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Daniel non le avrebbe dato retta. Non si sarebbe dato per inteso.

Tornò in camera e si infilò nel letto. Domani, allora, disse a se stessa. Prima o poi lui doveva darle retta. Domattina lei sarebbe tornata alla carica. Si adagiò sul cuscino, con una smorfia per il bruciore dei graffi sul seno. Giacque supina, fissando il soffitto. Si sentiva le palpebre pesanti. Domani, pensò.

Girò la testa.

C’era una figura presso la porta, in piedi. La guardò senza allarmarsi. Non c’era alcuna minaccia in essa.

«Daniel…»

La figura si avanzò. Alla tenue luce che veniva dal bagno ne distinse i tratti: giovane, molto bello, il volto mesto, gli occhi pieni di disperazione.

«Puoi parlare?» ella chiese.

«Sì.» La sua voce era gentile, dolorosa.

«Perché non vai via?»

«Perché non posso.»

«Ma devi.»

«No, se prima…»

«Daniel, no» ella disse.

Lui distolse il viso.

«Daniel…»

«Io ti amo» egli disse. «Tu sei l’unica donna cui io abbia mai detto queste parole. Non ho incontrato mai una come te. Sei così buona… così buona… la persona più gentile che io abbia mai conosciuto.»

Tornò a guardarla, i suoi occhi le scrutarono il viso. «Ho bisogno…» Si interruppe, rigirandosi verso la porta. «Allora le parlerò io stesso!» disse, ma la sua voce era spaurita. «Tu non mi puoi fermare!» Si voltò a guardarla. «Non potrò restare qui molto a lungo. Non me lo permetterà, lui» disse. «Ti prego. Ti scongiuro, fammi ottenere quel che ti chiedo. Se venissi sloggiato di qui prima d’aver soddisfatto…»

«Sloggiato?» Florence si tese.

«Il tuo dottor Barrett ne ha il mezzo.»

Ella lo guardò, stupita.

«Lui conosce il meccanismo che regola la mia presenza in questa casa quindi è in grado di sloggiarmene» egli disse. «Ma questo è tutto quel che sa, lui. Di me non sa altro, né si cura di saperlo: quel che ho nel cuore, nella mente, nell’anima a lui non importa. Lui mi obbligherà a trasferirmi da un inferno a un altro inferno, non capisci? Solo tu puoi aiutarmi. Io potrei lasciare questa casa stasera stessa, se tu mi aiutassi. Ti prego.» La sua voce cominciò a dissolversi. «Se io ti sto un po’ a cuore abbi pietà di me. Ti prego abbi pietà…»

«Daniel…»

Per alcuni istanti udì ancora i suoi singhiozzi disperati. Poi la stanza piombò nel silenzio. Ella fissava il punto in cui lui era apparso e poi scomparso. «Lo sai che non posso» ella disse. «Daniel, ti prego. Lo sai che non posso.»

ore 22.23

Con gli occhi mezzi chiusi dalla stanchezza, Barrett saliva lentamente lo scalone, circondando con un braccio le spalle di sua moglie, appoggiandosi a lei. Cercava però di non pesarle troppo, e cercava di trattenere i suoi gemiti di dolore. Edith aveva patito abbastanza, per quel giorno. E, quanto a lui, sarebbe passata presto: una pillola, una buona dormita, e l’indomani eccolo di nuovo in sesto. Quei dolori poteva sopportarli, per un giorno ancora. Il Reversore era quasi pronto all’uso. Un’oretta ancora di lavoro, domani, e poi sarebbe stato pronto a dare la dimostrazione pratica della sua teoria. Dopo tanti anni di attesa finalmente la prova finale. Che importava, al confronto, qualche doloruccio qua e là?

Arrivarono in cima alle scale. Barrett cercò di camminare da solo, nonostante i crampi alla gamba e alla schiena. Zoppicando malamente, emise un’esclamazione che avrebbe dovuto essere, nelle sue intenzioni, di buonumore e che, invece, gli uscì dalle labbra con accento doloroso. «Quando torniamo a casa,» disse «mi prendo un mese intero di vacanza. Finisco il libro, mancano poche pagine, e poi mi riposo. Mi godo la tua compagnia.»

«Benissimo.» Ma non pareva convinta.

Barrett le batté una mano sulla spalla. «Andrà tutto bene, vedrai.»

Edith aprì la porta e lo aiutò a raggiungere il letto. Lo guardò preoccupata. Egli si lasciò cadere pesantemente seduto sulla sponda. «Ora sdraiati» gli disse lei. Aggiustò una collinetta di guanciali contro la testiera del letto. Barrett vi si adagiò, tirando su le gambe sul letto. Emise un lamento. Tentò poi di sorridere. «Be’, nessuno può accusarci di non starceli guadagnando, questi soldi.»

«Tu sì, te li guadagni.» Edith lo aiutò a togliersi le scarpe. Poi gli sfilò i calzini e si diede a massaggiargli i piedi e le caviglie. Barrett vide che sua moglie cercava di non far capire quanto la turbasse il loro gonfiore.

«Sarà meglio che prenda dell’altra codeina» egli disse.

Edith si alzò e andò a prendergli la medicina. Barrett cercò di assestarsi meglio sul materasso e lo sforzo lo fece mugolare. Si sentiva pesante come un marmo. Non lo avrebbe detto per ora a Edith, ma appena tornati a casa aveva intenzione di farsi ricoverare per un breve periodo in ospedale.

Stava caricando l’orologio, quando Edith tornò con la pillola e un bicchier d’acqua. Barrett depose l’orologio sul comodino, prese il bicchiere, inghiottì la pillola. Edith cominciò a sbottonargli il maglione.

«Lascia stare» lui disse. «Dormo vestito, stanotte. È più semplice.»

Ella annuì. «Va bene.» Gli slacciò la fibbia della cintura e gli allentò i pantaloni intorno alla vita. «Anch’io dormo vestita.»

«Va bene.»

Edith si sedette sulla sponda del letto, si chinò verso di lui, gli si strinse al petto. Quel peso gli rendeva difficile la respirazione, ma Barrett non disse nulla.

«Se solo non fosse accaduto, quel che è accaduto oggi» ella mormorò.

«Non angustiarti, adesso.» Barrett le carezzò la schiena, e cercava una scusa per farla alzare di lì senza urtare la sua suscettibilità.

Alla fine le disse: «Mi prendi la cravatta?».

Edith si tirò su, lo guardò interrogativamente.

«È appesa nell’armadio.»

Essa si alzò, andò a prendere la cravatta e gliela porse.

«Vorrai lavarti i denti, prima di coricarti, no?» lui chiese.

«Va bene.»

Mezzo seduto, mezzo sdraiato sul letto, Barrett porse orecchio ai piccoli rumori provenienti dal bagno: l’acqua che scorreva, lei che si spazzolava i denti, che si sciacquava la bocca. Symphonie Domestique, egli pensò.

All’inferno!

Volse lo sguardo in giro per la stanza. Pareva incredibile, che fossero lì solo da tre giorni. Guardò la sedia a dondolo. Due sere fa, si era mossa da sola. Avrebbe potuto essere due settimane fa, o due mesi fa, tanto si era distorta ormai la sua cognizione del tempo.

Volse ancora lo sguardo distrattamente intorno. Che posto grottesco, pensò. Potrebbe essere una sala di museo, questa. E tutta la casa è una lussuosa rigatteria di opere d’arte. Centinaia, migliaia di capolavori eseguiti in nome della bellezza son venuti a finire in questa casa, ch’è il simbolo di quanto c’è di più brutto.

Batté gli occhi. Mise a fuoco sua moglie che stava uscendo dalla stanza da bagno. «Ti dispiace coricarti accanto a me, anche se il letto è stretto, per stanotte?»

«Anzi, con piacere.»

Quando si fu sdraiata, coprendo entrambi con delle coperte, Barrett cominciò ad annodarle un capo della cravatta intorno al polso. «Per impedirti di camminare nel sonno» le spiegò, annodando l’altro capo intorno alla colonnina del letto. «Però hai abbastanza libertà di movimento, non è vero?»

Edith annuì. Barrett le circondò le spalle con un braccio. Lei gli si fece tutta accosto, appoggiando la testa nell’incavo fra la spalla e il torace. Sospirò. «Adesso mi sento sicura.»

ore 23.02

Se soltanto riuscissi a prender sonno, pensò. Sorrise fra sé e sé, mestamente. La mente umana, pensò. Stamattina avrebbe voluto restar sveglia finché durava il loro soggiorno nella Casa d’Inferno. Ora invece non desiderava altro che sprofondare nell’oblio del sonno, eliminare otto o nove ore di permanenza lì.