Mentre si lavava le ferite, il gatto là fuori seguitava a raspare furioso contro il legno e a emettere quegli orribili suoni in gola.
ore 9.14
«È molto grossa» disse Edith.
Barrett grugnì. Infilò il piè di porco nell’interstizio fra due assi della cassa d’imballaggio. I suoi movimenti erano nervosi, eccitati. L’attrezzo gli sfuggì.
«Non strafare, adesso.»
Egli annuì. Provò all’altra estremità dell’asse. Edith non l’aveva mai visto così frenetico. «Posso aiutarti?»
Barrett scosse la testa.
Edith stette a osservarlo, inquieta, mentre lui, piegandosi in avanti sulla sedia, disfaceva l’imballaggio, schiantando alcune assi. Schiodava e accatastava i pezzi in terra. «L’hanno imballata bene, altroché» borbottò. Edith non capiva se la cosa gli facesse piacere o desse noia.
La cassa misurava tre metri per due e mezzo alla base ed era di due palmi più alta di Barrett. Che cosa conteneva? si domandò Edith. La sua macchina, sì: ma in che cosa consisteva la sua macchina? e in che modo sarebbe riuscita a esorcizzare la casa?
«Maledizione!»
Dando questa esclamazione, Barrett lasciò cadere il piede di porco e si afferrò il pollice fasciato.
Edith sussultò. «Non strafare, però.»
«Ma sì, ma sì» egli disse, impaziente. Raccolse l’attrezzo e si rimise all’opera.
«Perché non chiedi a Fischer di aiutarti?»
«Faccio da me» lui borbottò.
Edith si trasse indietro, mentre lui introduceva il palanchino fra due assi e faceva forza. «Lionel, vacci piano» gli raccomandò. «Hai un’aria come se volessi sfasciare questa cassa coi denti e le unghie!»
Barrett smise e la guardò. Il suo petto ansava e il sudore gli imperlava la fronte. Emise un suono che poteva anche sembrare divertito. «Quest’affare, vedi, è… rappresenta il frutto di anni e anni di studi in parapsicologia» disse. «Lo capisci adesso perché sono così… elettrizzato?»
«E anche tu devi capire perché sono preoccupata.»
Lui annuì. «Mi terrò a freno» promise. «Ho aspettato venti anni quindi posso aspettare due minuti di più.»
Edith si sentì sollevata. Forse, se lo faceva parlar un po’ mentre lavorava, sarebbe riuscita a non farlo affaticare troppo.
«Lionel…»
«Sì? che c’è?»
«Non dovremmo denunciare quel cadavere alla polizia?»
«Lo faremo,» lui disse «alla fine di questa settimana.»
Edith annuì e pensava intanto al prossimo argomento.
«Ma Fischer, era davvero questo grande medium?» domandò, e pensò: chissà perché proprio questa domanda m’è saltata in mente.
«Ai suoi tempi, era considerato un emulo di Home e Palladino.»
«Che cosa faceva?»
«Oh…» Barrett schiodò un’altra tavola, sul davanti della cassa, e apparve una fila di quadranti. «Le solite cose: levitazione, voci dirette, fenomeni biologici, impronte, colpi, materializzazioni… questa roba qua. Durante una seduta, fece sollevare fino al soffitto un tavolo che pesava più d’un quintale, e sei uomini non riuscivano a tirarlo giù da lassù in aria. E un’altra volta fece apparire sette facce perfettamente formate che si misero a fluttuare per la stanza. Accurati sistemi di controllo erano in funzione. E uno dei controllori, il professor Wells, il famoso chimico di Harvard, ricevette un soffio in pieno viso da una di quelle facce, e un’altra cercò addirittura di baciarlo in fronte. Mi risulta che, fino a quella sera, Wells era del tutto scettico in materia.»
«E che altro faceva?» chiese Edith, quando lui tacque.
«Oh… Un’altra volta apparve un’ombra nera in forma di uomo e si mise a camminare per la stanza a passi così pesanti da far tremare i muri. Luci verdi fosforescenti simili a grosse farfalle svolazzavano sul tavolo e si posavano sui capelli degli astanti. Un mandolino si librò a mezz’aria e suonava My Bonnie Lies Over the Ocean. Il professor Mulvaney dell’Associazione Parapsicologica di Pittsburg tenne stretta per oltre dieci minuti una mano perfettamente materializzata, completa di ossa, pelle, peli, unghie e calore animale, secondo la sua precisa descrizione. Alla fine si dissolse in meno di un secondo, mentre lui la teneva sempre stretta. Un’altra volta ancora, dalla bocca di Fischer si mise a fluire tanto di quel teleplasma con cui si formò la figura di un mandarino cinese, alto uno e ottanta, completo fino all’ultimo dettaglio. Costui parlò al gruppo di astanti per una ventina di minuti prima di ritirarsi dentro il corpo di Fischer.» Barrett aveva schiodato un’altra assicella. «E non aveva che tredici anni, Fischer, a quell’epoca.»
«Era un medium genuino, dunque.»
«Oh, sì, certo.» Barrett era adesso alle prese con l’ultima tavola. «Disgraziatamente, tutto questo appartiene al passato. Le facoltà sono come i muscoli. Se uno non le adopera, si atrofizzano anche loro.» Schiodata un’ultima assicella, si alzò in piedi, appoggiandosi al bastone. «Ci siamo» disse.
Edith si alzò e gli andò vicina. Lui stava aprendo una busta attaccata con lo scotch alla macchina. Ne tirò fuori lo schema in base al quale la macchina era stata costruita. Edith osservò il pannello dei comandi con i suoi vari manometri, pulsanti, manopole, interruttori. «Quant’è costata, a costruirla?» domandò.
«Direi, più di settanta mila dollari.»
«Mio Dio!» Edith osservò ancora i vari quadranti. «REM» mormorò, leggendo queste lettere su una targhetta sotto il quadrante più grande. I numeri su di esso andavano da 0 a 120.000.
«Cosa vuol dire REM, Lionel?»
«Te lo spiegherò poi, mia cara» egli disse, evasivo. Poi soggiunse: «Spiegherò a tutti voi quelli che sono gli scopi del Reversore.»
«Il Reversore» essa ripeté.
Egli annuì, seguitando a osservare lo schema. Poi estrasse di tasca la piccola torcia elettrica e ne diresse il sottile raggio attraverso una specie di griglia sul fianco della macchina. Si accigliò, zoppicò fino al tavolo e, deposto lo schema, prese un cacciavite. S’accostò alla macchina e si mise a svitare un pannello.
Edith andò al caminetto e tese le mani alla fiamma. Ero qui, pensò, proprio in questo punto. Non ricordava assolutamente nulla prima del momento in cui quello schiaffo l’aveva ridestata e si era trovata nuda di fronte a Fischer. Rabbrividì, cercando di non pensarci.
Stava tornando presso Lionel quando arrivò Fischer tutto affannato, ed esclamò: «Dottore!» facendo dare un balzo a Edith.
Barrett si rigirò.
«Si tratta di Miss Tanner.»
Edith si irrigidì. Mio Dio, che altro è successo? pensò.
«Si è di nuovo ferita.»
Barrett fece un cenno col capo e, zoppicando fino al tavolo, prese la sua valigetta nera. «Dov’è?» chiese.
«In camera sua.»
Tutti e tre attraversarono in fretta il salone, Barrett in testa, arrancando sulla sua gamba zoppa. «Si è fatta molto male?» domandò.
«Ha graffi dapperttutto… morsi… lacerazioni.»
«Come è successo?»
«Non so. Il gatto, credo.»
«Il gatto?»
«Ero andato a portarle qualcosa da mangiare. Siccome non rispondeva, ho aperto la porta. In quell’attimo il gatto è sfrecciato via ed è scomparso.»
«E Miss Tanner?»
«Era chiusa nel bagno» disse Fischer. «Dapprima non voleva uscirne. E quand’è venuta fuori…» S’interruppe, con una smorfia.
Quando arrivarono in camera di Florence, questa giaceva sul letto. Apri gli occhi, volse il capo al loro ingresso. Edith gettò un’esclamazione, colpita. La pelle della medium era pallida come la cera, c’erano profondi segni di morsicature sulla sua testa con sangue coagulato intorno, graffi sulle guance e sul collo.