vecchio proverbio dei mercenari: "Uccidili tutti e lascia che sia Dio a fare la cernita".
Il Console riesce a muovere la lingua quanto basta a emettere un suono e sbavare un poco sulla guancia e sul sedile di pelle.
— Si rilassi un momento — dice Theo, riportando l'attenzione agli strumenti e all'esterno. — Fra un paio di minuti potrà parlare senza difficoltà. Mi tengo al coperto e volo a bassa quota. Occorreranno dieci minuti di volo, per tornare a Keats. — Lancia un'occhiata al passeggero. — Ha fortuna, signore. Senza dubbio è disidratato. Gli altri due si sono bagnati i calzoni. Lo storditore è un'arma umanitaria ma imbarazzante, se non ci sono in giro calzoni di ricambio.
Il Console tenta di esprimere la propria opinione su quest'arma "umanitaria".
— Ancora un paio di minuti, signore — dice il governatore generale Theo Lane, asciugando col fazzoletto la guancia del Console. — L'avviso che non ci si sente tanto bene, quando l'effetto comincia a svanire.
In quel momento qualcuno conficca nel corpo del Console diverse migliaia di spilli e di aghi.
— Come diavolo mi hai trovato? — domanda il Console. Sono qualche chilometro al di sopra della città, volano ancora sopra l'Hoolie. Riesce a mettersi a sedere, e bene o male parla in modo comprensibile, ma è contento di avere a disposizione diversi minuti prima di doversi alzare in piedi o camminare.
— Prego?
— Ho detto: come mi hai trovato? Come sapevi che tornavo lungo l'Hoolie?
— Comunicazione astrotel del PFE Gladstone. Solo visiva, nella piattaforma monouso del vecchio consolato.
— Gladstone? — Il Console muove le mani, cerca di riportare sensibilità nelle dita inutili come salsicciotti di gomma. — Come diavolo poteva sapere, Gladstone, che ero nei guai sull'Hoolie? Ho lasciato nella valle il ricevitore comlog di nonna Siri, per poter chiamare gli altri, una volta ricuperata la nave. Come lo sapeva, Gladstone?
— Non so, signore. Ma Gladstone ha detto dove si trovava e che era nei guai. Ha detto anche che il tappeto Hawking su cui volava era precipitato.
Il Console scuote la testa. — Quella donna ha risorse che nemmeno ci sogniamo, Theo.
— Certo, signore.
Il Console lancia un'occhiata all'amico. Ormai da più di un anno di Hyperion Theo Lane è governatore generale del nuovo mondo del Protettorato, ma le vecchie abitudini sono dure a morire e il "signore" deriva dai sette anni in cui è stato viceconsole e primo segretario del Console. Durante l'ultimo incontro col giovanotto (ormai non più tanto giovane, si rende conto il Console: la responsabilità ha segnato di rughe e di grinze il viso giovanile) Theo era furioso perché a suo tempo il Console non aveva accettato la carica di governatore generale. Era accaduto poco più di una settimana prima. Secoli, millenni fa.
— A proposito — dice il Console, pronunciando con cura ogni parola. — Grazie, Theo.
Il governatore generale risponde con un breve cenno; sembra assorto. Non chiede che cosa ha visto il Console a nord delle montagne, né quale sia stata la sorte degli altri pellegrini. In basso, l'Hoolie si allarga e serpeggia verso Keats, la capitale. Lontano, ai lati, si ergono basse scogliere, le cui lastre di granito brillano fiocamente nella luce della sera. Boschetti di semprazzurri scintillano sotto la brezza.
— Theo, come mai hai avuto il tempo di venirmi in aiuto di persona? La situazione su Hyperion è certo follia pura.
— Infatti. — Theo inserisce il pilota automatico e si gira a guardare il Console. — È questione di ore, forse di minuti, prima che gli Ouster inizino l'invasione vera e propria.
Il Console batte le palpebre. — Invasione? Vuoi dire a terra?
— Esatto.
— Ma la flotta dell'Egemonia…
— Nel caos totale. Riuscivano a stento a mantenere la posizione contro gli Sciami, prima che la Rete fosse invasa.
— La Rete!
— Sistemi interi sono caduti. Altri sono minacciati. La FORCE ha ordinato il rientro della flotta per mezzo dei teleporter militari, ma evidentemente le navi all'interno del sistema hanno avuto difficoltà a sganciarsi. Nessuno mi comunica i particolari, ma è chiaro che gli Ouster hanno via libera dappertutto tranne che nel perimetro difensivo della FORCE intorno alle sfere di anomalia e ai portali.
— E lo spazioporto? — Il Console pensa alla sua magnifica nave ridotta a un relitto bruciato.
— Ancora non è stato attaccato, ma la FORCE fa decollare navette e mezzi di rifornimento, con la massima rapidità possibile. Hanno lasciato un contingente di marines ridotto all'osso.
— E l'evacuazione?
Theo ride: la risata più amara che il Console gli abbia mai udito. — L'evacuazione consiste nei funzionari del consolato e nei VIP dell'Egemonia che prenderanno posto sull'ultima navetta.
— Hanno rinunciato a salvare la popolazione di Hyperion?
— Signore, non possono salvare neppure la loro! Voci di corridoio dicono che Gladstone abbia deciso di lasciar cadere i mondi minacciati, in modo che la FORCE si riorganizzi e abbia un paio di anni per approntare le difese, mentre gli Sciami accumulano debito temporale.
— Dio mio — mormora il Console. Per la maggior parte della vita ha rappresentato l'Egemonia, pur complottandone nel contempo la caduta al fine di vendicare la nonna… il sistema di vita di sua nonna. Ma ora, il pensiero che accada davvero…
— E lo Shrike? — domanda all'improvviso, mentre scorge, qualche chilometro più avanti, i bassi edifici di Keats. La luce del sole tocca le montagne e il fiume, come un'ultima benedizione prima delle tenebre.