Si girò di scatto, da slogarsi quasi il collo. Scrutò la nube inquieta di vapore, col cuore che gli galoppava. Di nuovo quel rumore, ma più forte: e si avvicinava a lui. Cercò di scrutare nell’oscurità. Automaticamente, si stropicciò gli occhi e così si imbrattò il viso con quella specie di calce. Emise un’esclamazione di rabbia e, con l’altra mano, si pulì. Aveva un odore vagamente familiare, quella sostanza. Ma dov’è Edith? pensò d’un tratto. Per un istante un assurdo terrore l’assalì: e se non fosse andata a chiamare aiuto bensì intendesse lasciarlo chiuso lì, per via di quel che era accaduto poco prima?
«No» mormorò. Era assurdo pensarlo. Sarà qui da un momento all’altro. Meglio avvicinarsi alla porta e aspettare. Si alzò in piedi, traballando, e si allontanò da quel rumore misterioso, che adesso gli pareva di tradurre visivamente in una gigantesca medusa, dal corpo gelatinoso, trasparente, che strisciasse applicando le ventose sul pavimento, verso di lui. «Adesso basta» mormorò, furioso con se stesso. Doveva avvicinarsi alla porta. Scrutò entro la nube di vapore, ma non capiva più da che parte fosse la porta. Il rumore riprese: un rumore flaccido…
Barrett sentì un brivido salirgli su per la schiena. No, non bisognava lasciarsi prendere dal panico. Doveva farsi forza.
Gettò un urlo: i suoi piedi affondarono in una specie di pegola calda, densa. Diede un balzo, scivolò, cadde battendo il gomito sinistro. Di nuovo gridò, al dolore lancinante che gli salì su su pel braccio. Si contorse per lo spasimo sul pavimento.
D’un tratto sentì quella sostanza lambirgli il fianco, come una gelatina riscaldata. Si scostò, dibattendosi, e una puzza l’avviluppò. Era un puzzo di marcio… era l’odore dello stagno! È arrivato fin qui! pensò, terrorizzato. Si tirò su in ginocchio. La porta… dov’era la porta? Tirò a indovinare e, alzatosi in piedi, si mosse affannosamente in quella direzione, annaspando.
Qualcosa gli sbarrò il passo: qualcosa che occupava spazio ed era vivo e che giaceva sul pavimento. Con un grido di orrore, Barrett vi incespicò. La cosa si sollevò e gli diede uno spintone che lo fece rovesciare sulla schiena: era calda e gelatinosa, fetida di putrefazione. Barrett urlò. La cosa gli passò fra le gambe, flaccida. Egli vibrò un calcio e sentì il suo piede sinistro affondare in un ammasso di muco, di fango. Colpì ancora e toccò qualcosa che pareva la polpa cotta di un enorme fungo.
D’un tratto intravide una figura informe, nerastra, scintillante, piena di protuberanze. «No!» urlò. Calciò di nuovo, dibattendosi sul pavimento, finché urtò violentemente con la schiena contro la porta. Sentì la forma viscida aderirgli alle gambe, salire su. Pazze grida di terrore gli uscivano inarticolate dalla strozza. La stanza cominciò a girare e farsi sempre più oscura. Non riusciva a togliersi di dosso quel peso, quell’ammasso glutinoso. Ne sentiva il calore insopportabile permeargli la carne.
D’un tratto la porta lo sospinse da dietro, lo spingeva proprio dentro la massa gelatinosa. Se la sentì sul viso. La bocca aperta in un urlo di orrore gli si riempì di schifosa gelatina. Sentì una corrente fredda sul fianco. Sentì due mani sollevarlo sotto le ascelle. Gli parve di udire Edith che gridava. Qualcuno prese a trascinarlo sul pavimento. Guardò su e intravide la faccia di Fischer sopra di sé, pallida, indistinta. Poco prima di perdere i sensi, Barrett vide il proprio corpo. Non c’era nulla, attaccato, nulla.
ore 12.47
Fischer bevve d’un sorso il suo caffè, stringendo la tazza fra entrambe le mani. Ancora una volta i due coniugi di Caribou Falls erano venuti e se n’erano andati senza farsi vedere.
Si trovava nel teatro, alla ricerca del gatto, quando aveva udito le grida della signora Barrett. Era corso verso il vestibolo, lì l’aveva incontrata e lei gli aveva detto, tutta spaurita, che suo marito era rimasto chiuso nel bagno turco.
Laggiù! e d’un tratto lui aveva ricordato le parole di Florence. Senza far motto, si era precipitato negli scantinati, aveva percorso il locale della piscina, dove l’eco dei suoi passi aveva rimbombato contro le pareti e il soffitto.
Aveva udito le grida di Barrett prima di arrivare alla porta del bagno turco. Si era fermato e aveva quasi fatto dietrofront. Ma in quella sopraggiungeva di corsa la signora Barrett. Non era stato capace di battere in ritirata, alla vista di lei così affranta. Allora si era scagliato con tutto il suo peso contro la porta del bagno turco, ma invano. La signora Barrett, accanto a lui, l’implorava di salvare suo marito. La sua voce era innaturalmente stridula.
Afferrata una delle panche di legno che stavano addossate alla parete, lui l’aveva manovrata a mo’ di ariete contro la porta del bagno turco. Finalmente questa aveva ceduto. Deposta la panca, lui aveva spinto il battente. Là dentro, le grida di Barrett erano cessate d’un tratto. Fischer aveva sollevato il suo corpo inerte e, con un notevole sforzo muscolare data la mole dell’uomo, lo aveva trascinato fuori dalla massa rovente di vapore. A questo punto la signora Barrett era scossa da un tremito convulso, e la sua faccia era terrea. Poi, fra tutt’e due erano riusciti a trascinare Barrett di sopra e lo avevano messo a letto. Fischer si era offerto di aiutarla a mettergli il pigiama ma la signora Barrett gli aveva risposto, con una voce appena udibile, che avrebbe fatto da sola. Lui allora era tornato al piano di sotto.
Depose la tazza e si coprì gli occhi con la mano. La sua mente era un caos, un rovello. Quante cose inspiegabili erano accadute! A cominciare dalla porta d’ingresso che, lasciata aperta, era stata trovata chiusa a chiave al loro arrivo. E poi: l’impianto elettrico che, dopo riparato, aveva fatto capricci; Florence che non era riuscita a entrare nella cappella; il grammofono che si era messo a funzionare da solo; lo spiffero d’aria fredda per le scale; il lampadario che aveva tintinnato; quei colpi battuti durante la prima seduta spiritica; Florence che d’un tratto, inspiegabilmente, era divenuta una medium fisica; quell’isterico ammonimento loro rivolto durante la seduta, affinché se ne andassero via; l’assalto degli oggetti inanimati; la signora Barrett che nel sonno si dirige verso lo stagno, che si denuda, e poi l’indomani si comporta così stranamente; i morsi sul seno di Florence; il cadavere murato; l’anello; Florence che è assalita dal gatto; e da ultimo Barrett aggredito nel bagno turco.
Fischer scosse il capo fra sé. Non quadra niente, pensò. Qui i conti non tornano affatto. Siamo a zero. Ma, intanto, Florence è ridotta a brandelli, nel fisico e nel morale. La signora Barrett non si controlla più. Barrett ha subito due violentissimi attacchi. E quanto a me…
La sua mente fece un balzo indietro nel tempo. Gli apparvero delle facce: Grace Lauter, il dottor Graham, il professor Rand. E la faccia di Fenley. Grace Lauter lavorava da sola, convinta com’era che, da sola, avrebbe risolto il mistero della Casa d’Inferno: neppure rivolgeva la parola, agli altri. Quanto a lui, Fischer lavorava insieme a Graham e Rand che però, a loro volta, si rifiutavano di lavorare insieme al professor Fenley, perché questi era uno spiritualista e non un «uomo di scienza».
Tre giorni demoralizzanti, e poi la fine. Grace Lauter si era sgozzata da sé; il dottor Graham, ubriaco fradicio, si era messo a vagare nei boschi dove era morto assiderato; il professor Rand era morto di emorragia cerebrale dopo un esperimento eseguito nella sala da ballo, su cui non era stato in grado di fornire ragguagli prima di spirare; il professor Fenley era a tutt’oggi rinchiuso in manicomio, pazzo inguaribile; e lui era stato trovato nudo sul portico, in preda all’orrore, precocemente invecchiato.
«E adesso rieccomi qua» mormorò fra sé con voce tremante. «Sono tornato.» Chiuse gli occhi, non riusciva a controllare il suo tremore. Che fare? pensava. Non ho paura di tentare, ma da che parte comincio? Un impeto di rabbia gli fece veder rosso. Afferrò la tazza e la scagliò contro il muro. È troppo complicato, accidenti! esclamò dentro di sé.