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Edith lo guardò con ansia. Barrett capì che sua moglie avrebbe voluto credergli ma era sempre sconcertata da quel che era accaduto. «Ma allora quei segni di denti sul suo seno?» riprese a dire lui.

Ella sobbalzò.

«È questo che volevi chiedere, vero?»

Il sorriso di lei era pallido. «Tu leggi anche nel pensiero.»

Barrett ridacchiò. «Neanche un po’. Si tratta dell’unico punto che ti rende ancora perplessa.»

«E quella non è una prova?»

«Per lei lo è.»

«Erano ben segni di denti, quelli.»

«Ne avevano l’aspetto.»

«Lionel…» Edith appariva più perplessa che mai. «Vuoi dire che non erano segni di denti sul serio?»

«Può darsi che lo fossero» lui disse. «Quello che voglio dire è che, quasi con certezza, non è stato Daniel Belasco a procurarglieli, sulle mammelle.»

Edith fece una smorfia. «Si è morsa da sé?»

«Forse no, non in modo diretto, anche se non scarterei questa ipotesi» disse lui. «Ma più probabilmente, si tratta di qualcosa che appartiene alla categoria delle stigmate.»

Edith pareva sul punto di sentirsi male.

«Sono accadute molte cose strane.» Barrett esitò. Poi riprese: «Non ti ho mai raccontato ciò che accadde a Martin Wrather quella volta. Se ti ricordi, ti dissi solo che restò ferito durante una seduta spiritica. Quello che accadde, esattamente, è che i suoi organi genitali vennero quasi amputati di netto! E fu lui stesso, per un attacco di isteria, a farsi quel bello scherzo. Ma lui è convinto, a tutt’oggi, che “forze oscure del campo avversario” abbiano tentato di evirarlo». Sorrise mestamente. «Fra questo e un paio di morsi su un seno femminile ci corre proprio parecchio… anche se non nego che lei debba aver provato un acuto dolore.»

Dopo un po’ riprese: «Lo vedi come va montando la sua storia. Ieri sera lei scopre dov’è sepolto il suo cadavere, e stamattina Daniel Belasco la punisce, per la rabbia di essere stato scoperto, e cerca di spaventarla, indurla a desistere».

«Ma tu…» Ella fece un debole gesto. «Tu… non ci credi, vero?»

«Per niente.»

Ella sospirò, come arrendendosi. «Cosa accadrà adesso?»

«La mia macchina arriverà stamattina, ed entro domani io avrò risolto il mistero e posto fine alla cosiddetta maledizione della Casa d’Inferno con mezzi puramente scientifici.»

Si volsero. Era entrato Fischer e si stava avvicinando alla tavola, con gli abiti tutti sporchi di calcinacci, le mani screpolate, coperte di polvere. Senza dir nulla, si sedette, si versò una tazza di caffè, si accese una sigaretta.

«Compiute le esequie?» gli domandò Barrett, con una velata canzonatura nella voce.

Fischer gli lanciò appena un’occhiata. Poi sollevò il coperchio di un vassoio d’argento contenente uova alla pancetta, e lo richiuse subito.

«E Miss Tanner non viene a far colazione?» domandò Barrett.

Fischer scosse la testa. Bevve un po’ di caffè. Barrett lo scrutava. Quell’uomo era evidentemente in preda ad angosce. Lui non ci aveva pensato troppo su, finora, ma, accidenti, c’era voluto un gran bello sforzo di volontà, da parte di Fischer, per tornare in quel luogo.

«Mister Fischer» disse Barrett.

Fischer sollevò lo sguardo.

«Non ho risposto a Miss Tanner, ieri sera, perché non stavo bene e poi… sì, a esser franchi, ero un po’ arrabbiato con quella donna. Però credo che avesse ragione, a suggerire che lei se ne vada via di qua.»

Fischer gli lanciò un’occhiata gelida.

«Non la prenda come una critica. Semplicemente ritengo che, per il suo stesso bene, lei farebbe meglio ad andarsene.»

Fischer ebbe un sorriso amaro. «Grazie.»

Barrett depose il tovagliolo sulla tavola. «Bene, le ho detto come la penso io al riguardo. Lei ora decida come crede, naturalmente.» Estrasse l’orologio dal taschino, ne sollevò il coperchio. Mentre rimetteva a posto l’orologio notò che Edith distoglieva lo sguardo da Fischer, per evitare d’incontrare il suo. Barrett disse: «Meglio portare qualcosa da mangiare a Miss Tanner».

«Vuole essere lasciata sola per un po’» disse Fischer.

Barrett annuì, si alzò in piedi, e il suo volto si contrasse per l’indolenzimento delle gambe e la scottatura al polpaccio. «Vieni, cara» disse a sua moglie. Ella annuì, con un pallido sorriso, e si alzò.

«Mi sembra particolarmente teso, quest’oggi» lui le disse, mentre varcavano la soglia del vestibolo.

«Mmm.»

Egli la guardò. «E anche tu.»

«È per via di questa casa.»

«Certo.» Egli sorrise. «Aspetta fino a domani. Vedremo un bel cambiamento.»

Qualcuno bussò alla porta. E lui ebbe un sorriso di gioia, e disse: «La mia macchina».

ore 8.31

«E così questo corpo disfatto ha esalato il suo spirito che giammai tornerà a esso. Questo corpo ha assolto il suo compito, e ormai non serve più. La terra alla terra, le ceneri alle ceneri, la polvere alla polvere. Amen.»

Tre volte ella aveva pronunciato questa formula del rito funebre. La prima volta dopo che lei e Fischer avevano sepolto i miseri resti di Daniel Belasco. Quindi una seconda e una terza volta dopo essere tornata in camera sua. Ora la sua anima poteva riposare in pace.

Faceva molto freddo, fuori. La terra era dura come pietra. Fischer aveva dovuto rinunciare all’idea di scavare una fossa. Allora avevano cercato intorno e avevano trovato una cavità nel terreno. Lì avevano composto la salma e l’avevano ricoperta di foglie e di pietre. Poi lei aveva recitato le parole del servizio funebre, mentre entrambi stavano in piedi accanto a quella tomba rudimentale, a testa china, occhi chiusi.

Florence sorrise. Non appena possibile avrebbe fatto sì che Daniel ricevesse un’adeguata sepoltura. Quel che importava, per adesso, era che fosse stato liberato di lì, da quella casa.

Trasse di tasca l’anello di Daniel, lo contemplò nel palmo della mano, poi serrò il pugno intorno a esso.

Le apparvero alcune immagini. Lo vide distintamente: capelli bruni, molto bello, atteggiamento imperioso ma, sotto la sua arroganza superficiale, era inerme, indifeso come un bimbo. Lo vide ridere a tavola, nel salone, lo vide danzare il valzer nella sala da ballo, abbracciato a una giovane bellissima. Nel suo sorriso c’era solo tenerezza e gioventù.

Quelle visioni si oscurarono. Ecco Daniel a teatro, che assiste a uno spettacolo, e la sua faccia è tirata, gli occhi gli brillano. Florence si irrigidì. Non era questo, che lui desiderava. Ma era giovane, era impressionabile. Ogni sorta di degradazione era lì a portata di mano. Ella lo vide procedere traballando per un corridoio, dando il braccio a una donna ubriaca. Lo vide in camera sua, a letto, lo vide affannarsi per trovare, nonostante tutto, qualcosa di bello nell’atto sessuale.

La corruzione poi aumentava. Ubriachezza. Disperazione. Una breve fuga, poi, senza scampo, il ritorno alla Casa d’Inferno, per non fuggirne mai più. Florence fece una smorfia. Lo vide nel salone, nudo, seduto alla grande tavola rotonda, intento a guardare avidamente. Lo vide infilarsi l’ago di una siringa ipodermica entro il braccio. Lo vide in preda a smodate brame sessuali che lo facevano spasimare nel buio. Eppure, dietro la maschera — la faccia falsa che la Casa d’Inferno gli aveva imposto — c’era sempre il volto del fanciullo innocente e spaurito. Il fanciullo che voleva scappar via di là, ma non ci riusciva; che desiderava l’amore, ma trovava solo lussuria, licenziosità.