Sentì sul viso una brezza profumata e sorrise di nuovo. Erano usciti sempre ballando sulla veranda. Il cielo era trapunto di stelle, come tanti diamanti su un velluto nero. Non aveva bisogno di guardare per saperlo. La luna era piena, d’argento pallido. Diffondeva il suo tenue chiarore sul giardino oltre la balaustra. Non aveva bisogno di guardare. Lo sapeva. Aveva bevuto del vino? Si sentiva inebriata. No: era ebbrezza dello spirito. Era gioia e amore, una dolce musica suonava in lontananza e lei danzava col suo adorato Daniel, e lui, danzando, lentamente, la conduceva verso…
Egli gridò: «No!».
Florence trattenne il fiato, atterrita. Daniel le apparve nella foschia, bianco in volto, sgomento, e le faceva segno di fermarsi. Un’acqua gelida le intirizzì i piedi e le caviglie, un vento freddo le tagliò la faccia, un puzzo di marcio le salì alle narici. Gridando, vacillò all’indietro e cadde. Qualcosa parve sgusciar via sotto di lei. Florence annaspò e vide, per un attimo, un’alta figura vestita di nero svanire nella nebbia.
Ella rabbrividì per il freddo che le penetrava nella carne, in profondità. Giaceva sulla sponda dello stagno.
Era entrata nell’acqua fino ai polpacci.
Emettendo mugolii di terrore, si rialzò in piedi, si mise a correre verso la casa. Aveva le scarpe e le calze fradice. Era percorsa da brividi. Corse lungo il sentiero ghiaiato. La cieca facciata della casa si stagliava foscamente nella nebbia. Salì su pei gradini. Il portone era aperto. Corse dentro e lo chiuse sbattendolo, ci si appoggiò contro con tutto il peso.
Era scossa da brividi di freddo e di paura. Non poteva darsi requie. Si era quasi buttata nello stagno. L’idea l’inorridiva.
Trasalì vedendo una figura arrivare dalla cucina. Era Fischer, con un bicchiere in mano. Al vederla, si soffermò un momento, poi venne avanti. «Cos’è successo?» domandò.
«È whisky?»
Fischer annuì.
«Me ne faccia bere un po’.»
Le diede il bicchiere e Florence lo vuotò, poi fece una smorfia. Il liquido le bruciò la gola. Gli restituì il bicchiere.
«Insomma, cos’è successo?»
«Ha tentato di uccidermi!»
«Chi?»
«Belasco» essa rispose. Si aggrappò al suo braccio. «L’ho visto, Ben. L’ho intravisto mentre si allontanava dallo stagno.»
Gli raccontò quello che era accaduto. Belasco le aveva fatto credere di star danzando con Daniel, e invece l’aveva fatta dirigere verso lo stagno per annegarla. Daniel l’aveva avvertita all’ultimo momento, l’aveva salvata.
«Come ha potuto Belasco impossessarsi di lei?» lui le chiese.
«Dovevo essermi appisolata. Mi sentivo stanca dopo la seduta, dopo tutto quello ch’è accaduto quest’oggi.»
Fischer si mostrò impensierito. «Se adesso è addirittura in grado di impossessarsi di lei nel sonno…»
«No!» Essa scosse la testa. «Non ci riuscirà più. Ora sto sull’avviso. Non mi lascerò cogliere di nuovo alla sprovvista.» Rabbrividì. «Vogliamo andare accanto al fuoco?»
Si sedettero davanti al caminetto. Florence si tolse le scarpe e le calze, allungò i piedi su un panchetto. Un ceppo scoppiettava sul fuoco ravvivato. Ella disse: «Credo di aver scoperto il segreto della Casa d’Inferno, Ben».
Fischer non rispose nulla per quasi mezzo minuto. Poi disse: «Davvero?».
«È Belasco.»
«Come sarebbe a dire?»
«Lui aiuta di nascosto gli altri spiriti che infestano la casa. Insomma agisce da catalizzatore per tutte le forze infestanti. In tal modo rende sempre più infesta la sua casa e la protegge da ogni intruso.»
Fischer non rispose. Però Florence capì, da una scintilla nel suo sguardo, che le sue parole l’avevano toccato. Si alzò in piedi, lentamente, senza smettere di guardarla.
«Ci rifletta, Ben» ella disse. «Infestazione multipla controllata. Una cosa che non ha l’uguale, fra tutte le case infestate da spiriti. La volontà di un trapassato è così forte da dominare quella di tutti gli altri trapassati.»
«E lei pensa che gli altri spiriti se ne rendano conto?» lui chiese.
«Non lo so. Suo figlio sì, però. Se non fosse così, non avrebbe potuto salvarmi la vita.»
Quindi Florence soggiunse: «I conti tornano, Ben. Tutto fa capo a Belasco. È stato lui a impedirmi di entrare nella cappella. È stato lui a tentare d’impedirmi di scoprire il corpo di Daniel ieri sera. È stato lui a far in modo che sembrasse che Daniel mi avesse morso. Lui a indemoniare il gatto. Lui a condurre l’attacco poltergeist contro Barrett. Lui a cercare di metterci l’uno contro l’altro. È lui che tiene l’anima di Daniel imprigionata fra queste mura».
Fece una breve pausa. «Pensi un po’, Ben, quant’è grande il suo potere: al punto di impedire che un altro spirito prosegua per la sua via anche dopo aver ricevuto sepoltura consacrata… Sì. Forse questo avviene perché Daniel è suo figlio. Ma, anche considerando questo, ha dell’incredibile.»
Reclinò sulla poltrona, guardando le fiamme. «È come un generale alla testa di un esercito. Non entra mai nei corpo a corpo, ma dirige tutte le battaglie.»
«Come si può arrivare fino a lui, allora? I generali non si espongono.»
«Arriveremo fino a lui decimando man mano il suo esercito. Finché non avrà più nessuno. E dovrà scendere in campo da solo.» Lo guardò, c’era una luce di sfida nei suoi occhi. «Un generale senza l’esercito non conta niente.»
«Ma abbiamo poco tempo. Fino a domenica.»
Florence scosse il capo. «Io resterò qui finché non avrò completato l’opera» disse.
Chiuse la porta e andò presso il suo letto. Si inginocchiò. Recitò una preghiera di ringraziamento, perché la sua mente era stata illuminata. Poi recitò un’altra preghiera per chiedere la forza necessaria per agire di conseguenza a quel che aveva scoperto.
Terminate le preghiere, passò nella stanza da bagno per sciacquarsi i piedi: c’era ancora un residuo della puzza dello stagno. Mentre se li lavava e asciugava, pensò al duro compito che l’attendeva: liberare gli spiriti prigionieri della casa contro la volontà di Emeric Belasco. Sembrava un’impresa impossibile a compiersi.
«Ma io ci riuscirò» ella disse ad alta voce, come se Belasco stesse ad ascoltarla. Bisognava stare all’erta, però. Quel che Ben aveva detto era vero: «L’hanno ingannata una volta. Veda di non lasciarsi ingannare di nuovo».
E lei gli aveva risposto: «Ci starò attenta».
Proprio così. Doveva star bene in guardia, infatti. Era stata tratta abilmente in inganno, la sera avanti, allorché aveva sospettato che, dopotutto, l’attacco poltergeist contro il dottor Barrett potesse essere opera sua; ed era stata tratta in inganno quella mattina quando aveva supposto che Daniel potesse essere responsabile per i morsi e per l’aggressione del gatto. Non doveva lasciarsi ingannare di nuovo. Daniel non era responsabile per alcuna di quelle cose: egli era un tormentato, non già un tormentatore.
A mani giunte, Florence chiuse gli occhi. Ascoltami, Daniel, bisbigliò mentalmente. Ti ringrazio con tutto il mio cuore per avermi salvato la vita. Ma non capisci cosa ciò significa? Se tu puoi metterti contro la volontà di tuo padre, in questo, puoi anche disobbedirlo per quel che riguarda la tua permanenza qui. Non c’è bisogno che tu resti in questa casa. Sei libero di andartene, solo che tu abbia fede. Tuo padre non ha alcun reale potere per tenerti prigioniero. Chiedi l’aiuto di quelli dell’aldilà, e ti verrà concesso. Tu puoi lasciare questa casa.
Florence riaprì gli occhi, si levò di scatto. Andò a prendere la sua borsetta sul tavolo. Ne tolse una matita e un taccuino. Depose il taccuino sul tavolo e tenne la matita con la punta accostata alla carta. Subito la matita si mosse e cominciò a guidare la sua mano. Ella chiuse gli occhi e la matita seguitò a scrivere da sé, nella sua mano. Dopo un po’ smise, e la sua mano restò allora inerte. Guardò il taccuino.