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Balzò in piedi, fissandola con occhi di fuoco. «Ha ragione lei» disse. «Sì, ha ragione, io sono bloccato, sono chiuso. E va bene, resterò chiuso e bloccato fino alla fine di questa settimana. Poi intascherò i miei centomila maledetti dollari e starò cento miglia alla larga da questa maledetta casa, per il resto dei miei giorni. Le suggerisco di fare lo stesso.»

Girò sui tacchi e attraversò la stanza a gran passi rabbiosi.

«Ben…» lo chiamò lei. Ma lui non le diede retta. Florence cercò di alzarsi e seguirlo, ma non ne ebbe la forza. Ricadde sulla poltrona, fissando lo sguardo in direzione del vestibolo. Dopo un poco posò il piatto. Le parole di Fischer avevano avuto un terribile impatto su di lei. Cercò di non pensare a esse, ma invano. Era di nuovo in preda a mille incertezze. Lei, ch’era sempre stata una medium mentale, perché avrebbe dovuto diventare, così, tutt’a un tratto, una medium fisica? Non aveva senso, era una cosa senza precedenti.

La sua fede ne era minacciata.

«No.» Scosse la testa. Non era vero. Daniel esisteva sul serio. Lei doveva credere in questo. Lui le aveva salvato la vita. Le aveva parlato, l’aveva implorata.

Implorato. Parlato. Salvato la vita.

Come lo sai che Daniel Belasco non è un parto della tua fantasia?

Cercò di respingere da sé l’atroce dubbio, ma questo non la lasciava in pace. Ammesso che Daniel fosse frutto della sua immaginazione, ella avrebbe potuto benissimo immaginare che lui le aveva salvato la vita. In trance, lei avrebbe potuto dirigersi verso lo stagno per dimostrare l’intento omicida di Emeric Belasco, poi avrebbe potuto destarsi da sé sull’orlo dello stagno per dimostrare che Daniel esisteva e che voleva salvarle la vita; e avrebbe potuto procurare a se stessa la visione di Belasco padre che si allontanava nella nebbia.

«No, no.» Di nuovo scosse la testa. Non era così. Daniel esisteva, sul serio.

Sei felice? Il ricordo di queste parole riaffiorò alla superficie della sua coscienza. Sì. Tanto. Le parole che aveva scambiato con Daniel ballando… o immaginato di scambiare con lui mentre immaginava di ballare. Sei felice? Sì. Tanto. Sei felice? Sì. Tanto.

«Oh mio Dio» mormorò.

Quelle stesse parole, una volta, lei le aveva pronunciate recitando in una commedia alla televisione.

Cercò di ribellarsi contro il dubbio che assaliva impetuosamente la sua mente: ma ormai la diga aveva ceduto e le acque invadevano ogni cosa. Non poteva più opporre resistenza. Ti amo. Anch’io ti amo tanto. «No, no…» bisbigliò, con gli occhi che le si riempivano di lacrime. Non mi lascerai mai? Starai sempre accanto a me? Sì, amor mio, per sempre. Per sempre.

Un singhiozzo di terrore le proruppe dal petto. No, non era vero. Cominciò a piangere. Invece sì, era vero! Aveva inventato lei stessa Daniel Belasco. Non c’era nessun Daniel Belasco. C’era solo il ricordo di suo fratello, la sua morte immatura, il rimpianto per lui, il rimpianto che lui aveva portato con sé nella tomba.

«No, no, no, no.» Si aggrappava ai braccioli della poltrona, la testa le ciondolava, lacrime roventi le sgorgavano dagli occhi. Le pareva di non poter respirare, ingozzava l’aria, come se i polmoni le scoppiassero. No, non era vero! Non poteva aver fatto una cosa simile, una cosa così terribile, non poteva aver illuso se stessa a tal punto, così cecamente. Doveva pur esserci qualche maniera per dimostrarlo. Doveva esserci!

Sollevò la testa, dando un’esclamazione. Attraverso la nebbia delle lacrime vedeva il fuoco ardere allegramente. Era come se qualcuno le avesse sussurrato all’orecchio due parole.

Nella cappella.

Un tremulo sorriso le increspò le labbra. Vacillando, si alzò in piedi e si diresse verso il vestibolo, sfregandosi gli occhi. Che nella cappella ci fosse una risposta lo aveva sempre saputo. Ora capì che si trattava proprio della risposta che cercava. C’era la prova, la dimostrazione, là dentro.

Questa volta ci sarebbe entrata.

Cercò di non correre, ma non poté trattenersi. Si precipitò attraverso il vestibolo, passando davanti allo scalone. La gonna le frusciava, i suoi passi rimbombavano sul pavimento. Girato l’angolo, si inoltrò pel corridoio laterale, correndo più svelta che poteva.

Raggiunse la porta della cappella e ci appoggiò le mani. Immediatamente un freddo invase i suoi organi vitali, la nausea le rovesciava lo stomaco, il sangue tumultuava nelle vene. Premendo entrambe le palme sul legno della porta, si mise a pregare. Nessuna cosa di questo né dell’altro mondo l’avrebbe potuta fermare, adesso.

La forza all’interno della cappella parve vacillare. Florence spinse la porta con tutto il suo peso. «Nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo!» esclamò a voce alta, chiara. La forza cominciò a ritirarsi, come se si rattrappisse verso l’interno. Ella seguitò a pregare sottovoce. Poi disse: «Non potete impedirmi l’accesso in questo luogo, perché Dio è con me! E ora entreremo insieme, io e Lui. Aprite! Non potete più respingermi. Aprite!».

D’incanto la forza era sparita. Florence spinse la porta ed entrò. Accese le luci. Appoggiandosi con la schiena alla porta, chiuse gli occhi e parlò : «Ti ringrazio, o Signore, di avermi dato la forza».

Dopo qualche momento aprì gli occhi e si guardò intorno. La fioca luce bastava appena a fugare le tenebre. Essa stava nell’ombra, solo il suo volto era illuminato tenuamente. Girò lo sguardo intorno. Il silenzio era intenso. Le pareva di avvertirne la pressione contro i timpani.

Di scatto si mosse, avanzò lungo il passaggio centrale distogliendo lo sguardo dallo sconcio crocefisso sopra l’altare. Era quella la direzione giusta: lo sentiva, non si sbagliava. Fili invisibili la tiravano.

Raggiunse i piedi dell’altare e lo guardò. Su di esso c’era una massiccia Bibbia con fermagli di ottone. Una Bibbia in questo sconcio luogo, pensò, rabbrividendo. Il suo sguardo scivolò sulla parete. Il potere che governava ogni suo movimento era così forte che pareva che dei fili invisibili fossero assicurati a ogni parte del suo corpo e tali fili la guidassero verso… che cosa? Il muro? L’altare? Certo non verso il crocefisso. Florence si sentì trascinare avanti…

Trasalì, sbiancò, ristette immobile: la copertina della Bibbia si era spalancata di colpo. Ella vi fissò gli occhi. Le pagine cominciarono a girare, a sfogliarsi rapidamente. Le tempie di Florence pulsavano. Poi d’un tratto le pagine si fermarono. Ella si chinò. Guardò la pagina a cui il librone era rimasto aperto.

«Sì!» esclamò, gioiosamente. «Oh, sì.»

In cima a quella pagina c’era scritto NASCITE. E sotto, con inchiostro sbiadito, c’era scritto: «Daniel Myron Belasco nato alle ore 2 del mattino, il 4 novembre 1903».

ore 21.07

«Ma non posso far niente per aiutarti?» domandò Edith.

Barrett la guardò. Stava lavorando intorno alla sua macchina, controllandone uno dei circuiti, che aveva messo allo scoperto, col suo dedalo di fili. Da venti minuti sua moglie lo stava osservando in silenzio. Era preoccupata perché lui aveva un’aria stanchissima, e alla fine non si era più trattenuta.

«No, temo di no» lui le rispose. «È troppo complicato questo schema. Mi ci vorrebbe dieci volte più tempo a spiegarti cosa fare, che farlo da me.»

«Lo so, ma…» Si interruppe, impensierita. Poi: «Quanto ti ci vuole ancora?».

«Non saprei. Devo controllare che tutto sia stato eseguito esattamente, secondo i disegni. Altrimenti, se qualcosa non funziona, tutto il mio lavoro sarà stato inutile. E questo non posso permettermelo.» Tentò di sorridere ma fu solo una smorfia di dolore. «Cercherò di sbrigarmi il più possibile.»