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In quella udì aprire la porta di scatto e diede un sobbalzo tale, che metà del liquore rimasto si versò sul pavimento. Entrò Florence, nella cucina. Aveva l’aria esausta, stralunata.

«Come mai non è a letto?» gli chiese.

«E lei?»

«Io sto cercando il figlio di Belasco.»

Lui non disse niente.

«Neanche lei crede alla sua esistenza, vero?»

Fischer non sapeva cosa dirle.

«Ma io lo troverò» disse la donna, allontanandosi.

Fischer la guardò uscire. O dovrei accompagnarla? si chiese. Scosse la testa. Succedevano sempre un mucchio di cose, intorno a quella lì, perché si apriva, si scopriva troppo. Quanto a lui, ne aveva avuto abbastanza per quel giorno : non aveva alcuna voglia di far altre esperienze. La donna era uscita dalla porta a vento che immetteva nella sala da pranzo. L’eco dei suoi passi svanì. Tutto tornò silenzioso.

Va bene, pensò Fischer. A noi due, pensò, alludendo alla casa. Occorreva un piano. Erano trascorsi due giorni dal suo arrivo. Ormai si era ambientato. Bisognava cominciare ad agire, decidere in che modo regolarsi. Non intendeva lavorare in tandem con Barrett né con Florence. Doveva agire da solo. Ma come?

Immobile, contemplava il pavimento. Poi bevve un altro sorso. Bisogna escogitare qualcosa di molto astuto, pensò, qualcosa di diverso dai soliti sistemi, in modo da cogliere il nemico di sorpresa, sconvolgere i suoi disegni.

Picchiò col dito sul tubo di scarico. Qualcosa di astuto. Di diverso. Florence aveva ragione su un punto: la casa era infestata da poteri occulti multipli. Oltre a Belasco, c’era un’orda di altri spiriti, lì dentro, in quella casa. Ma come affrontarli? come venirne a capo?

Trascorse qualche minuto. Poi Fischer depose il bicchiere. Saltò a terra. Si diresse verso il vestibolo. Farò il giro della casa, pensò. Ma da solo stavolta, senza Florence Tanner che distragga i miei pensieri. Le cose che aveva “sentite”, quella lì. Mamma mia! E scosse il capo, con un sorrisetto privo di gioia. Questi spiritualisti sono proprio una cosa da non credere.

Stava attraversando il vestibolo, quando d’un tratto si fermò sui suoi passi. Il cuore gli diede un tuffo. Una figura stava scendendo veloce le scale. Fischer aguzzò gli occhi, cercando di distinguere chi o che cosa fosse. Non c’era luce, per le scale. Vide la figura, giunta ai piedi delle scale, dirigersi verso la porta d’ingresso. Era Edith, che indossava un pigiama azzurro e teneva gli occhi fissi avanti a sé. Fischer rimase immobile a guardarla scivolare come uno spettro attraverso il vestibolo, poi aprire la porta.

Uscì all’aperto. Fischer attraversò il vestibolo di corsa. Varcò la soglia. Restò là a bocca aperta: la figura era svanita nella nebbia. Attraversò il portico, discese i gradini. Corse lungo un sentiero: la brina scricchiolava sotto le sue scarpe da tennis. Vide qualcosa muoversi più avanti. Ma sarà proprio lei? pensò, d’un tratto, con un moto di orrore. O era vittima di qualche inganno? Rallentò il passo, riprese fiato. La figura si stava dirigendo verso…

«No!» Prese lo slancio, corse, afferrò qualcosa. Due emozioni l’assalirono contemporaneamente: un senso di sollievo (perché era di carne e ossa ciò che aveva afferrato) e un moto di fierezza (perché aveva sventato un disegno del nemico). Trasse Edith indietro dal bordo dello stagno. La donna lo guardò senza aver minimamente l’aria di riconoscerlo: il suo sguardo era vitreo.

«Torni dentro» egli disse.

Edith s’irrigidì, il suo volto era senza espressione.

«Venga. Fa freddo qui fuori.» La fece girare su se stessa. «Su, venga.»

La guidò. Edith era scossa da brividi. Per qualche spaventoso istante egli temette di aver smarrito il senso dell’orientamento: avrebbero vagato nella notte gelida e sarebbero morti assiderati. Poi intravide nella foschia il riquadro di luce della porta, si diresse da quella parte, circondando Edith con un braccio e sospingendola. Salirono i gradini, rientrarono in casa. Egli richiuse il portone. Poi la guidò, attraverso il vestibolo, nel salone. La condusse accanto al caminetto, si chinò a raccogliere un ciocco, che gettò sulle braci. Prese un attizzatoio e lo manovrò finché il ciocco non ebbe preso fuoco. Le fiamme si levarono crepitando. «Ecco fatto» disse. Si volse a guardare Edith. Ella stava fissando la cappa del camino, con un’espressione impenetrabile. Fischer seguì il suo sguardo. C’erano dei bassorilievi pornografici, sulla cappa, che lui non aveva notato prima.

Edith emise un verso di profondo disgusto. L’uomo la guardò. Ella era scossa da brividi. Lui si tolse il maglione e glielo porse. La donna non lo prese. Lo guardava fisso in faccia. «Non lo sono, no» disse.

Fischer si irrigidì. Edith aveva cominciato a levarsi la giacca del pigiama. «Ma che fa?» lui chiese, mentre il suo cuore accelerava i battiti. Ella si tolse la giacca del pigiama e la lasciò cadere in terra. Aveva la pelle d’oca, ma non pareva accorgersi del freddo. Cominciò a calarsi i calzoni del pigiama. Quella sua espressione vacua era irritante. «La smetta!» disse Fischer.

Non parve udirlo. Si calò giù i calzoni del tutto. Fece un passo verso di lui. «No» mormorò Fischer, mentre lei gli si faceva accanto. L’abbracciò, si strinse tutta a lui, con un gemito. E premeva col bacino. Lo baciò sul collo. La sua mano gli scese lungo il filo della schiena. Fischer si staccò da lei. Gli occhi di Edith erano inespressivi. Lui le diede uno schiaffo, più forte che poteva.

Edith compì una mezza giravolta su se stessa, e a momenti cadeva in terra. Fischer la prese per un braccio e la raddrizzò. Lei lo guardò, sconvolta. Poi guardò la propria nudità, ed ebbe un moto di orrore. Liberò il braccio dalla stretta di lui in modo così violento che vacillò all’indietro. Quasi stava di nuovo per cadere. Si rimise in equilibrio, raccolse il pigiama e si coprì alla meglio, davanti.

«Camminava nel sonno» lui le disse. «L’ho raggiunta, là fuori, quando stava per buttarsi nello stagno.»

Ella non disse nulla. I suoi occhi erano dilatati dalla paura. Indietreggiò, allontanandosi da lui, verso l’arcata.

«Signora Barrett, è questa casa…»

Si interruppe. Ella girò su se stessa e corse via. Lui fece per seguirla, poi si fermò, e tese l’orecchio. Dopo quasi un minuto udì una porta chiudersi al piano di sopra. Si rilassò. Si volse. Stette lì a contemplare le fiamme nel caminetto.

Adesso la casa se la prendeva anche con lei.

ore 23.56

Qualcosa seguitava ad attirarla verso la cantina. Florence discese le scale e oltrepassò la porta di metallo che immetteva nel locale della piscina. Ricordò la sensazione provata il giorno avanti nell’attiguo bagno turco, insieme a Fischer: un senso di perversione, qualcosa di malsano, morboso. Non poteva rassegnarsi a collegare quella sensazione al figlio di Belasco. Ma bisognava accertarsene.

I suoi passi suscitarono echi profondi, mentre camminava sul bordo della vasca. Raggrinzì gli occhi. Aveva la vista stanca. Era in arretrato col sonno. Ma non poteva andare a letto così, senza aver prima ottenuto la prova (per se stessa, almeno) che il figlio di Belasco non era frutto della sua immaginazione.

Aprì la porta del bagno turco, guardò dentro. La valvola era stata riparata, vide. La stanza era piena di vapore. Scrutò entro quella massa nebulosa. C’era qualcosa, là dentro, senza alcun dubbio, qualcosa di terribilmente maligno. Ma il figlio di Belasco non era uno spirito maligno. La sua aggressività era solo un mezzo di difesa. Aveva un disperato bisogno di aiuto, e lo desiderava maledettamente, eppure, al tempo stesso, il suo spirito era tanto turbato che si ribellava a chi glielo offriva, con una furia quasi suicida.