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Non ci fu risposta.

«Sei stato tu ad attaccare il dottor Barrett nella sala da pranzo, ieri sera?»

«Non sono stato io.»

«E chi è stato?»

Silenzio.

«Sei stato tu a mordere Miss Tanner stamattina?»

«Non sono stato io.»

«Chi è stato?»

Silenzio.

«Sei stato tu a indemoniare il gatto che l’ha aggredita?»

«Non sono stato io.»

«E allora chi è stato?»

Silenzio.

«Chi è stato, dunque?» insistette Fischer. «Chi ha assalito il dottor Barrett? Chi ha morsicato Miss Tanner? Chi ha fatto indemoniare il gatto?»

Silenzio.

«Chi?» domandò Fischer.

«Non posso dirlo.»

«Perché no?»

«Perché non posso.»

«Ma perché?»

Silenzio.

«Devi dirmelo. Chi ha assalito il dottor Barrett prima a tavola e poi nel bagno turco? Chi ha morso Miss Tanner? Chi ha indemoniato il gatto?»

Udì quel respiro farsi affannoso.

«Chi?» insisté.

«Non posso…»

«Devi dirmelo.»

La voce si fece implorante. «Non posso…»

«Chi?»

«Non posso dirlo.»

«Chi?»

«Per favore…»

«Chi?»

Si udì come un singhiozzo.

«Lui» disse alfine la voce.

«Lui chi?»

«Lui.»

«Chi?»

«Lui. Lui!»

«Chi?»

«Lui!» gridò la voce. «Il gigante. Lui! Mio padre! Mio padre!»

Fischer si irrìgidi. Tutto fu silenzio. La faccia cominciò a perdere forma, il teleplasma si andava sciogliendo. Poi prese a rifluire entro le narici di Florence. Man mano che svaniva, Florence emetteva gemiti di sofferenza. In sette secondi, era sparito tutto.

Fischer sedette immobile per quasi un minuto, poi si alzò in piedi. Si sentiva intorpidito. Si diresse nella stanza da bagno. Riempì un bicchier d’acqua. Tornò di là in camera col bicchiere in mano. Stette immobile presso la sedia della medium, finché questa tornò in sé e aprì gli occhi.

Le porse il bicchiere, ch’essa vuotò in un solo sorso. Fischer andò ad accendere la luce.

Si sedette pesantemente sulla sedia di faccia a lei.

«È venuto?» ella chiese.

Lui le raccontò tutto. L’espressione della donna si fece intensa. Era molto eccitata.

«Belasco» pronunciò. «Naturalmente. Avremmo dovuto capirlo da noi.»

Fischer non rispose niente.

«Daniel non mi avrebbe torto un capello. Non avrebbe mai fatto del male al dottor Barrett, lui. Lo sapevo che non poteva essere Daniel, nonostante l’evidenza in contrario. Lo sentivo che non era possibile. Daniel è una vittima, anche lui, una vittima di questa casa.» Vide che Fischer aveva un’aria poco convinta. «Lei non è di questo avviso?» domandò. «Per me, lui è tenuto qui prigioniero da suo padre.»

Fischer la guardò in silenzio. Desiderava credere alle sue parole ma aveva paura di impegnarsi.

«Ma non capisce?» lei gli domandò, ansiosa. «Padre e figlio si fanno la guerra. Daniel cerca di fuggir via dalla Casa d’Inferno, e suo padre fa di tutto per impedirglielo: e cerca di metter me contro Daniel, cerca di farmi credere che Daniel intenda farmi del male, il che non è vero. Perché Daniel non vuole altro che…»

Poiché lei esitava, Fischer chiese: «Cos’è che vuole?».

«Il mio aiuto.»

«No, lei stava per dire qualcosa di diverso.»

«Invece sì: il mio aiuto. Sono l’unica in grado di aiutarlo. L’unica di cui lui si fidi. Non capisce?»

Fischer la guardò sospettoso. «Vorrei tanto capire» disse.

ore 15.47

Edith scivolò fuori del letto. Prese l’orologio di Lionel sul comodino, ne sollevò il coperchio. Quasi le quattro. Come poteva esser pronta per l’indomani, la sua macchina?

Lo guardò dormire. Chissà se é ancora convinto di quel che ha detto, pensò. Lei aveva ricevuto l’impressione sgradevole che lui non nutrisse più tanta fiducia in se stesso. Non l’avrebbe mai dato a vedere, peto, neppure a sua moglie. Quando si trattava di lavoro, era un uomo dall’orgoglio illimitato: lo era sempre stato.

Si alzò di scatto, andò all’armadio e ne aprì lo sportello. E va bene, l’avevano messa in guardia. Ma non era accaduto nulla, no? Il brandy l’aveva anzi rilassata, nient’altro. Dato che doveva restar in quella casa fino all’indomani, era decisa a rendere il suo soggiorno un po’ più sopportabile con l’aiuto di un goccio di liquore.

Allora prese la bottiglia e un bicchiere d’argento e li portò sul tavolino. Svitò il tappo della bottiglia e riempì il bicchiere fino all’orlo. Lo bevve d’un solo fiato. Reclinò la testa all’indietro, con gli occhi chiusi, la bocca spalancata, respirando a pieni polmoni, poiché il liquore le bruciava la gola. Le fece effetto di piombo fuso, nello stomaco e nel ventre. E di qui il calore si irraggiò per tutto il corpo, nelle vene pulsanti.

Se ne versò un altro bicchiere, colmo. Ne bevve un sorso. Si appoggiò al tavolo, scansando la scatola che conteneva il manoscritto di Lionel. Bevve ancora un sorso di brandy. Poi ingollò il resto, di nuovo piegando la testa all’indietro, con gli occhi chiusi, con un’espressione di godimento sessuale sul viso.

Ripensò alla scena di lei e Lionel nel bagno turco, evitando però di riflettere sul fatto che, a un certo punto, l’impotenza di lui l’aveva resa furiosa, quasi fosse colpa sua e non della polio. Quindi le venne fatto di pensare, e i suoi muscoli si tesero, che la vera ragione per cui Lionel voleva mandarla a Caribou Falls fosse che non voleva essere annoiato da lei e dai suoi desideri di donna perché voleva dedicarsi completamente alla sua macchina.

Batté le palpebre. Era terribile pensare una cosa simile, di Lionel, Se ne fosse stato capace, lui avrebbe fatto l’amore con lei. Ma davvero l’avrebbe fatto? si domandò. Oppure non gliene importava proprio nulla, a lui, dell’atto sessuale?

Fece un movimento brusco, per afferrare di nuovo la bottiglia, e la scatola col manoscritto cadde in terra e le pagine si sparpagliarono sul tappeto. Fece per raccoglierle, ma poi lasciò perdere. Restino lì, pensò. Le raccoglierò più tardi. Chiuse gli occhi, ingollando un altro bicchiere di brandy.

Si sentì traballare sulle gambe, a momenti cadeva. Sono sbronza, pensò. Per un momento un senso di colpa l’assalì. La mamma aveva ragione, pensò, io gli assomiglio, sono come lui. Ma si ribellò a quell’idea. No che non lo sono! disse alla madre, che le pareva di vedere. Sono una brava ragazza. Macché diavolo! Non sono una ragazza. Sono una donna. Che ha i suoi appetiti. E lui dovrebbe saperlo. Non è mica vecchio a quel punto. Né è impotente sul serio. È per via di sua madre e dei suoi scrupoli religiosi, non per via della polio. È che…

Cacciò via quel pensiero, e si diresse verso l’armadio, sbandando un poco. Si sentiva le membra piacevolmente sciolte, leggere, e la testa gradevolmente vuota. Loro si sbagliavano: ubriacarsi è l’unica soluzione. Pensò alla scansia di liquori in quella credenza in cucina. Sarebbe andata a prendere una bottiglia di bourbon, perché no, magari due bottiglie. Avrebbe bevuto tanto da perdere conoscenza, fino a domani.

Dalla scansia dei libri sfilò il volume cavo. Ma così in fretta che il finto libro cadde e le foto si sparpagliarono sul tappeto. Si mise in ginocchio e cominciò a guardarle a una a una. Si leccava le labbra, fremendo. A lungo osservò la foto di due donne che, sopra il tavolo del salone, si eseguivano a vicenda un cunnilingus. Le pareva che la stanza si facesse via via più calda.

D’un tratto gettò via quella foto come se le avesse scottato le dita. «No» mormorò, spaventata. Trasalì, poiché Lionel si era rigirato nel sonno. Poi si alzò in piedi e guardò intorno a sé come un animale in trappola.