Ella alzò gli occhi di scatto.
«Che a momenti andavi a buttarti nello stagno.»
Edith parve sul punto di dire qualcosa. Ma poi dovette cambiare idea e ripiegò su un’altra frase: «Non volevo farti stare in pensiero».
«Capisco.» Si mosse, con un gemito. «Mi riposerò un tantino la gamba prima di scendere di sotto.»
«Vuoi lavorare stasera?»
«Devo finire per domani.»
Ella gli andò vicino. Lui si coricò, sollevando con un certo sforzo la gamba destra. Aveva le caviglie gonfie. Edith lo notò ma cercò di non mostrarsi impressionata. «Non è niente» lui disse.
La donna stava in piedi accanto al letto e aveva un’aria preoccupata. Alla fine disse: «Vuoi che me ne vada, Lionel?».
Lui non rispose subito. «No, se prometti che d’ora in avanti non ti allontanerai mai da me.»
«Va bene.» Ella tacque poi, d’impulso, sedette accanto a lui. «Lo so che non puoi perdonarmi adesso» disse. «E neanche me l’aspetto… No, per favore, non dir nulla. Lo so quello che ho fatto. Darei vent’anni di vita per tornare indietro.»
Chinò la testa. «Non lo so perché ho bevuto quella roba. Tranne che mi sentivo nervosa… avevo paura. Non lo so perché sono scesa a pianterreno. Ero cosciente di quel che facevo, ma, al tempo stesso…»
Alzò gli occhi, ch’erano gonfi di lacrime. «Non chiedo perdono. Solo cerca di non odiarmi troppo. Ho bisogno di te, Lionel. Ti amo. E non lo so cosa mi sta succedendo.» Riusciva a malapena a parlare. «Non lo so proprio, cosa mi succede.»
«Mia cara.» Nonostante il dolore, Barrett si tirò su e la circondò con le braccia, guancia a guancia. «Non fa niente. Passerà tutto, quando saremo andati via da qui.» La baciò sui capelli. «Anch’io ti amo. Ma questo l’hai sempre saputo, no?»
Edith si strinse a lui, singhiozzando. Andrà tutto bene, egli pensò. È stato per via della casa. Tutto si sarebbe risolto, una volta andati via da lì.
ore 19.31
Florence si raddrizzò, con un gemito. Appoggiandosi sulla sponda del letto si alzò in piedi. Che ore saranno? si domandò. Guardò l’orologio. Mamma mia, così tardi! pensò, sgomenta.
E lui era ancora lì.
Con un pesante sospiro andò nella stanza da bagno e si sciacquò la faccia con acqua fredda. Mentre si asciugava, si guardò allo specchio. Era molto sciupata.
Per più di due ore era stata in ginocchio a pregare per la liberazione di Daniel. A mani giunte, si era rivolta a tutti gli spiriti che in passato l’avevano aiutata, chiedendo loro di far sì che Daniel riuscisse a spezzare le catene che lo tenevano prigioniero della Casa d’Inferno.
Non aveva funzionato. Terminato di pregare, ella aveva sentito la presenza di Daniel accanto a sé.
Che aspettava.
Florence appese l’asciugamano e uscì dalla stanza da bagno. Attraversò la camera, uscì pel corridoio e si diresse verso lo scalone. Si sentiva sempre più legata a Daniel e questo la disturbava. Dovrei fare di più, si diceva, ci sono tante altre anime da salvare. Potrò restare qui, nella Casa d’Inferno, tutto il tempo necessario per compiere l’opera che mi sono prefissa? Senza cibo, né luce, né riscaldamento, come sopravvivere? Era chiaro che, trascorsa la domenica, Deutsch avrebbe fatto richiudere la casa.
E le altre entità con cui s’era messa in contatto da lunedì in poi? Le quali, poi, rappresentavano solo una piccola parte del numero effettivo, ne era certa. Dei ricordi si affollarono nella sua mente mentre scendeva le scale. Quel “qualcosa” nella sua stanza (non poteva trattarsi di Daniel). Quel senso di pena e dolore che aveva provato uscendo dal garage lunedì pomeriggio. L’entità furiosa che aveva chiamato la casa «una maledetta fogna», per le scale degli scantinati. Lo spirito perverso nel bagno turco. Si sentiva ancora terribilmente in colpa per non aver messo in guardia il dottor Barrett. Lo spirito che Nuvola Rossa aveva descritto come un uomo delle caverne coperto di piaghe. Le presenze nella cappella che le avevano impedito di entrarci (poteva non trattarsi di Belasco). La figura che durante la prima seduta spiritica aveva allungato la mano verso la signora Barrett. Florence scosse la testa. Ce n’erano moltissimi. La casa era piena di spiriti infelici. Anche adesso lo sentiva che, se si fosse aperta, ne avrebbe incontrati parecchi altri. Erano dappertutto. Nel teatro, nella sala da ballo, nella sala da pranzo, nel salone: dappertutto. Sarebbe bastato un anno a mettersi in contatto con tutti quanti?
Ripensò, con angoscia, alla lunga lista che Barrett aveva. Apparizioni… Fenomeni chimici… Chiaroveggenza… Voci dirette… Ideoplasmi… Impronte… C’erano un centinaio di voci su quella lista. Essi avevano appena graffiato la superficie della Casa d’Inferno. Fu assalita da un cupo senso di disperazione. Cercò di ribellarsi a esso, ma non ci riusciva. Si poteva anche arrivare a risolvere l’enigma, a poco a poco, se uno aveva un tempo illimitato a disposizione. Ma una settimana appena! E ormai ne restavano quattro giorni e poco più.
Con uno sforzo di volontà, raddrizzò le spalle. Farò quel che posso, si disse. Di più non posso fare. Se anche, in capo a una settimana, sarò riuscita solo a donare la pace a Daniel, questo sarà abbastanza. Entrò decisa nel salone. Aveva fame. Non avrebbe tenuto sedute, non più. Doveva nutrirsi bene per il resto di quella settimana. Si appressò alla tavola e si servì qualcosa dal vassoio.
Stava per mettersi a mangiare quando lo vide. Stava seduto davanti al caminetto fissando le fiamme languenti. Non si era neanche voltato a guardarla.
«Non l’avevo mica visto» ella disse. Prese il piatto e andò accanto a lui. «Le dispiace se mi siedo vicino a lei?»
Lui la guardò come se fosse un’estranea.
Florence sedette su una poltrona e cominciò a mangiare.
«Cosa c’è che non va, Ben?» gli domandò, poiché lui non dava segno di gradire la sua compagnia.
«Niente, niente.»
Ella esitò, poi soggiunse: «È successo qualcosa?».
Fischer non rispose.
«Mi era parso così ottimista, prima.»
Lui non disse niente.
«Cos’è successo, Ben?»
«Niente.»
Florence trasalì al suo tono rabbioso di voce. «Le ho fatto io qualcosa? senza volere?»
Lui sospirò, non disse nulla.
«Pensavo che avessimo fiducia l’uno nell’altra, Ben.»
«Io non ho fiducia in niente e in nessuno» lui disse. «E chiunque ha fiducia in qualcosa, in questa casa, è un pazzo.»
«Qualcosa è successo, dunque.»
«Un mucchio di cose sono successe» disse lui, brusco.
«Tutte cose di cui possiamo venir a capo.»
«Si sbaglia!» La guardò, con occhi carichi di veleno… e di paura. «Non c’è niente in questa casa di cui possiamo venire a capo. Niente di cui nessuno possa venire a capo.»
«Non è vero, Ben. Abbiamo fatto enormi progressi.»
«Verso che cosa? Verso le nostre tombe?»
«No.» Ella scosse il capo. «Abbiamo scoperto molte cose. Daniel per esempio. E il modo in cui Belasco lavora.»
«Daniel, sì!» esclamò lui, sprezzante. «Come lo sa che c’è un Daniel? Barrett pensa che se lo sia inventato lei. E magari ha ragione!»
«Ma, Ben, la salma… l’anello…»
«Una salma. Un anello» lui l’interruppe. «Sono queste le sue prove? La sua logica serve per mettere la testa sotto la mannaia.»
Florence ci restò male, alla malevolenza che c’era nel suo tono di voce. Ma che cosa gli era successo?
«Come lo sa che non si sono burlati di lei dal primo istante che ha messo piede qui dentro?» lui le chiese. «Come lo sa che Daniel Belasco non è un parto della sua fantasia? e che la sua personalità e i suoi problemi non se li è inventati lei? Come lo sa?»