Trattenne il fiato: ecco che il giovane si sta avvicinando a suo padre. Lei non riesce a distinguere il viso di Emeric Belasco. La sua figura, gigantesca, minacciosa, resta in ombra. Florence bisbigliò una preghiera, stringendo forte nella mano l’anello d’oro. Ecco che le ombre si vanno dissipando. Fra un momento lei lo vedrà in faccia. Un qualcosa di freddo cominciò a riempirle il petto. La visione vacillò. Florence gemette. Non poteva perdere quel contatto. Chiamò a raccolta tutta la sua forza di volontà. Se solo avesse potuto vedere il padre! entrare in lui! capirlo! La sua fronte si copri di sudore. Sentiva come un serpente, freddo e viscido, srotolare le sue spire nel suo stomaco. «No» mormorò. Non poteva arrendersi. C’era un significato, in questo, c’era una risposta.
Gettò un grido, allorché una violenta scossa passò attraverso il suo corpo. Allargò la mano e l’anello le sfuggì. Lo sentì tonfare sul tappeto, laggiù, lontanissimo da lei. Le pareva di giacere in una immensa caverna, ferita. Non riusciva a distinguerne le pareti, la volta. Solo tenebra, intorno a lei, da tutte le parti. Tentò di aprire gli occhi ma non ci riusciva. La tenebra penetrò nel suo cervello, lei perdette a poco a poco conoscenza. Oh, Dio mio, dammi la forza, pensò, dammi il potere.
Cominciò a scivolare giù lungo la parete di una fossa gigantesca, affondando in una tenebra più fitta che mai. Tentò di fermarsi ma non ci riuscì. La sensazione era fisicamente precisa: sentiva il suo corpo scivolare giù, più giù, e la parete della fossa aveva qualcosa di adesivo che impediva al suo corpo di precipitare nel vuoto, ma non tanto da trattenere quella inesorabile discesa verso la tenebra sottostante. La tenebra che l’attendeva laggiù aveva un carattere, una personalità. È lui, ella pensò. Lui aspetta me.
Oh, mio Dio, lui aspetta me!
Si ribellò; si difese; pregò i suoi spiriti protettori, i suoi spiriti maestri; tutti coloro che l’avevano aiutata in passato. Impedite che io cada fino in fondo, li implorava. Prendetemi per mano e ritiratemi su. Ve lo chiedo in nome di Dio padreterno. Aiutatemi, aiutatemi!
D’un tratto, si ritrovò di nuovo in camera sua, la fossa era scomparsa. Dormiva, eppure era sveglia. Sapeva di giacere a letto, priva di conoscenza; ma di questo aveva coscienza. Udì una porta aprirsi e richiudersi. Era la porta della sua camera, o una porta immaginaria nella sua mente? Sapeva solo che i suoi occhi erano chiusi, serrati; che dormiva, e pure era desta. Udì dei passi avvicinarsi.
Vide una figura. A occhi chiusi, la vedeva avvicinarsi come una sagoma nera. Se l’immaginava? Quella figura era nella stanza, o nel suo cervello soltanto?
Si fece accanto al letto e sedette sulla sponda: ella sentì il materasso cedere un po’ sotto il suo peso. D’un tratto capì che era Daniel, e un gemito l’avviluppò tutta. Era un gemito vero, emesso dalle proprie labbra, oppure era un gemito da lei pensato per esprimere lo sgomento che provava? Non poteva essere lui. Lui riposava in pace. Lei e Fischer avevano composto la sua salma in una tomba consacrata. Non poteva essere tornato. Era impossìbile. Addormentata, sveglia, lo vedeva seduto sulla sponda del suo letto, una figura in nero. La stava guardando? C’erano occhi in quella testa nera?
«Siete voi?» ella chiese. Udì la propria voce ma non sapeva se foste reale o immaginaria.
«Sono io.»
«Perché?» ella domandò, pensò. «Avreste dovuto procedere per la vostra strada.»
«Non posso.»
Ella tentò di risvegliarsi, uscire da quel limbo fra il sonno e la veglia. «Dovete andare» disse. «Siete stato dimesso da questo carcere.»
«Non è la libertà che cerco.»
«E allora che cosa cercate?» Ella intensificò i suoi sforzi per sciogliersi dal sonno. Prima che fosse troppo tardi.
«Lo sapete che cosa cerco» egli disse.
E d’un tratto ella lo seppe. Fu come un vento freddo, che le gelò il cuore. «Voi dovete andare per la vostra strada» ella disse.
Ma il suo interlocutore ribatté: «Voi lo sapete, cosa dovete fare».
«No. No.»
«Altrimenti non potrò andarmene via.»
«No!» ella gridò. Svegliati! pensò.
Daniel disse: «Allora dovrò uccidervi, Florence».
Due mani gelide si serrarono intorno alla sua gola. Florence gettò un grido nel sonno. Lottò, affondò le unghie in quelle mani. D’un tratto si trovò sveglia. Le mani l’avevano lasciata. Cominciò a tirarsi su. Poi restò immobile, come pietrificata di spavento. Il cuore le galoppava nel petto.
Udì un rumore accanto a lei sul letto: un suono misterioso, metà umano, metà animalesco, un suono liquido, strano, pazzesco. Che cos’era? Lentissimamente Florence volse gli occhi. La porta del bagno era socchiusa e una striscia di luce mitigava l’oscurità della camera.
Era il gatto.
I loro sguardi si incontrarono. Gli occhi del gatto mandavano scintille, erano pazzi. La bestiola seguitava a produrre quel suono tremulo, innaturale, in gola. Ella allungò una mano. «In nome di Dio» sussurrò.
Con uno gnaulìo selvaggio, il gatto le saltò alla faccia. Florence si gettò all’indietro, facendosi schermo con le braccia. Il gatto le fu sopra, affondò i suoi unghioni aguzzi nel braccio della donna e i dentini accumulati nella sua testa, inferocito. Ella gridò. Cercò di scrollarselo di dosso ma non ci riuscì. Il gatto le stava abbarbicato alla testa (il pelo caldo contro gli occhi e la bocca) e i suoi denti le scalfivano il cranio, e con gli artigli davanti le graffiava le braccia: quei suoni pazzi seguitavano a uscirgli dalla gola. Florence diede uno strappo e riuscì a liberare il braccio sinistro e affondò le dita nella pelliccia del gatto, cercando di tirargli indietro la testa. I dentini lasciarono la presa. Quindi il gatto cercò di azzannarle la gola. Florence si fece scudo con il braccio destro, e i denti del gatto di nuovo le si conficcarono nella carne. Ella emise un singhiozzo di dolore e di nuovo tentò di tirargli via la testa. Il gatto cominciò a raspare con le zampe posteriori. Florence lo prese per la gola e cominciò a stringere. Il gatto emise un gorgoglio, zampettando furioso, graffiandola sul petto e sullo stomaco. D’un tratto i denti mollarono la presa. Florence scagliò il gatto per terra.
Si drizzò a sedere, annaspando, per riprender fiato. Alla fioca luce che veniva dal bagno vide il gatto rimettersi ritto sulle zampe, dopo essersi ruzzolato. Ella balzò dal letto e si precipitò verso il bagno. Il gatto si avventò e le azzannò un polpaccio. La donna gettò un urlo, a momenti cadeva in terra. Cercando di riguadagnare il suo equilibrio, rovesciò il tavolinetto stile spagnolo. Afferrò il telefono, automaticamente, e vibrò un colpo con la cornetta. Si colpì al ginocchio. Singhiozzò. Vibrò ancora un colpo e stavolta raggiunse la testa del gatto. Lo colpì ancora, e ancora, stringendo i denti, sul cranio. Gli diede un calcio, si rigirò e corse verso la stanza da bagno. Il gatto, ripresosi dal calcio ricevuto, l’inseguì. Florence riuscì a varcare la soglia e richiudere la porta prima che il gatto l’azzannasse di nuovo. Il gatto andò a sbattere contro l’uscio. Cominciò a raspare furiosamente con gli unghioli.
Florence si trascinò fino al lavandino e si guardò allo specchio. Allibì, vedendo i graffi profondi sulla fronte, da cui uscivano rivoletti di sangue. Si tolse il maglione ed emise dei gemiti alla vista del suo petto e stomaco solcati da strie sanguinanti, e il reggipetto imbrattato di sangue.
Poi si guardò le braccia e il suo volto si contorse in una smorfia, osservando l’opera dei denti e degli artigli del gatto sulla sua carne. Gemendo, aprì il rubinetto dell’acqua calda. Prese un asciugatoio, lo tenne sotto l’acqua finché si fu inzuppato, poi cominciò a tamponarsi le ferite e i graffi. Si mise a piangere dal dolore, mordendosi il labbro inferiore. Le lacrime le offuscavano la vista.