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Fischer annuì. Stava per starnutire di nuovo, ma si trattenne. Quindi tornò a conficcare il piede di porco nella breccia. Diede uno strattone per staccare un altro pezzo di muro ma l’attrezzo gli scivolò e lui, perso l’equilibrio, batté contro la parete. «Maledizione» borbottò. Si raddrizzò, strinse i denti, e di nuovo conficcò il palanchino nello squarcio sul muro.

Ne staccò un altro pezzo di calcinaccio, che tonfò sul pavimento. Poi guardò Florence: «Ci vorrà una giornata intera» disse.

«Lo so ch’è duro» lei ripeté.

Fischer si raddrizzò sulla schiena.

«Dia a me, che l’aiuto un po’ anch’io» disse Florence. Ma lui scosse il capo e tornò a manovrare il piè di porco.

«Un momento…» disse Barrett.

Fischer si volse.

«Poiché è chiaro che qui ci vorrà un bel po’ di tempo,» disse Barrett a Florence «spero che lei non abbia nulla in contrario se io torno di sopra, a sdraiarmi un tantino. Questa gamba mi dà un po’ fastidio.»

«Sì, certo, vada pure» disse Florence. «La chiameremo quando l’avremo trovato.»

«Bene.» Barrett prese sua moglie sottobraccio e si mosse verso la porta. Florence scambiò un’occhiata con Fischer, mentre questi si rimetteva all’opera.

Stava per conficcare il palanchino nella breccia, quando vide qualcosa. «Aspettate!»

Barrett ed Edith si volsero. Fischer diresse il raggio della sua torcia entro il buco nel muro.

«Che c’è? che c’è?» Florence non riusciva a contenere la sua ansia.

Fischer batté gli occhi. Soffiò via un po’ di polvere, poi puntò di nuovo il raggio nell’apertura. «Sembra una corda» disse.

Florence si avvicinò. Fischer le consegnò la torcia. «Mi faccia luce.» Ella annuì brevemente. Fischer infilò le dita nel buco e afferrò la fune polverosa. Diede uno strattone verso il basso ma nulla cedette. Allora diede uno strattone verso l’alto e senti la fune cedergli, poi tendersi di nuovo quando lui smise di tirare. Allora disse: «Dev’esserci qualche peso all’estremità inferiore di questa corda».

Florence trattenne il fiato. «Un contrappeso

Fischer afferrò il palanchino e si diede ad allargare l’apertura più in fretta che poteva. Dopo un minuto di intenso lavoro, lasciò cadere l’attrezzo, il cui tonfo metallico echeggiò cupamente, e riuscì a infilare tutt’e due le mani nel buco. Afferrata la fune, cominciò a tirarla a sé. La resistenza era troppo forte. Tirò con tutte le sue forze, premendo la fronte contro il muro, gli occhi chiusi, i denti stretti. Dai, ripeteva fra sé, dai, mannaggia a te, dai.

D’un tratto la corda cedette e la sua mano cozzò contro la ruvida parete del foro. Lasciò la presa. Si esaminava il polso quando si udì un rumore cupo all’interno del muro. Egli alzò gli occhi, sorpreso.

Lentamente, una sezione della parete fece perno su se stessa e si mise a scorrere verso destra. Fischer si tese tutto nell’attesa di quel che sarebbe apparso. E sentiva Florence, al suo fianco, vibrare d’ansia dalla testa ai piedi, mentre quella sezione di parete si apriva cigolando sui suoi cardini.

Edith emise un suono strozzato e distolse lo sguardo. Le labbra di Fischer si dischiusero in un ghignetto. Florence trasse un sospiro di sollievo, che suonò strano alle sue orecchie.

Incatenato alla parete, all’interno dell’angusto passaggio, c’era il cadavere mummificato di un uomo.

Barrett mormorò: «Come in un racconto di Poe!».

«L’avevo detto, io, ch’era qui» disse Florence.

Fischer osservò le fattezze, grigiastre, incartapecorite, del cadavere. Gli occhi erano simili a due bacche nere, indurite, e le labbra erano contratte, congelate in un urlo silenzioso. Ovviamente, era stato incatenato là ancora vivo.

«E allora, dottore?» domandò Florence.

Barrett tossicchiò. «Allora, cosa?» disse. «Vedo la mummia di un uomo. Ma come fa a sapere, lei, che si tratta di Daniel Belasco?»

«Lo so» ella disse.

«Senza la minima ombra di dubbio?»

«Si.» Appariva sicura.

Barrett sorrise: «Credo che servano altre prove, però».

Florence lo fissava. «Ha ragione lei» d’un tratto disse.

E poi, allungando una mano verso la mummia incatenata, sfilò un anello dalla sua mano sinistra. «Ecco qua.» Lo porse a Barrett.

Barrett esitò prima di prenderlo. Fischer guardò Edith. Edith stava guardando suo marito, con apprensione. Fischer guardò Barrett. Barrett stava restituendo l’anello. C’era un sorriso sforzato sulle sue labbra. «Molto bene» disse.

«Adesso mi crede?»

«Ci penserò su.»

«Ci penserà su?» Florence lo guardò a bocca aperta. «Vuol dire che?…»

«Non voglio dire niente» l’interruppe Barrett. «Dico solo che mi occorre del tempo per digerire questa informazione ed elaborare la mia interpretazione di essa. Devo avvertirla, però, che non basta un cadavere con un anello perché uno si rimangi le proprie convinzioni scientifiche, maturate nel corso di una vita di studi e ricerche.»

«Dottore, non sto mica cercando di farla ricredere, io! Chiedo solo che noi si lavori insieme. Non si rende conto che tutt’e due potremmo essere nel giusto?»

Barrett scosse la testa. «Mi dispace, no, non me ne rendo conto. Mai me ne renderò conto.» Si volse di scatto e zoppicando si diresse verso il corridoio. «Vieni, cara» disse alla moglie.

Edith guardò Florence per un istante, poi seguì suo marito. Fischer prese l’anello da Florence. Era d’oro, con una montatura ovale. E c’erano incise, a caratteri gotici, le iniziali D.B.

ore 8.16

Stavano mangiando in silenzio da una ventina di minuti. Barrett allontanò da sé il piatto e si mise davanti la tazzina da caffè. Guardò l’indicatore REM all’altro capo della tavola. Era scomodo dover mangiare allo stesso tavolo dov’erano collocati gli strumenti scientifici. Ma non si poteva far altrimenti, la sala da pranzo era andata a catafascio.

Guardò Edith. Sedeva immobile, stringendo con entrambe le mani la tazza del caffè, come per riscaldarle. Aveva l’aria di una bimba spaventata.

Barrett distolse la sua mente dal problema che lo teneva occupato e chiamò sua moglie. Ella lo guardò. Lui le sorrìse. «Ti senti disturbata?»

«E tu no?»

Lui scosse la testa. «No, niente affatto. Credevi fosse per questo che stavo così zitto?»

Edith parve esitare, come se temesse di urtarlo con le sue parole. «Ma quella figura laggiù…» disse alla fine.

«Sì, sì, alquanto spaventosa.»

Edith lo guardò, a disagio.

«Non è detto però che si tratti di lui» disse Barrett.

«Ma l’anello!»

«Non è detto che D.B. debba stare per Daniel Belasco.»

Edith non pareva rassicurata.

«Potrebbe stare per David Bart» egli disse. «O per Donald Bascomb.» Sorrise. «O magari per Dottor Barrett.»

«Ma…»

«Ma potrebbe anche stare effettivamente per Daniel Belasco… ammesso che una tale persona sia mai esistita.»

«In tal caso lei avrebbe ragione, allora.»

«In apparenza, sì.»

«Non capisco…»

«Il punto non è la prova né che cosa questa prova dimostra: il punto è chi ha trovato quella prova.»

Edith appariva ancora sconcertata. Barrett sorrise. «Mia cara,» le disse «Miss Tanner ha notevoli doti medianiche, è una sensitiva abbastanza notevole. A ciò si aggiungano i residui di energia presenti in questa casa dei quali essa, in quanto medium, ha la facoltà di usufruire. Ne risulta una carica psichica tale che le permette di creare determinati effetti atti a convalidare le sue asserzioni. L’attacco poltergeist contro di me, l’altra sera, era opera sua. Ma lei dopo asserì che era stato Daniel Belasco. In seguito divenne “conscia” del suo corpo e stamattina lo ha “scoperto” in cantina, offrendo così un’ulteriore prova di veridicità della sua storia. Che quei resti appartengano o meno a Daniel Belasco è un fatto irrilevante. Il punto è che Miss Tanner va sfruttando il suo potere e il potere della casa ai propri fini.»