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Guardava l’ombra. Poco fa, non arrivava mica fino allo spigolo. Usciamo di qui, pensò. Non sarà niente, ma usciamo.

Sentì il suo corpo irrigidirsi. Era sicura di aver visto un lembo di parete illuminata offuscarsi. «Lionel…» chiamò, con voce appena udibile. Un flebile bisbiglio nella gola. Inghiottì saliva. «Lionel.»

Il richiamo suonò così improvviso che Barrett sobbalzò, e trattenne il fiato. «Che c’è?»

Edith batté le palpebre. Ora l’ombra sul soffitto pareva di nuovo normale.

«Edith!»

Ella respirò profondamente. «Vogliamo andare?»

«Nervosa?»

«Sì, io… vedo certe cose.» Ebbe un pallido sorriso. Non glielo voleva dire. Eppure, doveva dirglielo. Forse significava qualcosa, e lui doveva esser messo al corrente. «M’è parso di vedere la tua ombra diventare più grande.» Lui si tirò in piedi, raccolse il bastone e il candeliere. Andò verso di lei. «È possibile,» disse «ma dato che hai passato la notte quasi insonne, sono più incline a credere che si tratti di uno scherzo della tua immaginazione.»

Uscirono dal bagno turco e tornarono sui loro passi, rasentando la piscina. Era frutto della sua immaginazione, sì, pensò Edith. Ricacciò indietro un sorriso. Dove s’è mai sentito, d’un fantasma al bagno turco?

ore 7.33

Florence picchiò lievemente alla porta di Fischer. Non ottenendo risposta, bussò più forte. «Ben!» chiamò.

Lui stava a sedere sul letto, con gli occhi chiusi, la testa recline indietro. Sul comodino accanto al letto, la candela era quasi esaurita. Florence attraversò la camera, proteggendo con una mano la fiammella della sua candela. Poveruomo, pensò, fermandosi presso il letto. Il suo volto era pallido e tirato. Chissà, si domandò, a che ora si sarà addormentato. Benjamin Franklin Fischer: il più grande medium fisico del secolo. Le sedute cui aveva partecipato lui, a casa del professor Galbreath al Marks College, erano rimaste le più memorabili, per dimostrazione di potenza medianica, dai tempi di Home e Palladino in qua. Scosse il capo con commiserazione. Eccolo là, adesso era come un invalido, la sua mente aveva perso tutta la sua forza, come Sansone dopo la tosatura.

Ritornò sui suoi passi, usci dalla stanza e chiuse la porta dietro di sé, più piano che poteva. Guardò la porta che immetteva nella camera di Belasco. Lei e Fischer c’erano entrati il giorno avanti: e vi avevano trovato un’atmosfera completamente spenta, proprio il contrario di ciò che s’aspettavano.

Florence entrò di nuovo in quella stanza: era divisa in due vani sovrapposti. Sotto c’era un salotto e il bagno, e di sopra la camera da letto, cui si accedeva mediante una scala a chiocciola. Florence ne salì i gradini.

Il letto era stile Seicento francese, con colonnine tortili grosse come pali del telegrafo. Al centro della testiera erano incise le iniziali E. B. Florence si sedette su quel letto. Chiuse gli occhi e aprì se stessa alle influenze esterne. Voleva accertarsi che non era Belasco lo spirito che le era apparso la sera avanti in camera sua. Sgombrò la mente più che poté, senza però andare in trance.

Uno sciame di immagini cominciò ad attraversare la sua coscienza. Quella stanza di notte, lumi accesi. Qualcuno coricato su quel letto. Qualcuno che emette un chioccolio. Occhi che guardano fisso, occhi lustri. Un calendario del 1921. Un uomo in nero. Odore d’incenso, pungente, alle narici. Un uomo e una donna sul letto. Un dipinto. Una voce che bestemmia. Una bottiglia di vino scagliata contro il muro. Una donna che singhiozza, che viene scaraventata dalla cima delle scale. Sangue che cola sul pavimento di tek. Una fotografia. Una culla. Nuova York. Un calendario del 1903. Una donna incinta.

La nascita di un bambino. Un maschio.

Florence riapri gli occhi. «Sì.» Annuì. «Sì.»

Scese la scala a chiocciola e uscì da quella stanza. Un minuto dopo entrava nella sala da pranzo, dove Barrett e sua moglie stavano facendo colazione.

«Ah, bene. Lei è alzata» disse Barrett. «La colazione è appena arrivata.»

Florence sedette a tavola e si servì una piccola porzione di uova strapazzate, un tostino. Non avrebbe tenuto seduta che sul tardi: bisognava aspettare che costruissero la cabina. Florence scambiò qualche parola con la signora Barrett. Rispondendo a una domanda di Barrett, disse che secondo lei era meglio lasciar dormire Fischer finché aveva sonno. Poi disse: «Credo di aver scoperto alcune delle ragioni per cui questa casa è infestata».

«Ah si?» Barrett la guardò con interesse, più cortese però che genuino.

«Quella voce che ci ha ammoniti. Quei colpi sul tavolo. L’essere ch’è venuto da me in camera la notte scorsa: un giovanotto.»

«Chi?» domandò Barrett.

«Il figlio di Belasco.»

La guardarono in silenzio.

«Fischer ha accennato a lui, ricordate?»

«Ma ha anche detto che nessuno lo sa di sicuro, se Belasco aveva un figlio oppure no.»

Florence annuì. «Ma ce l’aveva. Ed è qui, adesso. Soffre atroci tormenti. Dev’essere divenuto spirito in età ancor giovane : poco dopo i vent’anni, ritengo. È molto giovane e ha molta paura. E poiché ha tanta paura, è molto arrabbiato, molto ostile. Credo che se riuscissimo a convincerlo a desistere, una parte della forza intestatrice verrebbe eliminata.»

Barrett annuì. Ma pensava: non credo neppure a una parola. Disse tuttavia: «È molto interessante».

Florence pensò: lo so che non mi crede, ma è meglio che gli dica ciò che penso.

In quella fu battuto alla porta. Edith, che beveva un caffè, ne versò alcune gocce sul tavolo perché la mano le tremò. Barrett le sorrise. «È per il generatore, suppongo. È un falegname, spero.»

Si alzò, prese il bastone e il candeliere e si diresse verso il vestibolo. Si fermò, si volse a guardare Edith. «Be’, penso che non succederà niente se ti lascio sola un momento, per andare ad aprire» disse, dopo un istante.

Attraversò il vestibolo. Andò ad aprire la porta. Era il rappresentante di Deutsch. Aveva il bavero rialzato, un ombrello in mano. Barrett fu stupito di vedere che pioveva.

«Ho con me il generatore, e c’è anche il falegname» disse l’uomo.

Barrett annuì «E il gatto?»

«Anche quello.»

Barrett ebbe un sorriso soddisfatto. Ora poteva cominciare a darsi da fare.

ore 13.17

Le luci si accesero. Tutti e quattro, all’unisono, gettarono un’esclamazione di piacere. «Accidenti» disse Fischer. Si scambiarono dei sorrisi. «Non avrei mai creduto che la luce elettrica mi rendesse così felice» disse Edith.

Illuminato, il salone era tutt’altra cosa. Le sue dimensioni apparvero regali, e non aveva più un’aria sinistra. Senza quelle ombre minacciose, ora aveva l’aspetto di un’aula magna di museo, anziché di una caverna popolata di spettri. Edith guardò Fischer. Questi era ovviamente contento, il suo umore era mutato, l’apprensione era scomparsa dai suoi occhi. Poi Edith guardò Florence, che sedeva col gatto in grembo. Le luci accese, pensava. Quel gatto che fa pacificamente le fusa. Sorrise. Non pareva proprio una casa infestata, adesso.

Ma d’un tratto le luci si spensero, dopo aver vacillato, quindi si riaccesero. Poi cominciarono a farsi più fioche. «Oh, no» mormorò Edith.

«Calma» disse Barrett. «Non è niente.»

Di lì a un minuto, le luci tornarono brillanti e ferme. Trascorse un altro minuto, senza che accadesse nulla. Barrett sorrise. «Ecco, vedete?»

Edith annuì. Ma il suo sollievo era finito, però. Dopo la breve pausa di sicurezza, adesso era di nuovo in preda alla paura che, da un momento all’altro, si poteva ripiombare nel buio.

Florence guardò Fischer, incontrò il suo sguardo, gli sorrise. Lui non le sorrise, però. Idioti, pensava. Si accendono alcune lampadine e loro pensano che il pericolo sia passato.