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«Miss Tanner…»

«Non c’è niente nella Bibbia — non un solo fenomeno — che non si verifichi anche al giorno d’oggi: si tratti di visioni o di rumori, di soffitti che ballano o di esseri che passano attraverso porte chiuse, si tratti di raffiche di vento, di levitazione, di scrittura automatica o di gente che parla lingue ignote.»

Seguì un pesante silenzio a questa sfuriata. Florence fissava Barrett con occhi di fuoco, e sentiva su di sé gli sguardi attoniti degli altri due. A questo punto udì, nella sua mente, un grido d’ammonizione, ma tanta era la rabbia che non gli diede retta.

Barrett si versò una tazzina di caffè. La portò alle labbra. Poi guardò la medium e disse: «Miss Tanner, io non lo so che cosa la disturba, ma…».

S’interruppe: la tazzina gli era scoppiata in mano. Edith diede un balzo all’indietro, a bocca aperta. Barrett, raggelato, guardava il coccio con il manico che gli era rimasto fra le dita. Gli gocciolava del sangue da un taglio sul pollice.

Florence sentiva le tempie martellarle. Fischer si guardava intorno allibito. «Che cos’è, in nome di Dio, che…» Barrett sobbalzò.

Fu investito da schizzi, era scoppiato il bicchiere accanto al suo piatto e i frantumi di vetro si sparsero sulla tavola. Edith si riparò istintivamente il viso con le mani: il suo piatto si era sollevato, e cominciò a volteggiare rapidamente spargendo cibo da tutte le parti, prima di schiantarsi sul pavimento. Edith diede un altro sussulto allorché il suo bicchiere saltò su e si scagliò contro suo marito, a capotavola. Barrett riuscì a schivarlo. E il bicchiere, sfiorandogli un braccio, tonfò sul pavimento. Anche il bicchiere di Fischer esplose, e lui fece un balzo all’indietro, riparandosi il viso con le mani.

Il piatto di Florence fece una capriola, rovesciando insalata sulla tavola. Ella fece per riafferrarlo ma il piatto fu più svelto e partì di taglio. Barrett fu pronto a schivarlo, e il piatto fischiò vicino al suo orecchio, toccò terra senza rompersi e si mise a girare come una trottola e finì per schiantarsi contro il muro. Edith gettò un grido. Ecco che un grosso piatto di portata si mette a scivolare veloce sulla tavola prendendo Barrett di mira. Barrett si alza in piedi, la sua sedia ruzzola, lui quasi perde l’equilibrio, si scansa, il piatto cade oltre l’orlo del tavolo, si schianta, il purè di patate gli imbratta le scarpe e i calzoni.

Fischer si era alzato in piedi. Ma quando cercò di allontanarsi dalla tavola, la sua sedia lo ricacciò indietro, urtandolo malamente sulle gambe. E vide la sua tazza volare contro Barrett, colpirlo al petto e inondargli di caffè la camicia. Edith emise un grido soffocato. Il piatto di Fischer, come lanciato da una catapulta, le passò a poche dita dalla testa. La sedia che teneva Fischer incastrato contro il tavolo si tirò indietro e lui, allora, cadde in ginocchio. Il suo viso era una maschera di rabbia e stupore.

Barrett cercò di avvolgere un fazzoletto intorno al dito sanguinante. La caffettiera d’argento si mise a vorticare su se stessa dirìgendosi verso di lui, schizzando intorno caffè. Barrett si gettò di lato per schivarla, ma scivolò sul purè, annaspò con le braccia per riguadagnare l’equilibrio, ma ruzzolò battendo l’anca destra. La caffettiera cadde dal tavolo, rimbalzò sul suo polpaccio sinistro. Lui gridò per la botta e la scottatura. Edith cercò di andare a soccorrerlo, ma la sua sedia l’intralciò, le fece perdere l’equilibrio. Un coltello e una forchetta sibilarono accanto al suo viso.

Florence si rattrappì sulla sua sedia. Un altro piatto di portata cominciò a scivolare lungo la tavola, puntando su Barrett. Barrett cercò di scostarsi, annaspando. Il piatto di portata si schiantò accanto a lui, sfiorandogli uno stinco. Edith riuscì a tirarsi in piedi. «Sotto il tavolo!» urlò Fischer. Florence scivolò giù dalla sedia, sulle ginocchia. Fischer si nascose sotto la tavola. Il lampadario cominciò a oscillare dal soffitto, e le oscillazioni aumentavano di ampiezza.

Avevano appena trovato riparo sotto la tavola, quando le suppellettili sul controbuffè, addossato alla parete est, si animarono. Un pesante vassoio d’argento, descritta una parabola, andò a colpire la tavola con un cozzo assordante. Edith gettò un grido. Barrett fece, automaticamente, per allungare una mano verso di lei, poi invece si rimise a fasciare il suo dito. Poi fu la volta di una grossa zuccheriera, che colpì la gamba del tavolo, rimbalzò e si mise a girare su se stessa come una trottola impazzita. Florence gettò un’occhiata a Fischer. Questi stava a quattro zampe, con gli occhi sbarrati, la sua faccia era una maschera di terrore. Essa avrebbe voluto aiutarlo, ma si sentiva troppo frastornata. Sentiva un freddo brulichio nello stomaco.

Tutti e quattro guardarono su atterriti allorché la tavola cominciò a ballare. Ne ruzzolò giù un vasoio di crema, e il contenuto si sparse come una macchia di vernice. Accanto a essa cadde un boccale di peltro. La tavola si mise a traballare con maggiore violenza, le sue gambe scalpitavano come gli zoccoli d’un cavallo. D’un tratto la tavola si spostò e Barrett dovette esser svelto a scansare una mano per non farsela schiacciare. Le sedie cominciarono a rovesciarsi, a una a una, con un rumore secco che pareva una scarica di fucileria.

D’un tratto la tavola li lasciò allo scoperto, scivolando via rapida sul pavimento lucido. Andò a cozzare contro un paravento e lo sfasciò, presso il camino. Ora tutti i lampadari si erano messi a oscillare, violcntemente. Uno di loro si staccò dal soffitto, andò a schiantarsi contro la cappa del camino, con una pioggia di scintille, quindi piombò sul tavolo. Un candelabro di ottone fischiò nell’aria e venne ad abbattersi presso Barrett, rimbalzando poi contro il suo fianco. Lui si accasciò con un’esclamazione di dolore. Florence gridò: «No!».

E allora, d’incanto, ogni movimento cessò, tranne per l’oscillazione dei lampadari superstiti. Edith si chinò su Barrett con ansietà: «Lionel…». Lo toccò su una spalla. Lui riuscì a fare un cenno col capo.

«Ben, lei deve lasciare questa casa.»

Fischer guardò Florence, sorpreso da quelle sue parole.

«Lei non è all’altezza» ella disse.

«Ma di che diavolo sta parlando?»

Florence si rivolse a Barrett, per avere il suo appoggio. «Dottore…» incominciò, ma si interruppe, vedendo il modo in cui lui la guardava, mentre Edith l’aiutava a sollevarsi. «Si sente bene?» domandò.

Lui non rispose, appoggiandosi alla tavola con un gemito. Edith lo guardò spaventata. «Lionel!»

«Niente di rotto.» Egli si fasciò il pollice col fazzoletto. Il taglio era profondo, e gli pungeva. Si sentiva indolenzito per tutto il corpo: gli dolevano il braccio, il torace, il polpaccio, la caviglia, ma soprattutto l’anca. E la gamba gli faceva un male terribile.

Florence lo fissava. Perché l’aveva guardata a quel modo, lui, dianzi? D’un tratto le parve di capire. «Sono stata sgarbata, a parlarle su quel tono, prima» disse. «Ma, la prego, mi dia il suo appoggio in questa faccenda. Credo che sia importante che Ben… che Mister Fischer lasci questa casa.»

Barrett strinse i denti per il dolore. «Cerca di cacciarci via tutt’e due adesso?» borbottò. Florence lo guardò sorpresa. «Aiutami, accompagnami in camera nostra» disse Barrett rivolto a sua moglie. Edith annuì, debolmente, gli consegnò il bastone, lo prese sottobraccio.

Florence non capiva. «Che cosa intende dire, dottor Barrett?»

Lui gettò un’occhiata intorno, alla devastazione della stanza. «Direi ch’è ovvio, il senso delle mie parole» disse poi.

Come istupidita, incapace di ribattere, Florence guardò i Barrett uscire dalla stanza. Quando furono usciti, si rivolse a Fischer. «Ma che cosa intende dire?» domandò. «Che io?…»

Fischer le voltò le spalle.

«Ma non è vero, Ben, non è vero!»

Lui si allontanò, malsicuro sulle gambe. Senza fermarsi si voltò : «È lei, quella che farebbe meglio ad andar via di qua» disse. «È di lei che si servono, non di me.»