Barrett non riusciva a respirare. Mezzo soffocato, trasse indietro la testa, che urtò contro il muro. Gettò un grido di dolore, la sua faccia si contorse. Edith ricadde su di lui, scoppiando in singhiozzi. Barrett cercò di riprender fiato. «Edith» ansimò.
Ella si riscosse, si alzò in piedi, gli volse le spalle. «No…» borbottò lui, allungando una mano verso di lei, frastornato. Sentì una corrente d’aria dalla porta che si apriva, intravide la sua sagoma nel vano. Poi la porta si richiuse con un tonfo.
Con una smorfia, lui si piegò cercò tentoni l’idrante. Si annaffiò il viso con dell’acqua fredda, respirando attraverso i denti stretti. Mio Dio, pensava, ma che le è successo? Sì, lo sapeva che la rinuncia ai rapporti sessuali doveva averle nuociuto, sì, però non aveva mai dato prova di tanto desiderio, prima d’ora. Questa casa, pensò, l’atmosfera di questa casa agisce su di lei. Si alzò e, appoggiandosi al bastone, mezzo intontito, si diresse verso l’uscita, a passi faticosi, arrancando, e sentiva il calore aumentare, il vapore avvampargli la faccia. La lampadina, lassù, era quasi del tutto sparita, se ne distingueva appena un fioco barlume nel vapore fattosi man mano più denso e soffocante. Barrett raggiunse la porta e cercò la maniglia. La trovò. Strinse le dita intorno al pomo, e spinse. La porta non si apriva. Spinse più forte. La porta resistette. I tratti del suo volto si irrigidirono. Stringendo la maniglia più forte che poteva, spinse di nuovo.
La porta non cedette.
Provò un senso di sbigottimento. Ma lo scacciò. Chiamò: «Edith!». E batté sulla porta col palmo della mano sinistra. «Edith! La porta si è incastrata!»
Non ottenne nessuna risposta. Mio Dio, non sarà mica andata di sopra? pensò, d’improvviso atterrito. Sforzò di nuovo la maniglia. La porta era come incassata nell’architrave. Il legno, egli pensò, dev’essere cresciuto a causa dell’umidità che c’è qui dentro. «Edith!» chiamò ancora a gran voce. E batteva dei pugni contro il legno.
Infine udì la sua voce, debolissima: «Che c’è?».
«La porta s’è incastrata. Prova un po’ ad aprirla dalla tua parte.»
Attese. Poi udì lei accostarsi alla porta. Allora afferrò di nuovo la maniglia e tirò a sé con tutte le sue forze, mentre lei spingeva dall’altra parte.
Ma la porta tenne duro.
«E adesso cosa farai?» chiese la donna, e la sua voce era piena di spavento.
Egli pensò di usare la panca a mo’ di ariete. No, era troppo pesante. Si aggrondò. Il caldo si faceva più pesante. Meglio spegnere.
«Lionel!»
«Niente paura!» Si piegò, cautamente, su un ginocchio, perché in basso faceva meno caldo. «Sarà bene…» S’interruppe, preoccupato. No, pensò, non c’è altra maniera. Non posso mica rimanere qui. «Sarà bene che tu vada a chiamare Fischer!»
«Come?»
Lui non capì se non avesse udito o se fosse atterrita all’idea di andar sola su di sopra.
«Vai a chiamare Fischer!»
Silenzio. Sì, doveva essere atterrita. Egli gridò: «Non c’è un’altra maniera!».
Per un bel pezzo Edith non rispose. Poi disse: «Va bene. Torno subito».
Barrett rimase immobile per un poco. Sperava ardentemente che non le succedesse nulla. Nello stato in cui si trovava, coi suoi nervi, sarebbe stato un vero disastro. Si aggrondò. Non ci resisto, a questo caldo. Bisogna che spenga il vapore, si disse.
Si volse di scatto a sinistra: gli pareva di aver udito un rumore. Non c’era nulla. C’erano solo le spirali del vapore. Socchiuse gli occhi, scrutando. Il vapore era denso, biancastro e si agitava lentamente disegnando vaghe forme. Una persona incapace di controllare la propria immaginazione ci avrebbe visto ogni sorta di bizzarre figure!
Barrett mugolò. «Ridicolo.» Si rialzò e si mosse cautamente nella stanza finché non urtò con uno stinco contro la panca di legno. Si inginocchiò di nuovo, cercando il manubrio del rubinetto, sotto la panca. Non riuscì a trovarlo e strisciò lungo la panca, cercando tentoni.
S’irrigidì. Era certo di aver udito qualcosa, stavolta. Una specie di… strofinio? Barrett rabbrividì, nonostante il calore. «Ridicolo» borbottò. Seguitò a strisciare. Non c’era da stupire se quella casa aveva fatto tante vittime. La sua atmosfera era favorevole a ogni sorta di illusioni. Il rumore che lui aveva udito probabilmente proveniva proprio dal rubinetto che stava cercando con tanto affanno: ed era prodotto da una fuga di vapore, forse dovuta a eccessiva pressione. Ma intanto si faceva sempre più caldo, lì dentro.
La sua mano alla fine toccò il piccolo manubrio del rubinetto, ed egli trasse un sospiro di sollievo. Cercò di avvitarlo, ma non ci riuscì. La rotella era inceppata, evidentemente. Scacciò via i cattivi presentimenti. E, serrando i denti, afferrò il manubrio con entrambe le mani, e fece forza. «Inceppato!» pronunciò ad alta voce, come se avesse desiderato convincere qualcuno in quella stanza che non c’era nulla di sovrannaturale. Tentò ancora, con tutte le sue forze, di avvitare quella dannata manopola.
Non si spostò di un millimetro.
«Oh no.» Inghiottì saliva. L’aria calda gli strinava la gola e i polmoni. Questo non va, proprio non va, pensò. Eppure era pur sempre un fenomeno fisico. Prima s’era inceppata la porta, poi s’era inceppata la valvola d’immissione del vapore. Niente di sensazionale, dato che la casa era vecchia e gli impianti erano decrepiti. Edith sarà di ritorno con Fischer fra pochi minuti. Nella peggiore delle ipotesi, poteva coricarsi sul pavimento e annaffiarsi d’acqua fredda, finché…
Si girò di scatto. Quel rumore, di nuovo! Troppo distinto per essere immaginario. Era proprio un rumore come d’un rettile che striscia. Un serpente intorpidito che si srotola sul pavimento. I suoi muscoli si irrigidirono. Su, dai, disse a se stesso, non fare il ragazzino, adesso. Si rigirò lentamente, appoggiando la schiena alla panca e cercando di vedere attraverso la nube di vapore. Si trattava certo di qualche fenomeno, l’importante era che lui tenesse la testa a posto. Niente poteva fargli del male, in quella casa, purché non si lasciasse prendere dal panico.
Tese l’orecchio, contraendo il viso per il dolore alla mano ferita. Dopo un minuto, o anche di più, udì di nuovo quel rumore: liquido, lieve, strisciante. Immaginò della lava che cola lentamente e si spande… Rabbrividì. «Oh smettila!» ordinò a se stesso. Stava reagendo con la credulità di una Florence Tanner qualsiasi!
L’idrante! pensò d’un tratto. Se il caldo umido eccessivo ha provocato l’ispessimento del legno della porta, l’acqua fredda potrebbe sortire l’effetto contrario. Cominciò a cercare l’idrante tastoni.
Udì di nuovo quel rumore, ma stavolta non ci fece caso. I fenomeni psichici abbondano nel regno della credulità. Questa frase gli balenò nella mente. Proprio così, pensò. Inghiottì aria calda soprappensiero, e gemette per il bruciore alla gola e al petto. Ma dove diavolo era andato a finire quel dannato idrante? Le gambe gli facevano male a furia di star così a carponi.
Sentì il getto d’acqua fredda ed emise un mugolio di soddisfazione. Strisciò sul pavimento con la mano, per arrivare all’idrante.
Gettò un grido, ritirando di scatto la mano. Aveva toccato qualcosa come della calce viva. Avvicinò la mano alla faccia per cercar di vedere cosa fosse. La luce era molto fioca. Aguzzò gli occhi Il cuore gli salì in gola. C’era una sostanza gelatinosa e scura appiccicata al palmo e alle dita. Con un fiotto strozzato, si diede a strofinare la mano sulle piastrelle del pavimento. Ma che cos’era, in nome di Dio? Qualcosa ch’era filtrato dagli interstizi fra le mattonelle? O una specie di?…