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Barrett lo guardò in silenzio, con un’espressione dura. «Mi sono reso conto di un certo numero di cose, Mister Fischer» disse alfine. «E una di queste è che Mister Deutsch spreca una terza parte del suo denaro.»

Prese il vassoio con i piatti e le due forchette e se ne andò.

A lungo Fischer restò immobile, a fissare il vuoto, dopo che l’altro fu uscito dal salone.

«Al diavolo» borbottò. Che cosa s’aspettava dunque da lui, Barrett, in nome di Dio? Che si suicidasse a poco a poco come Florence? Forse il suo era il modo di procedere più giusto, tant’è vero che finora era l’unico a non aver subito danni.

La verità si abbatté su di lui così violentemente che gli fece trattenere il respiro. «No» mormorò con rabbia. No, non era vero. Lui sapeva quel che faceva. Fra tutti e tre, lui era l’unico che…

Questo suo pensiero di autodifesa s’infranse in mille pezzi. Fischer sentì una nausea atroce. Barrett aveva ragione. Florence aveva ragione.

Quei trenta anni di attesa non erano stati altro che una vana illusione.

Si alzò in piedi, soffocando un’imprecazione, e si diresse verso il caminetto. No, non era possibile. Non poteva ingannarsi in modo così completo. Cercò di ricapitolare quel che lui aveva fatto da lunedì in poi. Era stato lui a prevedere che avrebbero trovato la porta chiusa a chiave, non è vero? La sua mente respinse quel titolo di merito. E va bene, però sei stato tu a salvare Edith, no? Sì, ma solo perché non riuscivo a dormire e, per caso, mi trovavo a pianterreno, rispose a se stesso. E che hai da dire riguardo al salvataggio di Barrett, allora? Niente, rispose dentro di sé. Era andato in suo soccorso, ecco tutto, dato che si trovava a portata di mano. Anzi, a un certo punto avrebbe desistito, se non avesse visto la faccia disperata della signora Barrett. Che altro? Ah, sì, aveva dato una mano a sballare la macchina. Magnifico, pensò. Mister Deutsch aveva assunto un manovale da centomila dollari!

«Cristo» borbottò. Poi gridò forte: «Cristo!». Nel 1940 lui era il più potente medium fisico degli Stati Uniti, quando aveva quindici anni appena. Quindici! E adesso, a quarantacinque, era un illuso, un parassita, uno scansafatiche che sperava di intascare centomila dollari senza far niente. Lui! Quello che avrebbe dovuto fare di più di tutti!

Si mise a camminare su e giù davanti al caminetto. Quel senso di colpa, misto a rabbia e vergogna, era insopportabile. Non si era sentito mai così insignificante. Si aggirava per la Casa d’Inferno come una tartaruga, tirando dentro la testa al menomo allarme. Lui non vedeva nulla, lui non sapeva, non faceva nulla, aspettava che gli altri svolgessero il lavoro che spettava a lui svolgere. Aveva accettato di venire, no? ebbene, eccolo là, era tornato. Qualcosa, Dio sa come, l’aveva spinto a cercare una rivincita.

E adesso rinunciava dunque a prendersela?

Fischer si arrestò, volse in giro lo sguardo, rabbioso. Chi diavolo è Belasco? pensò. E chi sono gli altri spiriti che brulicano in questa casa come vermi in una carogna? Avrai dunque paura, si chiese, fino alla fine dei tuoi giorni? Non sono riusciti ad ammazzarti nel 1940, e allora eri un ragazzo, un giovincello sprovveduto e troppo sicuro di sé, eppure non sono riusciti a distruggerti lo stesso. Come hanno distrutto Grace Lauter, una delle più stimate medium mentali dell’epoca. Come hanno distrutto il dottor Graham, un medico, un osso duro, un uomo intrepido. Come hanno distrutto il professor Rand, una delle maggiori autorità del Paese in campo chimico, preside della sua facoltà alla Hale University. Come hanno distrutto il professor Fenley, un sagace, astuto, esperto spiritualista, che era uscito indenne da mille trabocchetti.

Solo lui era sopravvissuto, solo lui aveva conservato intatte le sue facoltà mentali: lui soltanto, un credulo ragazzo quindicenne. Nonostante che lui avesse virtualmente chiesto di venir annichilito, la casa non era riuscita che a vomitarlo, lasciandolo sul portico, sperando che morisse assiderato. Non era stata capace di ucciderlo. Perché non aveva mai ragionato in questo modo, finora? Nonostante l’opportunità che aveva di farlo, non era stata capace di ucciderlo.

Fischer andò a sedersi su una delle poltrone. Chiuse gli occhi, si mise a respirare profondamente: cominciò a dischiudere le porte della sua coscienza prima che cambiasse idea. Un senso di fiducia pervadeva il suo corpo e il suo spirito. Non era più un ragazzo, era un uomo ragionevole; e non tanto ciecamente fiducioso da rendersi troppo vulnerabile. Si sarebbe dischiuso con cautela, a poco a poco, senza lasciarsi sopraffare dalle proprie impressioni, come Florence. Lui avrebbe proceduto guardingo, adagio adagio, controllando ogni passo con la sua intelligenza di adulto, riponendo fiducia soltanto in se stesso, senza permettere ad altri di controllare le sue percezioni in alcun modo.

Smise di respirare profondamente. Attese, coi nervi tesi, all’erta. Ancora niente. C’era un vuoto ih lui. Aspettò ancora, aguzzando le sue facoltà, cercando di captare qualcosa nell’aria. Invece niente. Riprese a respirare profondamente, dischiudendo le porte della coscienza un po’ di più, poi si arrestò di nuovo, e attese.

Niente. Fischer sentì una punta di sgomento. Aveva dunque atteso troppo a lungo? E il suo potere si era atrofizzato? Strinse le labbra, si sentì impallidire. No. No. Lo possedeva ancora. Respirò profondamente. Poi sentì un prurito ai polpastrelli. Gli parve come se una ragnatela si formasse intorno al suo viso, come se il suo plesso solare si fiaccasse verso l’interno. Non andava in trance da anni. Da troppi anni. Aveva dimenticato quel che si prova: quell’espandersi della coscienza, quel dilatarsi dei sensi lungo una vasta gamma. Ogni rumore giungeva ingigantito alle sue orecchie: il crepitare del fuoco, gli infinitesimi scricchiolii della sua poltrona, il pulsare del suo cuore, il suo respiro. E l’odore della casa si faceva più intenso. Il tessuto dei suoi indumenti si faceva ruvido sulla sua pelle. Si sentiva lambire dal calore del fuoco.

Si aggrondò. Non succedeva nient’altro. Come mai? Non ci si raccapezzava. Quella casa avrebbe dovuto essere zeppa di spiriti, altro che. Se n’era ben accorto, della loro presenza, non appena messo piede lì dentro, lunedì, come d’una nube di influenze psichiche, come di un ammasso di energia pronta all’attacco, pronta ad approfittare della minima svista, del minimo passo falso, del primo errore di valutazione.

Passo falso. Si allarmò. Errore di valutazione.

Subito tentò di tirarsi indietro. Ma, già, qualcosa di vasto e di nero lo stava assalendo, qualcosa ch’era dotato di discernimento, qualcosa di violento, intenzionato a schiacciarlo. Fischer ansimò e si spinse con la schiena contro la sedia, cercando disperatamente di riprendere il controllo di sé.

Ma non fece in tempo. Prima che riuscisse a proteggersi, quella forza arcana lo sopraffece, penetrò nel suo essere attraverso la smagliatura nella sua corazza. Gettò un grido. La forza arcana era dentro di lui, gli torceva le viscere, gli lancinava gli organi interni, minacciava di sventrarlo, di fargli il cervello a pezzi. Gli occhi gli sgusciarono dalle orbite, carichi di terrore. Piegandosi in due, si premette le mani sulla pancia. Qualcosa lo colpì sulla schiena, lo fece ruzzolare dalla sedia. Cozzò contro uno spigolo del tavolo, ricadde, si sentiva strangolare. La stanza cominciò a girare in tondo. La sua atmosfera divenne un mulinello di forze barbariche. Fischer stava ginocchioni, con le braccia incrociate sul petto, cercando di cacciar fuori quella potenza selvaggia. Essa cercava di aprirgli le braccia. E lui opponeva resistenza, a denti stretti. La sua faccia era una maschera di pietra. Era teso nello spasimo. Un suono gorgogliante gli usciva dalla strozza. Non ci riuscirai! pensava. Non ci riuscirai!

Quel potere d’un tratto svanì, risucchiato nell’aria. Fischer vacillò sulle ginocchia. Sul suo viso era l’espressione di uno che ha appena ricevuto un colpo di baionetta nello stomaco. Cercò di tirarsi dritto ma non vi riuscì. Con un gemito strozzato cadde su un fianco, rattrappì le gambe, piegò in giù la testa finché non ebbe raggiunto la posizione di un feto. Con gli occhi chiusi, era scosso da un tremito convulso. Sentiva il tappeto sotto il collo, sentiva crepitare il fuoco nel caminetto. E gli pareva che qualcuno lo sovrastasse, in piedi accanto a lui, e lo guardasse con un freddo, sadico piacere, godendosi lo spettacolo di lui ridotto così a mal partito, disfatto nel fisico e nella volontà.