Barrett depose la valigetta sul letto, si sedette sulla sponda. «Si è disinfettata?» domandò, esaminando le ferite.
Ella scosse il capo. Barrett aprì la valigetta e ne tolse una boccetta e un pacco di ovatta. Osservò gli squarci sul maglione della donna. «Anche sul corpo?»
Ella annui, con gli occhi pieni di lacrime.
«Si tolga il maglione, allora.»
«Mi sono lavata.»
«Non basta. Bisogna disinfettare.»
Florence gettò un’occhiata a Fischer. Senza dire una parola lui si volse e si diresse verso l’altro letto, vi si sedette, volgendo la schiena agli altri.
Florence cominciò a togliersi il maglione. «Aiutala, Edith» disse Barrett.
Edith si fece accosto al letto, e il suo viso si contrasse in una smorfia alla vista di quei graffi sul petto e sullo stomaco della medium, di quelle morsicature sulle sue braccia. Le sciolse il gancio del reggiseno, poi si ritrasse, mentre Florence se lo sfilava. Anche le mammelle erano coperte di graffi.
Barrett svitò il coperchio della boccetta. «Questo le farà male» disse. «Vuole della codeina?»
Florence scosse la testa. Barrett intinse un po’ di ovatta nel liquido della boccetta e cominciò a tamponare una ferita sulla fronte di Florence. Questa emise un mugolio e chiuse gli occhi. Le lacrime premevano sotto le palpebre. Edith non resistette a quello spettacolo. Si volse e guardò Fischer. Questi stava fissando la parete.
Trascorsero alcuni minuti, in cui si udirono solo i mugolii e i gemiti di Florence e ogni tanto qualche esortazione di Barrett. Quando ebbe finito, questi ricoprì il petto della medium con un lenzuolo. «Grazie» le disse. Edith si volse.
«Il gatto mi è saltato addosso» disse Florence. «Era indemoniato, posseduto da Daniel Belasco.»
Edith guardò suo marito. La sua espressione era imperscrutabile.
La medium tentò di sorridere. «Lo so, lei pensa che…»
«Non importa poi molto quel che io penso, Miss Tanner» l’interruppe Barrett. «Quel che importa è che lei ne è uscita malconcia.»
«Roba da poco.»
«Non direi. Senta, Miss Tanner, secondo me sarebbe consigliabile che lei se ne andasse, anziché Mister Fischer.»
Edith guardò Fischer che si era voltato di scatto.
«No, dottore.» E Florence scosse il capo. «Non credo che ciò sarebbe affatto consigliabile.»
Barrett guardò la medium per qualche minuto prima di parlare ancora. «Il signor Deutsch non lo verrà a sapere» disse.
Florence apparve confusa.
«Voglio dire…» Barrett esitò «… che lei ha già dato il suo contributo all’impresa.»
«E quindi mi sarei già guadagnata la mia parte?»
«Io sto solo cercando di aiutarla, miss Tanner. Non si offenda.»
Florence fece per rispondere, ma si trattenne. Distolse lo sguardo, poi tornò a guardare Barrett. «Va bene,» disse «ammetto che lei abbia ragione. Ma non intendo andarmene di qui.»
Barrett annui. «Sta bene. Spetta a lei decidere, naturalmente.» Fece una pausa, poi soggiunse: «Ritengo però mio dovere tornare ad avvertirla, che lei farebbe meglio a lasciare il campo finché è in grado di farlo. Donna avvisata, mezzo salvata». Fece un’altra pausa, poi: «L’avverto anche che, se riterrò che la sua vita sia in pericolo, provvedere io a farla andar via di qua».
Florence aveva un’aria di sgomento.
«Insomma, io non intendo star là a guardare passivamente e permettere che lei divenga un’altra vittima della Casa d’Inferno» disse Barrett. Richiuse la sua valigetta. «Vieni, cara» disse a sua moglie. E si diresse verso la porta.
ore 10.43
Edith si rigirò su un fianco e guardò verso l’altro letto. Lionel stava dormendo. Non avrei dovuto permettergli di affaticarsi intorno a quella cassa, pensò. Sarebbe stato meglio chiedere a Fischer di aprirla.
Prima di addormentarsi, Lionel le aveva detto: «Florence Tanner a questo punto è tanto ansiosa di dimostrare la veridicità della sua tesi ch’è pronta a sacrificare anche la sua integrità fisica, pur di arrivarci».
Poi aveva soggiunto: «Una dissociazione della psiche che determina modifiche nell’io: questa è la causa di fondo dei fenomeni medianici. Io non lo so se un Daniel Belasco sia mai esistito o meno: ma la persona con cui Miss Tanner afferma di essere in contatto altri non è che un suo alter ego, una parte scissa della sua stessa personalità».
Ripensando a quelle parole, Edith sospirò, si rigirò sulla schiena. Se solo fosse riuscita a capire quel che Lionel capiva. Lei, per lei, non riusciva a vedere al di là di quegli orribili graffi che Florence diceva che il gatto le aveva procurato. Come, come avrebbe potuto procurarseli da sé, anche inconsciamente?
Si levò a sedere sul letto, ne scivolò fuori con le gambe. Stette un momento a contemplare le scarpe, prima di infilarci dentro i piedi. Si alzò. Andò presso il tavolino ottagonale e guardò il manoscritto. Passò un dito sul frontespizio. E intanto pensava: Ma che male può farmi? Era ridicolo, il terrore che essa provava per le bevande alcoliche. Sì, è vero, suo padre era un ubriacone e questo aveva reso desolata la sua infanzia. Ma non era una buona ragione per condannare i liquori in blocco. Ora avrebbe avuto voglia di berne appena un goccio, per rilassarsi.
Andò all’armadio e ne aprì lo sportello. Prese la bottiglia di brandy e uno dei bicchierini d’argento e li andò a deporre sul tavolo. Prese un fazzolettino di carta e pulì l’orlo del bicchiere, prima di versarci del brandy fino all’orlo. Il liquido era molto scuro. Ma sarà avvelenato? si chiese. Sarebbe stata una fine atroce.
Immerse un dito nel brandy, e poi se lo leccò. Ma se ne sarebbe accorta, caso mai fosse stato avvelenato? La lingua le bruciò. Inghiottì nervosamente. Il calore si sparse delicatamente sui tessuti della gola. Edith avvicinò il bicchiere al naso. L’aroma è buono, si disse. Come poteva essere avvelenato? Certo qualcun altro ne aveva già bevuto.
Bevve un piccolo sorso. Chiuse gli occhi. Il liquore le scese piacevolmente in gola, dopo averle scaldato la bocca. Emise un mugolio di piacere quando il brandy raggiunse il suo stomaco e vi diffuse il suo calore. Bevve un altro sorsetto. È quel che ci voleva, pensò. Non diventerò mica una ubriacona solo per sorseggiare un po’ di brandy ogni tanto. Si avvicinò alla sedia a dondolo, esitò un momento, poi vi si sedette. Si mise comoda e, chiusi gli occhi, scolò tutto il bicchiere a piccoli sorsi.
Quando l’ebbe vuotato, riaprì gli occhi e guardò verso la tavola. No, no, pensò. Uno era abbastanza. Si sentiva rilassata, adesso. E non desiderava altro. Sollevò il bicchiere d’argento e ne osservò l’intricata lavorazione. Forse porterò con me un piccolo souvenir, quando ce n’andremo di qui, pensò. Sorrise compiaciuta: era un buon segno se faceva progetti per il futuro.
Pensò a Fischer. Devo chiedergli scusa, si disse, per averlo evitato così sgarbatamente stamattina. E devo ringraziarlo per avermi salvato la vita. Rabbrividì al pensiero dell’acqua morta dello stagno. Si alzò e, un pochino malferma sulle gambe, attraversò la stanza. Aprì la porta, uscì sul corridoio, richiudendo la porta alle sue spalle più piano che poteva.
Un’onda di terrore l’investì, per un attimo, allorché si rese conto di trovarsi sola per la prima volta da quando erano entrati in quella casa. Ma si burlò di se stessa: era sciocco aver paura. Lionel era a pochi passi da lei, oltre quella porta.
Si diresse verso la porta di Fischer. Stava forse commettendo un errore? si chiese. Ma no, ma no, rispose a se stessa. Devo chiedergli scusa e devo ringraziarlo. Chissà se è in camera, pensò.