«Lei pensa che sia stata io a…»
«Non solo lo penso, Miss Tanner, lo so» disse lui interrompendola. «E adesso la prego. Non mi sento molto bene.»
«Dottore! Non è stata colpa mia, ma del figlio di Belasco!»
«Miss Tanner, quella persona non esiste!»
Florence si trasse indietro, colpita dall’asprezza di quella voce. «So che lei ha forti dolori…» cominciò, debolmente.
«Miss Tanner, vuole andarsene?» lui disse, a denti stretti.
«Miss Tanner…» cominciò Edith.
Florence si volse dalla sua parte. Desiderava, disperatamente, di convincere Barrett, ma, notando l’espressione preoccupata di sua moglie, desistette. Allora si avviò verso la porta. Tuttavia disse ancora: «Lei si sbaglia» rivolta a Barrett. Quindi a Edith: «Mi dispiace» mormorò. «La prego di perdonarmi.»
Si contenne finché non fu di nuovo in camera sua. Qui sedette sulla sponda del letto e scoppiò a piangere. «Lei si sbaglia» ripeteva fra sé in un bisbiglio. «Non capisce? Si sbaglia. Si sbaglia!»
ore 22.18
Edith giaceva supina, fissando il soffitto. Aveva chiuso gli occhi una dozzina di volte, solo per tornare a riaprirli di lì a poco. Non riusciva ad addormentarsi, anzi, le pareva una cosa impossibile.
Girò la testa sul cuscino e guardò Lionel. Era immerso in un sonno profondo. Figuriamoci! dopo quello che aveva passato. Aiutandolo a spogliarsi e mettersi il pigiama, Edith era rimasta esterefatta: era ammaccato da tutte le parti, aveva lividi per tutto il corpo.
Tornò a chiudere gli occhi, terribilmente inquieta. Si sentiva nervosa, senza alcun motivo apparente. Doveva essere quella casa a farla sentire in tale stato. Ma in che diavolo consisteva, dunque, quel potere di cui Lionel seguitava a parlare? Che un potere misterioso vi fosse, era indubbio. Ciò ch’era accaduto nella sala da pranzo ne era la terrificante dimostrazione. Il pensiero che Miss Tanner potesse avvalersi di quel potere contro di loro era ossessionante.
Edith si drizzò a sedere, scansò le coperte. Scese, infilò i piedi nelle pantofole. Si portò presso il tavolo ottagonale e guardò nella scatola in cui Lionel teneva il manoscritto. Poi d’un tratto si volse e riattraversò la stanza. Andò presso il caminetto. Guardò il fuoco che stava languendo: restavano solo delle braci accese. Pensò di aggiungere un altro ciocco, poi sedersi sulla sedia a dondolo, e star lì a guardare il fuoco finché non le veniva sonno. Guardò la sedia a dondolo, si sentì intimorita: e se si fosse messa di nuovo in movimento da sola?
Si stropicciò una guancia con la mano. Sentiva un nonsoché sotto la pelle. Diede un sospiro, si guardò intorno. Avrebbe dovuto portare con sé un libro da leggere. Qualcosa di leggero, scacciapensieri. Un libro giallo. O meglio ancora, un romanzo umoristico. Sarebbe stato perfetto. Qualcosa di Allen Smith o di Perelman.
Allora andò ad aprire lo sportello dell’armadio ch’era sulla destra del caminetto. Oh, che bellezza, mormorò fra sé. Sullo scaffale erano allineati dei volumi dalle rilegature in pelle. Non v’erano titoli, sui dorsi. Ne tirò fuori uno e lo aprì. Era un trattato sulla Forza di volontà. Aggrottò le sopracciglia. Lo rimise a posto. Ne sfilò un altro. Era in tedesco. «Magnifico.» Lo rimise al suo posto, ne tirò fuori un terzo. Trattava di strategia militare nel XVIII Secolo. Ebbe un mesto sorriso. Ma che fortuna che ho, pensava. Rimise a posto il libro e tirò fuori un volume più grosso degli altri rilegato in pelle blu e con fregi in oro.
Era un finto libro. Era una scatola. Ne sollevò il coperchio e alcune foto caddero sul tappeto. Edith diede un sobbalzo, a momenti il libro le cadeva di mano. Il suo cuore accelerò i battiti quando si chinò a guardare quelle foto sbiadite.
Inghiottendo saliva, si chinò e ne raccolse una. Un brivido le corse a fior di pelle. La foto mostrava due donne avvinte in un amplesso omosessuale. Erano tutte quante foto pornografiche: uomini e donne in svariate pose. Alcune di quelle foto erano state prese giù nel salone: atti contro natura avvenivano sulla grande tavola rotonda e si vedevano uomini e donne seduti intorno, a godersi avidamente lo spettacolo.
Edith serrò le labbra. Raccattò tutte le foto e ne fece un fascio. Che brutto posto è questa casa, pensò. Rimise le foto nel libro cavo e rimise il finto libro al suo posto sullo scaffale. Chiudendo lo sportello dell’armadio, vide sul più alto ripiano una bottiglia di brandy su un vassoio d’argento con accanto due bicchierini.
Tornò presso il suo letto e si sedette sulla sponda. Si sentiva a disagio e inquieta. Perché era dovuta andare a guardare dentro quell’armadio? Perché, fra tutti i libri, aveva dovuto tirar fuori proprio quello?
Si coricò su un fianco, si rannicchiò. Un brivido percorse le sue membra. Ho freddo, pensò. Guardò Lionel. Se solo avesse potuto giacere accanto a lui, non per fare l’amore, ma solo per ricevere da lui un po’ di tepore.
Non per fare l’amore. Chiuse gli occhi, sul suo volto si dipinse un’espressione di rimprovero. Aveva mai desiderato di far l’amore con lui? Emise un lieve lamento. L’avrebbe addirittura mai sposato, se lui non avesse avuto vent’anni più di lei, e se la polio non l’avesse reso virtualmente impotente?
Edith si rigirò sulla schiena e fissò il soffitto. Ma che cosa mi prende? che cos’ho? pensava. Solo perché mia madre mi diceva che l’atto sessuale è una cosa turpe, degradante, dovrò averne paura tutta la vita? Mia madre poveretta era una donna amareggiata, sposata a un alcolizzato donnaiolo. Mio marito invece è tutt’altra pasta d’uomo. Non ho alcun motivo di sentirmi in questo stato. Nessunissimo motivo.
Balzò su a sedere e volse gli occhi intorno, atterrita. Di nuovo qualcuno mi sta osservando, pensò. Si sentì raggricciare la pelle sotto la nuca. Qualcuno mi sta guardando, e sa che cosa io provo.
Si alzò, andò accanto a Lionel e lo guardò. No, non doveva svegliarlo : aveva bisogno di riposare. Allora andò a prendere la sedia ch’era presso il tavolino ottagonale e la portò accanto al letto di Lionel. Vi si sedette e, pian piano, per non svegliarlo, posò una mano sopra il suo braccio. No, nessuno poteva vederla. Non c’era nessuno. I fantasmi non esistono. Lo aveva detto Lionel. Lionel se n’intendeva. Ella chiuse gli occhi. I fantasmi non esistono, ripeté a se stessa. Nessuno mi sta fissando. Non esistono gli spiriti e roba del genere. Dio del cielo, i fantasmi non esistono.
ore 23.23
Fischer ruppe il sigillo della bottiglia e ne svitò il tappo. Si versò tre dita di bourbon in un bicchiere e depose la bottiglia. Alzò il bicchiere, si gingillò con esso. Erano anni che non beveva liquori. Forse era un errore, ricominciare adesso. Lo sapeva: una volta ripreso non avrebbe più saputo fermarsi… Come già gli era accaduto. E non intendeva infognarsi di nuovo. Specialmente qui.
Tuttavia bevve un sorso e fece una smorfia. Tossì. Gli occhi gli lacrimarono. Se li stropicciò con un dito. Poi, appoggiato alla credenza, bevve ancora del bourbon a piccoli sorsi. Si sentì piacevolmente riscaldato dal liquore che gli scendeva giù per la gola, gli inondava lo stomaco.
Meglio annacquarlo un po’, pensò. Si diresse verso l’acquaio, apri il rubinetto dell’acqua fredda. Ne lasciò scorrere un po’, poi mise il bicchiere sotto il rubinetto e aggiunse due dita d’acqua al bourbon rimasto. Meglio così. Ora poteva tirarsi un po’ su, ma senza ubriacarsi però.
Si issò a sedere su un davanzale, e centellinando il bourbon pensava alla casa. Che intenzioni aveva, stavolta? si domandò. Che la casa avesse un piano, non c’era alcun dubbio per lui. È per questo ch’è così terribile, pensò, perché è popolata da spiriti organizzati. La Casa d’Inferno ha un suo metodo, persegue un suo disegno. Tutti gli intrusi sono da essa attaccati sistematicamente. Come ci riesca, nessuno l’ha mai saputo spiegare. Nessuno… fino al dicembre 1970 allorché arriva B. F. Fischer che, con astuzia altrettanto sistematica…