Bussò alla porta di Fischer e attese. Non rispose nessuno, non udì alcun rumore dall’interno. Dopo un po’ bussò di nuovo, e di nuovo nessuna risposta. Edith girò la maniglia e spinse la porta. Cosa sto facendo? pensò. Non poteva fermarsi. Aprì la porta e guardò dentro.
La camera era più piccola di quella occupata da lei e suo marito. C’era solo un letto, sormontato da un massiccio baldacchino. Sulla destra c’era un tavolo con sopra un telefono e un portacenere. Edith osservò il portacenere: era colmo di cicche. Fuma troppo, pensò.
Si inoltrò nella stanza. Sul tavolo c’era la valigia di Fischer, aperta. Edith vi guardò dentro. Vide alcune magliette e una stecca di sigarette, aperta. Inghiottì saliva. Allungò una mano…
Si rigirò di scatto, con un piccolo grido.
Fischer stava sulla soglia e la guardava.
Per un tempo che le parve eterno i loro sguardi restarono fissi l’uno nell’altro. A Edith il cuore batteva forte forte. Ella avvertì una vampata di calore sul viso.
«Che c’è, signora Barrett?»
Ella tentò di riprendere il controllo di se stessa. Che cosa penserà di me? si chiedeva. Poi riuscì a dire: «Ero venuta a ringraziarla».
«Ringraziarmi?»
«Per avermi salvato la vita iersera.»
Istintivamente si trasse indietro, allorché Fischer mosse qualche passo verso di lei.
«Non avrebbe dovuto allontanarsi da suo marito» le disse.
Ella non sapeva cosa rispondere.
«Si sente bene?»
«Sì, certo.»
Fischer la guardò attentamente. «Adesso ritorni in camera sua, è meglio» disse.
Si scansò per lasciarla passare. «Provi a legarsi per un polso al letto, la sera» le consigliò.
Edith annuì. Lui la seguì pel corridoio, l’accompagnò fino in camera sua. Ella si volse e disse: «Grazie».
«Non si allontani da suo marito, un’altra volta» egli le disse. «Non dovrebbe mai…»
Si interruppe. Si chinò in avanti, come per darle un bacio. Edith sussultò; si trasse indietro.
«Ha bevuto?» lui le chiese.
Ella si irrigidì. «Perché?»
«Non è prudente bere, in questo posto. Non è prudente perdere l’autocontrollo.»
«Io non ho perso il controllo di me stessa» ella disse, con una certa asprezza nel tono della voce, urtata. Si volse ed entrò in camera sua.
ore 11.16
Florence diede un sobbalzo, quando udì bussare alla porta. «Avanti!»
Entrò Fischer.
«Ben…» E tentò di sollevarsi.
«Resti, resti giù» lui le disse. Si avvicinò al letto. «Vorrei parlarle.»
«Si accomodi» lei disse. «Si sieda qui accanto a me.»
Fischer sedette sulla sponda del letto. «Mi dispiace che lei soffra tanto.»
«Passerà.»
Egli annuì, poco convinto. Poi la guardò in silenzio. Florence gli sorrise. «E allora?» chiese.
Egli si fece animo e le disse: «Sono d’accordo con il dottor Barrett. Penso che lei dovrebbe andarsene via».
«Ben…»
«Sarà ridotta a pezzi, Florence. Non se ne rende conto?»
«Non penserà che sia io stessa a farmi male così?»
«No, non lo penso» lui rispose. «Ma non so neanche chi le combina questi scherzi. Lei dice che si tratta di Daniel Belasco. Ma se si sbagliasse? Se qualcuno la traesse in inganno?»
«In… inganno?»
«C’era anche una medium, qui, con noi, nel 1940. Si chiamava Grace Lauter. Costei si convinse che la casa era infestata da due sorelle. E addusse molte prove a dimostrazione di questa sua tesi. Ma il solo guaio era che si ingannava. E si sgozzò con le sue stesse mani il terzo giorno di permanenza qui.»
«Però Daniel Belasco esiste davvero. Abbiamo trovato la sua salma. Abbiamo trovato l’anello col suo monogramma.»
«E lo abbiamo anche sepolto. Allora perché non riposa in pace?»
Florence scosse la testa. «Non lo so.» La voce le tremò. «Non lo so proprio.»
«Mi dispiace.» Le toccò una mano. «Non sto cercando di coglierla in fallo. Mi preoccupo per lei, ecco tutto.»
«La ringrazio, Ben.» Dopo qualche minuto gli sorrise. «Benjamin Franklin Fischer» disse. «Chi le ha messo questo nome?»
«Mio padre. Era un grande ammiratore di Benjamin Franklin, l’inventore.»
«Mi parli di lui.»
«Non c’è niente da dire. Piantò mia madre quando io avevo due anni. Non lo biasimo mica. Lei deve averlo fatto diventare matto.»
Il sorriso di Florence svanì.
«Era una fanatica» continuò Fischer. «Quando io, a nove anni, diedi segni di possedere virtù medianiche, ella dedicò la sua vita a esse.» Il suo sorriso era mesto. «E anche la mia vita.»
«Lo rimpiange?»
«Lo rimpiango, sì.»
«Davvero, Ben?» Lo guardò, profondamente impensierita.
Fischer sorrise, d’un tratto. «Ha detto che mi avrebbe raccontato della sua carriera a Hollywood, una volta sistemati.» Il suo sorriso si fece agro. «Non è che ci siamo molto sistemati, però.»
«È una lunga storia, Ben.»
«Ma il tempo non ci manca.»
Lo guardò in silenzio. «Va bene» disse alfine. «Gliela racconterò in breve.»
Fischer attese, guardandola.
«Forse ne avrà anche letto sui giornali» disse Florence. «Le cronache mondane se ne occuparono molto, a quel tempo. E Confidential pubblicò perfino un lungo articolo sulle riunioni spiritiche che si tenevano in casa mia. Ma avevano l’aria di alludere a ben altro, però.»
Poi seguitò: «Ma non c’era niente sotto, Ben. Era tutto esattamente come io dichiaravo che fosse, in realtà. Eppoi sui giornali facevano tante insinuazioni sul mio conto. Scrìvevano che non mi ero mai sposata perché volevo “correre la cavallina”. Non era vero. Non mi sono mai sposata perché non ho mai incontrato l’uomo che avrei voluto sposare».
«Come divenne attrice?»
«Mi piaceva recitare. Quand’ero piccola, davo delle recite per i miei genitori e parenti. Più tardi, feci parte della filodrammatica della scuola. In seguito frequentai un corso di arte drammatica e mi diplomai. Tutto andò abbastanza liscio per me. Succede, qualche volta. Con l’aiuto di Dio e d’un po’ di fortuna, feci carriera.» Sorrise, con una punta di rimpianto. «Oh, non che abbia mai fatto furore. Avevo successo, ma niente di speciale. Non mi applicavo forse abbastanza. Tuttavia me la cavavo bene. Vede, avevo avuto un’infanzia felice, io. Non avevo un oscuro passato, né cicatrici di ferite riportate da piccola. I miei genitori mi amavano, io amavo loro. Erano spiritualisti. Così anch’io divenni spiritualista.»
«Era figlia unica?»
«Avevo un fratello. David. Morì quando io avevo diciassette anni. Di meningite.» Ripensò al suo passato. «Fu quello l’unico vero dolore della mia vita.»
Di nuovo sorrise. «I giornali scrissero che lasciai Hollywood perché ormai la mia carriera volgeva “al tramonto”, come suol dirsi, e che mi rifugiai nella religione, “per trovarvi conforto”. Ma non hanno mai menzionato il fatto che io ero sempre stata una spiritualista, tutta la mia vita. Anzi, fui felicissima quando la mia carriera di attrice “volse al tramonto”. Perché questo mi consentiva di dedicarmi interamente a quella che avevo sempre ritenuta la mia carriera più vera, più mia: fare la medium, soltanto la medium.»
Dopo una pausa riprese: «Ma non scappai mica da Hollywood. Né avevo paura di Hollywood. Non c’era niente di cui aver paura. È un posto come un altro, e far l’attrice è un lavoro come un altro, tutto qua. Ognuno poi è padrone di regolarsi come vuole, nella sua vita. Affar suo. Le cosiddette “influenze corruttrici” non sono più accentuate in quell’ambiente di quanto non lo siano in altri campi di attività. Non è l’ambiente che corrompe, in sé, ma tutto dipende dall’individuo, se è corruttibile».