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ore 13.37

Edith batté gli occhi. Ecco che Lionel si stava svegliando. Gli mise una mano sulla sua. «Ti senti meglio?»

Lui annuì, senza sorridere. Edith cercò di controllare la propria voce. «Faccio le valigie» disse. Attese. Lionel la guardava senza espressione.

«Oggi stesso ce ne andiamo» ella disse.

«Voglio che tu vada, sì.»

Edith lo fissò. «No, ce n’andiamo entrambi, Lionel.»

«Non prima che avrò finito.»

Anche se era la risposta che s’aspettava, Edith non riusciva a crederci. Le labbra le tremarono, formulò nella mente parole che non riusciva a pronunciare.

«Tu vai a Caribou Falls» egli le disse. «E domani io ti raggiungo là.»

«Lionel, voglio che ce n’andiamo tutt’e due.»

«Edith, senti…»

«No. Non voglio sentir ragioni. Non riuscirai a convincermi. Lo vedi cosa sta succedendo. Saresti morto, laggiù, se Fischer non fosse arrivato in tempo. Saresti stato ucciso da… ma da che cosa? Da cosa? Dobbiamo andar via, prima che questa casa ci distrugga tutti. E subito, Lionel. Adesso.»

«Stammi a sentire» egli le disse. «Lo so che sei arrivata al limite della tua sopportazione, tu. Ma io no, non ancora. Non mi lascerò spaventare da quel che è accaduto al punto di abbandonare il campo. Sono venti anni che attendo qualcosa di simile. Venti lunghissimi anni di lavoro e di ricerca, e non sono affatto disposto a lasciar perdere tutto per via di… di qualcosa in un bagno turco.»

Edith lo guardò fisso, e le tempie le pulsavano.

«È stato un brutto colpo, lo ammetto» egli disse. «Un colpo terribile. Non avevo mai provato niente di simile, in vita mia. Ma non è stata opera di fantasmi. M’hai inteso, Edith? Quella non era opera di morti.»

E chiuse gli occhi. Poi soggiunse: «Ti prego. Va’ a Caribou Falls. Ti ci accompagna Fischer con la macchina. Domani ti raggiungerò».

Dopo un po’ riapri gli occhi e la guardò. «Domani, Edith. Ho aspettato venti anni, e manca appena un giorno alla dimostrazione della mia teoria. Un solo giorno ancora. Non posso tirarmi indietro ora che sono così prossimo alla mèta. Quel che è accaduto è terribile, sì, ma lo stesso non posso ritirarmi dalla partita. Non permetterò che mi si cacci via così!» Le strinse forte le mani. «Piuttosto muoio, che abbandonare la partita.»

Seguì un profondo silenzio. Edith sentiva il proprio batticuore come un lento, irregolare rullo di tamburi, nel suo petto.

«Domani» ella disse.

«Ti giuro che per domani sarà finito il regno del terrore, in questa casa.»

Ella lo guardò fisso, si sentiva perduta e inerme. In se stessa non aveva alcuna fede. Ma si aggrappava disperatamente alla sua. Che Dio ci aiuti, se ti sbagli tu, pensò.

ore 14.21

«Oh Spirito dell’Immortale Verità,» cominciò Florence «aiutaci, quest’oggi, a elevarci al di sopra dei dubbi e dei timori della vita. Apri le nostre menti alla rivelazione. Dacci occhi per vedere, orecchi per ascoltare. Benedici noi che ci adopriamo per diradare le tenebre che avvolgono il mondo.»

La luce proveniente dalla stanza da bagno stemperava appena il buio della camera. Florence sedeva sulla sedia accanto al tavolo, a occhi chiusi, con le mani in grembo, piedi e ginocchi uniti. Fischer sedeva di rimpetto a lei, su una sedia, a distanza di circa un metro e mezzo.

«La più dolce manifestazione della vita spirituale si ha» stava dicendo Florence «quando offriamo noi stessi al servizio degli spiriti. Possano essi trovarci pronti e possano, senza che alcunché turbi la nostra libertà di espressione, comunicare con noi, quest’oggi, e rivelare a noi la loro luce. E soprattutto possano impartirci la facoltà di entrare in comunicazione con quell’anima tormentata che si aggira senza requie in questo luogo depravato e vi è ancora prigioniera: Daniel Belasco.» Sollevò la faccia. «Aiutateci, assisteteci, oh spiriti angelici. Fate sì che con il vostro aiuto noi riusciamo ad alleviare le pene di quest’anima. Questo noi vi chiediamo nel nome dello Spirito Supremo e Sempiterno. Amen.»

Seguì un silenzio profondo. Fischer deglutì, e sentì la sua saliva crepitare in gola. Poi Florence cominciò a cantare: «Anime buone a noi d’intorno, proteggeteci notte e giorno. Venite al nostro soccorso, ispirate le nostre menti, guidate i nostri discorsi e i nostri movimenti».

Quando il canto finì, Florence cominciò a respirare profondamente, aspirando l’aria attraverso i denti serrati, a convulse boccate, mentre con entrambe le mani si strofinava per tutto il corpo. Ben presto la sua bocca si allentò e la sua testa cominciò a ciondolare. Il respiro era sempre affannato. Poi la medium si afflosciò sulla sedia e la sua testa oscillava qua e là. Alfine restò immobile.

Trascorsero dei minuti. Fischer cominciò a rabbrividire. Il freddo aumentava, come un’acqua gelida che sale lentamente, finché gli parve di esservi sommerso fino alla vita.

Sobbalzò: tenui chiazze di luce cominciarono ad apparire intorno a Florence. Lui ricordò una frase: fuochi di condensazione. Fissò quelle chiazze che si moltiplicavano e si facevano più grandi, sospese a mezz’aria di fronte alla medium come una galassia di pallidi soli in miniatura. Le gambe gli si erano quasi intorpidite. Presto, pensò.

Strinse le dita intorno ai braccioli della poltrona: del teleplasma cominciava a colar fuori dalle narici della medium. Quei filamenti viscosi sembravano tanti serpentelli grigiastri che s’allungavano, via via. Poi si unirono a formare un tessuto. Fischer osservava in silenzio, con la bocca secca. Il teleplasma cominciò a coprire come un velo il volto della medium. Fischer abbassò gli occhi poi li chiuse addirittura.

Un forte odore di ozono gli penetrò nelle narici, pareva di essere in un gabinetto eccessivamente disinfettato col cloro. Fu costretto a riaprire gli occhi e guardò. Una smorfia gli contrasse il viso. Il teleplasma aveva coperto tutta la testa di Florence, come se essa l’avesse infilata in un sacco umido e nebuloso. Ma a poco a poco questa massa informe, come se fosse modellata da un invisibile scultore, veniva assumendo l’aspetto di una maschera: ecco le orbite degli occhi, ecco il rilievo del naso, i buchi delle narici, le orecchie, la linea della bocca. In meno di un minuto fu completa: era la faccia di un giovane, dai capelli neri, molto bello, dall’espressione mesta.

Fischer si schiarì la gola. Il suo batticuore pareva irreale. «Hai il dono della favella?» domandò.

Gli rispose un suono gorgogliante, simile a un rantolo di agonia. Fischer sentì aggricciarglisi la pelle. Dopo mezzo minuto quei rantoli cessarono e fu di nuovo silenzio.

«Puoi parlare adesso?» domandò Fischer.

«Posso, sì.» La voce era indubbiamente maschile.

Fischer esitò. Poi chiese: «Chi sei?».

«Sono Daniel Belasco.» Le labbra non si muovevano, tuttavia la voce proveniva da quel pallido viso di uomo.

«Era il tuo corpo, quello che abbiamo trovato stamattina in cantina, nel muro?»

«Sì, il mio.»

«Ti abbiamo dato sepoltura, fuori di qui. Perché ti aggiri ancora in questa casa?»

«Non posso allontanarmene.»

«Perché?»

Non ci fu alcuna risposta.

«Perché?»

Nessuna risposta.

Fischer si torse le mani. «Hai avuto a che fare con l’assalto subito da Mister Barrett nel bagno turco, poc’anzi?»

«No.»

«E allora chi è stato?»