Attraversò la stanza. Aprì la porta, uscì, la richiuse, trasalendo al cigolio dei cardini. Avrebbe voluto far più piano. Scuotendo il capo, come per schiarirsi le idee, si diresse verso la camera di Fischer.
Lui non c’era. Edith volse lo sguardo intorno, indecisa. Poi richiuse la porta e si diresse verso le scale. Si aggrappò alla balaustra, per non perdere l’equilibrio scendendo i gradini. Chissà perché, ora quella casa non le faceva più paura. Un’altra prova, pensò, che l’alcol è la cura migliore per tutto.
Aveva la sensazione di galleggiare nell’aria, scendendo quelle scale. Si ricordò di un vecchio film che aveva visto tempo addietro. C’era una donna che scendeva uno scalone come se scivolasse lungo un piano inclinato. E si paragonò a lei. E intanto si chiedeva come mai si sentisse così sicura di sé.
Ci fu un lieve riverbero, troppo veloce per essere distintamente captato. Edith batté le palpebre, esitando. Niente. Seguitò a scendere lo scalone. Lui sarà nel salone, si disse, starà prendendo dell’altro caffè. Non lo aveva mai visto mangiare. Non c’è da stupirsi che sia così magro.
Attraversò il vestibolo. Udì un rumore, di legno che si schianta. Di nuovo si soffermò. Esitò. Poi proseguì. Ma sì, ma sì, pensò. Sorrise fra sé. Non si era mai sentita così evanescente in vita sua. Chiuse gli occhi. Galleggio nell’aria, si disse fra sé. Padre e figlia, ubriachi per tutta la vita.
Si fermò sotto l’arcata e s’appoggiò allo stipite, con la testa che le girava. Batté le palpebre, mise a fuoco, a fatica, Fischer che le voltava le spalle. Stava usando il piede di porco per finire di aprire la cassa d’imballaggio. Molto gentile, ella pensò.
E trasalì, allorché Fischer si girò di scatto, brandendo il piè di porco, come pronto a usarlo contro un aggressore. Tanto rapido fu il suo movimento che la sigaretta gli schizzò via di tra le labbra.
«Kamarad» disse la donna, alzando le braccia come chi si arrende.
Fischer la guardava senza far motto, e il suo respiro era agitato.
«È arrabbiato?» ella gli chiese.
Lui non la lasciò continuare. «Che diavolo fa qui?»
«Nulla.» Si staccò dallo stipite e avanzò di qualche passo, sbandando un poco.
«È ubriaca?» Era stupito.
«Ho bevuto un po’, ammesso che questo sia affar suo.»
Fischer depose il piede di porco sulla tavola, avanzò verso di lei.
Ella fece un gesto in direzione della macchina. «Lionel sarà felicissimo che lei…»
Fischer la prese per un braccio. «Venga con me.»
Ella si scansò. «Mi lasci.» Vacillò lievemente, poi riprese l’equilibrio. Si volse verso la macchina.
«Signora Barrett…»
«Edith.»
Fischer di nuovo le prese il braccio. «Venga, su. Non avrebbe dovuto allontanarsi da suo marito.»
«Sta benissimo, lui. Dorme.»
Fischer cercò di condurla via ma ella resistette. E di nuovo si strappò da lui.
«Per amor del cielo!» egli esclamò.
Edith ebbe un sorrisetto canzonatorio. «No, non per amore suo.»
Fischer la guardò imbarazzato.
La donna si mosse verso la tavola, e aveva la vista un po’ appannata: le pareva che la stanza fosse piena di gente. È la mia immaginazione e niente più, si disse. Qui non c’è altro che dell’energia priva di volontà.
Raggiunse la tavola e passò un dito sul piano di essa.
Fischer le si accostò. «Deve tornare di sopra.»
«No, non mi va.» Gli afferrò una mano. Fischer la tirò via. Edith sorrise e di nuovo passò un dito sul piano della tavola. «È qui che si riunivano» disse.
«Chi?»
«I membri del club Les Aphrodites. Qui, intorno a questa tavola.»
Fischer tornò a prenderle il braccio. Edith gli afferrò una mano e se la portò sul seno. «Qui, intorno a questa tavola» ripeté.
«Lei non sa quello che dice.» Fischer ritrasse di nuovo la mano.
«So perfettamente quel che dico, Mister Fischer.» Edith ridacchiò. «Mister B. F. Fischer.»
«Edith…»
Ella gli si fece accosto e lo circondò con le braccia. «Non ti piaccio neanche un poco?» domandò. «Lo so che non sono bella come Florence ma…»
«Edith, è questa casa che le fa fare…»
«La casa non mi fa fare niente. Sono io che voglio farlo.»
Egli cercò di sciogliersi dal suo abbraccio. Ma la donna lo strinse a sé più forte. «Sei impotente anche tu?» lo canzonò.
Fischer le strappò via le braccia, la spinse lontano. «Si svegli!» gridò.
Essa divenne una furia. «Non dire a me di svegliarmi. Svegliati tu piuttosto, cretino. O non sei uomo?» Arretrò verso il tavolo, si issò su di esso. Si sbottonò la gonna. «Che ti succede, verginello?» lo minchionò. «Non hai mai avuto una donna?» Si slacciò furiosamente il maglione, lo apri, staccò il gancetto del reggiseno e, con dita tremanti, si accarezzò le tette. Sul suo viso c’era un’espressione di feroce dileggio. «Che ti succede, cocco? Non hai mai succhiato una tetta? Prova! È delizioso.»
Si calò giù dal tavolo e avanzò verso di lui, porgendogli il seno che stringeva fra le dita. «Succhiale!» disse, e la sua voce vibrava d’odio. La sua faccia era in un convulso di rabbia. «Succhiami il seno, finocchio, o sennò me lo faccio succhiare da una che ci sta.»
Fischer volse di scatto la testa. Edith seguì il suo sguardo e si sentì d’un tratto schiacciare da un enorme peso.
C’era Lionel sulla soglia.
Una spirale di tenebra l’avvolse, sentì che le gambe le si scioglievano, stava per cadere. Fischer fece per sorreggerla. «No!» ella gridò. Si piegò sulla destra e cadde addosso a una statua di marmo su piedistallo. Si aggrappò a essa. Il suo seno nudo premeva contro il marmo. Le pareva che la statua la guardasse con scherno. Edith gettò un grido. La statua capitombolò all’indietro e andò in pezzi sul pavimento. La donna cadde sulle ginocchia, poi venne meno.
E le tenebre l’avvilupparono.
ore 16.27
Una musica dolce suonava, da qualche parte, languidamente. Un valzer. E lei stava danzando, lieve, avvolta da una specie di nebbia. Si trovava nella sala da ballo? Non ne era sicura. La faccia del suo cavaliere era indistinta, eppure era certa che si trattasse di Daniel. Il suo braccio le circondava la vita, la sua sinistra le stringeva la mano destra. L’aria era tiepida e pervasa dal profumo di fiori. Rose, sì, rose. Era d’estate dunque. E una piccola orchestra d’archi suonava. Florence danzava al braccio del suo cavaliere, lieve, volteggiando con lui.
«Sei felice?» egli le chiese.
«Sì» ella sussurrò. «Tanto.»
Stavano girando una scena? Si trovava sul set di un film? Cercò di ricordare, ma non ci riuscì. Eppoi come poteva essere un film? Era tutto così reale. Non c’erano le luci, i riflettori, la cinepresa, i macchinisti, il fonico. No, quella era una sala da ballo reale. Florence cercò di nuovo di distinguere il viso del suo cavaliere, ma non riusciva a metterlo a fuoco. «Daniel?» mormorò, interrogativamente.
«Dimmi?»
«Sei tu, sei tu» disse Florence.
Allora lo vide: la sua faccia bellissima era mesta, gentile. Egli serrò il braccio intorno alla sua vita. «Ti amo» disse.
«E anch’io ti amo tanto.»
«Non mi lascerai mai? Starai sempre accanto a me?»
«Sì, amor mio, per sempre. Per sempre.»
Florence chiuse gli occhi. La musica si fece più veloce, ed ella si sentì trascinata in rapide evoluzioni intorno alla sala. Udiva il fruscio di altre vesti, la sala era piena di ballerini, di coppie di amanti. Florence sorrise. E anch’essa era innamorata. Amava Daniel. Daniel la sollevava, nella danza. Ella quasi non toccava i piedi per terra, le pareva di volare.