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Rifletté un istante. «Sì, sì, ero cosciente del vuoto morale che di solito mi circondava. Sul set, ai vari ricevimenti, in mezzo alla gente del cinema, avvertivo sempre un nonsoché di malsano nell’aria.» Sorrise, ricordando. «Una sera, appena andata a letto, dopo aver recitato il pater noster, come faccio sempre, mi accorsi, retrospettivamente, che avevo cambiato le parole della preghiera, senza badarci lì per lì: “Padre nostro che sei a Hollywood…”. E così via.» Scosse la testa, divertita. «Di lì a un mese piantai Hollywood e mi trasferii a Nuova York, per restarci.»

Fischer fece per dire qualcosa, ma s’interruppe perché, in lontananza, da qualche parte, sentì il gatto miagolare. Fine del piacevole intervallo, pensò. Florence sbigottì. «Quel disgraziato!» Fece per tirarsi su.

Fischer la risospinse sul cuscino. «Vado io a vedere.»

«Ma…»

«Lei si riposi» le disse, alzandosi.

«Prima di andare, mi passa quella borsetta?»

Fischer andò a prendergliela. Florence l’aprì e ne trasse un medaglione, e glielo porse. Fischer lo prese. C’erano incise queste parole: ABBI FEDE.

«Se uno ha fede, trova in se stesso tutto ciò che occorre» ella disse.

Egli fece per renderglielo. «No, lo tenga pure» lei disse. «È un mio regalo per lei, con amore.»

Fischer ebbe un sorriso forzato. «Grazie.» Lasciò scivolare il medaglione in tasca. «Ma per me va tutto bene. Si preoccupi piuttosto per se stessa.»

«Dopo essermi un po’ riposata vorrei tener seduta. Mi fa compagnia?» gli chiese. «Devo mettermi in contatto con Daniel Belasco e la via più breve è andare in trance. Ma non vorrei essere sola.»

«Sicché, non intende andar via di qua?»

«Non posso, Ben, lo sa che non posso.» Fece una pausa. «Terrà seduta con me?»

Fischer la guardò, a disagio. Infine annuì. «Sta bene.»

Uscì dalla stanza senza aggiungere altro.

ore 12.16

L’acqua gli dava refrigerio: scorreva fresca sul suo viso, lungo il corpo, mentre lui nuotava. Sì, la scottatura sul polpaccio, dove la pelle si era contratta, gli faceva alquanto male, quando batteva i piedi. E anche il dolore al pollice si intensificava a ogni bracciata. Ma non intendeva rinunciare alla sua nuotata. Ne ho bisogno, pensava. Sono stato quasi una settimana senza poter fare il bagno in piscina.

Giunse dove si toccava e si fermò, sorreggendosi al bordo con la mano sinistra. Edith sedeva su una panca presso la porta che comunicava col bagno turco. «Non affaticarti» gli disse.

«Sta’ tranquilla. Farò un paio di vasche, poi basta.»

Si rimise a nuotare. A occhi chiusi ascoltava lo sciacquio prodotto dai suoi ritmici movimenti.

Si chiedeva fino a che punto l’atmosfera di quella casa fosse nociva per Edith. Quando si era svegliato, dianzi, aveva cercato di far piano, alzandosi, per non svegliare anche lei. Edith però aveva immediatamente aperto gli occhi. E il suo alito sapeva di alcol, se n’era accorto subito. Eppoi sul tavolino aveva visto la bottiglia di brandy, col bicchiere accanto. Essa gli aveva detto di aver bevuto un bicchierino per rilassarsi. Aveva trovato il liquore nell’armadio. Lui aveva rimesso la bottiglia al suo posto. Le aveva fatto presente che aveva corso un brutto rischio, a bere quella roba. Lei gli aveva promesso di non toccarne più una goccia.

Barrett completò la vasca e compì una virata, si rimise a nuotare in senso opposto. E pensava: domani sera saremo fuori di qui. Sì, se il Reversore funzionava come previsto, ce l’avrebbero fatta, a sloggiare l’indomani prima di notte. Sorrise. Chissà, si chiese, se Edith se l’immagina in che modo il Reversore riuscirà a mutare, da così a così, l’atmosfera di questo luogo.

Giunto dove si toccava, si fermò, si mise in piedi, mugolando perché l’aria era più fredda dell’acqua. Edith lo aiutò a salire i gradini per uscire dalla vasca e gli avvolse le spalle in un asciugatoio. «Ti va di venire con me nel bagno turco, per un paio di minuti?» le domandò.

Essa annuì, porgendogli il bastone.

«Credo che mi farà bene» disse Barrett.

«Sì, certo. Vai.» Edith gli tenne aperto il battente.

«È meglio che tu ti tolga il vestito» egli le disse.

«Sta bene.»

Barrett gettò l’asciugatoio sulla panca di legno ed entrò nel bagno turco, claudicando, mentre Edith lasciava richiudersi il battente con un tonfo. Emise un mugolio di piacere al contatto del suo corpo con quell’umido vapore caldo. Tentoni nella foschia trovò un sedile. Era caldo da scottare. Allora si diede a battere intorno col bastone, finché non trovò l’idrante. Quindi ne seguì il percorso, tastando con una mano, fino alla parete e qui girò la manopola del rubinetto. Un getto d’acqua fredda sgorgò dalla bocca dell’idrante. Barrett diresse quel getto sul sedile, quindi vi si sedette, e posò il suo bastone. Si calò le mutandine da bagno, laboriosamente se le sfilò di dosso.

Guardò verso la porta. Edith impiega molto tempo, pensò, accigliandosi. Non gli andava di alzarsi in piedi di nuovo. E tuttavia non poteva lasciarla sola per più di qualche secondo.

Stava per rialzarsi in piedi quando distinse la sua sagoma nel vano della porta. Si era tolta tutti gli indumenti, e questo lo sorprese. La porta si richiuse. Egli disse: «Sono qui». Bisognava cambiare la lampadina, metterne una più luminosa, si disse. Quella che c’era era troppo fioca oppure troppo sporca. O forse le due cose insieme.

Edith si inoltrò cautamente nel locale offuscato dal vapore. Diede un’esclamazione quando passò sul getto d’acqua fredda. Barrett tirò a sé l’idrante e raffreddò il sedile accanto al suo. Alcuni schizzi freddi lo investirono, e fece una smorfia. Poi gettò in terra l’idrante. Edith sedette accanto a lui. Barrett l’udiva respirare irregolarmente. Cercava di non aspirare il vapore caldo, di filtrarlo attraverso i denti serrati. «Come va?» lui le chiese.

Edith tossì. «Non sono mai riuscita ad abituarmi a respirare in un bagno turco.»

«Prova a bagnarti la faccia con acqua fresca.»

«Va bene così.»

Barrett chiuse gli occhi, abbandonandosi alla piacevole sensazione del vapore che gli permeava la carne. Sobbalzò lievemente allorché la mano di Edith si posò sulla sua gamba. Lui ci mise sopra la sua. Dopo un paio di minuti, lei si sporse e lo baciò su una guancia. «Ti amo» gli disse.

Barrett le circondò le spalle con un braccio. «Anch’io ti amo» le disse. Lei lo baciò di nuovo sulla guancia, poi sull’angolo della bocca. Lui sentì un rimescolio per tutte le membra, quando le labbra di sua moglie si premettero sulle sue. Baciandolo, lei muoveva un po’ la testa. Egli riaprì gli occhi quando sentì una carezza sullo stomaco. Edith? pensò.

Dopo qualche minuto, la donna si pose a cavalcioni su di lui, senza staccare le labbra dalle sue. Lui sentiva il pancino di lei premere contro il suo ventre. Poi la mano di lei scese giù e gli impugnò l’organo sessuale, cominciando a strofinarselo sulla pelle. Il respiro di Barrett si fece affannoso. L’aria calda gli bruciava la gola e il petto. Emise un mugolio di stupore allorché i denti della donna gli mordicchiarono il labbro inferiore. Il suo fiato sapeva di brandy.

Poi gli passò le labbra sulla guancia, leccandogli la pelle. «Fallo venir duro» gli sussurrò all’orecchio. La sua voce aveva un timbro strano, quasi selvaggio. Barrett trattenne il fiato allorché lei gli afferrò una mano, quella ferita, e se la portò sul seno. Lui la ritrasse, non potendone più dal dolore che si era risvegliato nella ferita. «Oh no!» lei esclamò, imperiosa, e gli afferrò di nuovo la mano.

«Il mio pollice!» lui gridò. Il dolore era così atroce che la vista gli si appannò. Riusciva a malapena a respirare, l’aria surriscaldata gli avvampava i polmoni. Edith non parve neanche udirlo. Gli agguantò il membro virile, e gemeva così forte che a Barrett il cuore balzava dal petto. «Per amor di Dio, fallo venir duro!» ella gridò. E di nuovo gli prese le labbra, premendo con la lingua, avidamente.