Tornò sui propri passi, riattraversò il locale della piscina. Era meglio avvertire il dottor Barrett, che non usasse il bagno turco. Si guardò intorno. Se il figlio di Belasco non è qui, pensò, perché mai ho sentito quest’impulso a scendere quaggiù? A questo punto ricordò che non c’erano solo la piscina e il bagno turco, nello scantinato: c’era anche un altro locale, la cantina dei vini.
Ricordandosi di questo particolare, le parve di aver compreso qualcosa: ebbe un lampo. Un sorriso le increspò le labbra. Varcò la porta a vento, attraversò il corridoio e aprì la porta della cantina. Cercò tentoni un interruttore. Trovatolo, lo premette. La luce era fioca. La lampadina era coperta di polvere e ragnatele.
Florence avanzò nel locale e si guardò intorno. La sensazione che provava era molto intensa. Spostò lo sguardo da un muro all’altro, percorse gli scaffali vuoti, qua e là. D’un tratto fissò la sua attenzione su un punto della parete dirimpetto alla porta. Sì, pensò. Si diresse da quella parte.
Gettò un grido, sentendosi afferrare alla gola da due mani invisibili. Erano fredde e umide. Ella lottò e riuscì a staccarsele di dosso. Riprese ad avanzare verso la parete di fondo. Quelle mani l’afferrarono per un braccio e la spinsero da parte. Vacillò e andò a sbattere contro una rastrelliera per bottiglie. «Basta!» gridò. Volse gli occhi intorno alla stanza. «Sono qui per aiutare.»
Si scostò dalla rastrelliera, riprese ad avanzare verso la parete in fondo. Di nuovo quelle mani le furono addosso, la presero per le spalle. Ricevette una spinta che a momenti la mandava a sbattere contro la porta. Annaspando per ritrovare l’equilibrio gridò: «Non riuscirete a mettermi paura». Di nuovo si inoltrò, pregando a bassa voce, decisa. Quelle mani di nuovo l’afferrarono. Ma la lasciarono andare allorché lei recitò ad alta voce: «Nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo!». Arrivò alla parete di fondo e si appoggiò a essa. Era certa di aver capito qualcosa. «Sì!» gridò. Una visione le attraversò la mente: la fossa dei leoni, un giovane che la guarda implorante. Singhiozzò di gioia. «Daniel.» Lo aveva trovato! «Daniel!»
23 DICEMBRE 1970
ore 6.47
Quell’urlo lontano fendette come una lama il sonno di Edith. E si svegliò di soprassalto, sgranando gli occhi, con la mente confusa. Udì un fruscio e volse il viso. Lionel si era sollevato su un gomito, e la guardava. «Che cos’è stato?» lei domandò.
Barrett scosse il capo.
«Voglio dire, era reale?»
Barrett non le rispose.
Un secondo urlo le fece trattenere il fiato. Barrett disse: «Miss Tanner». E buttò le gambe fuori del letto cercando coi piedi le pantofole. Edith si tirò su. Di nuovo trattenne il fiato, vedendo che a Lionel cedevano le gambe. Egli ricadde contro il letto, mugolando per il dolore al pollice.
«Ti senti bene?» ella domandò.
Egli annuì brevemente e di nuovo si tirò in piedi, afferrando il suo bastone. Edith si alzò, si infilò la vestaglia trapunta. Seguì Lionel sulla porta. Egli l’aprì, uscirono sul corridoio. Lionel zoppicava in malo modo. Edith, al suo fianco, si allacciò la vestaglia. Guardò verso la porta di Fischer. Avrà udito anche lui, di certo.
Barrett si fermò davanti alla porta di Florence Tanner e bussò tre volte, in rapida successione. Poiché nessuno rispose, egli spinse il battente ed entrò. La stanza era immersa nell’oscurità. Edith sentì i suoi muscoli irrigidirsi, mentre Lionel premeva il pulsante dell’interruttore.
Florence giaceva supina, con le braccia conserte sul petto. Barrett si avvicinò al letto, Edith lo segui. «Che cos’è?» lui domandò.
Florence lo fissò con due occhi in cui era dipinto il dolore. Lui si chinò, con una smorfia a causa dei muscoli ammaccati, e pronunciò: «Miss Tanner».
Ella rabbrividì, conficcò i denti nel labbro inferiore per non mettersi a piangere. Lentamente poi disciolse le braccia. Barrett cominciò a sbottonarle la camicia da notte. Edith guardò e vide due chiazze umide sull’indumento, in corrispondenza col seno della medium. Florence chiuse gli occhi. Barrett scostò i lembi della camicia da notte. Edith si sentì agghiacciare.
Sul seno di Florence c’era il segno di due profondi morsi, intorno ai due capezzoli.
Di scatto Florence tirò su le coperte, fino al mento. Per quanto cercasse di trattenersi, un singhiozzo convulso le uscì dalla gola. «Pianga pure» le disse Barrett. Florence di nuovo singhiozzò. Due lacrime le scesero lungo le gote.
Edith guardò Florence che piangeva. Per la prima volta da quando s’erano incontrate, ora la medium appariva vulnerabile, ed Edith sentì un moto di simpatia. «Posso fare qualcosa per lei?» domandò.
Florence scosse la testa. «È passata.»
In quella entrò Fischer e, venendo avanti, domandò: «Cosa è successo?».
Florence esitò, prima di scostare le coperte per un breve momento. Edith cercò di non guardare, ma non ci riuscì. Le tremò il fiato, quando vide di nuovo quei segni di denti sul seno della medium.
Questa disse: «Vuole punirmi».
Edith si volse verso Lionel, che fissava la medium senza alcuna espressione.
«L’ho trovato, ieri sera» disse Florence. «Daniel Belasco.»
Seguì un pesante silenzio. Barrett appariva imbarazzato. Florence riuscì a sorridere. «No, non è immaginazione.» Si pose una mano sul seno: «Sarebbero immaginari, questi?».
Barrett fece un gesto vago.
«Il suo corpo è nella cantina.»
Edith capiva fino a che punto Lionel si sentisse a disagio. Sì, lo sapeva, lui avrebbe voluto mostrarsi comprensivo: ma non riusciva a trovare parole che non la ferissero.
«Lei mi darà una mano a esumare la salma?» domandò Florence.
«Lo farei ma, dopo ieri sera, temo di non essere in grado di affrontare pesanti fatiche.»
Florence lo guardò incredula. «Ma, dottore, lui è là dentro. Non significa nulla, questo, per lei?»
«Miss Tanner…»
Florence si rivolse a Fischer: «Mi aiuterà lei, allora?».
Fischer la guardò in silenzio. Sì, aveva udito l’urlo, si rese conto Edith tutt’a un tratto: l’aveva udito ma aveva avuto paura di muoversi, prima che arrivasse Lionel. E adesso aveva paura di offrirle il suo aiuto. Non c’era da stupirsi. Quando accadeva qualcosa di violento, Miss Tanner era sempre là.
Non ottenendo risposta, Florence strinse i denti e ricacciò un singhiozzo in gola. «Va bene, me la sbrigherò da sola.» Il dolore dei morsi parve sopraffarla, e chiuse gli occhi.
«Io l’aiuterò» disse Fischer.
Florence riaprì gli occhi e tentò di sorridere. «Grazie.»
Barrett prese Edith sottobraccio e fece per andarsene.
«Ha paura ch’io possa aver ragione, dottore?» gli chiese Florence.
Barrett la guardò, riflettendo. Poi alla fine annuì. «Sta bene. Verremo di sotto con lei. Ma io non posso scavare, se è questo che lei intende fare.»
«A scavare penseremo Ben e io» disse Florence.
Edith gettò un’occhiata a Fischer. Stava in piedi a piè del letto, guardando Florence senza espressione. D’un tratto sentì un brivido correrle su per la schiena.
Ci sarà stato davvero qualcosa laggiù di sotto?
ore 7.29
Fischer inserì il piede di porco nella spaccatura e, con uno sforzo, tirò via un altro frantume di mattone e cemento. In venti minuti era riuscito a praticare un buco non più grande del suo pugno. I calzoni e le scarpe da tennis erano sporchi di calcinacci, una patina di polvere gli copriva le mani. Starnutì, perché un po’ di polvere gli era entrata nelle narici. Estrasse il fazzoletto e si soffiò il naso. Guardò Florence che lo stava fissando con occhi carichi d’ansietà. Ella si sforzò a sorridere. «Lo so che è duro.»