Di nuovo chiuse gli occhi. Quante volte li aveva già chiusi e riaperti? Quaranta? cinquanta? cento? Aspirò profondamente. Quella puzza. Sempre quel fetore.
La Casa d’Inferno avrebbe dovuto esser data alle fiamme.
Aprì gli occhi e guardò Lionel. Era profondamente addormentato. Mosse la mano destra, e sentì la pastoia che l’assicurava al letto. L’aveva legata così per via del suo sonnambulismo? oppure era geloso di Fischer? Edith non riusciva a scandagliare, dentro di se stessa, cosa fosse che l’aveva attratta verso Fischer. Era davvero colpa della casa? O c’era in lei qualcosa? Non aveva mai provato, prima, una simile brama sessuale: né per Lionel né, tanto meno, per altri uomini. O donne… A questo pensiero però fu percorsa da un brivido. Era spaventata e sbigottita, per ciò che aveva fatto, per ciò che aveva detto.
Strinse le labbra. No, non era solo qualcosa in lei: c’entrava qualcosa d’altro, di sicuro. Qualcosa l’aveva invasa, come un virus che l’avesse infettata, il virus della corruzione. E il morbo da esso provocato poteva diffondersi nella sua mente, per tutto il suo corpo. No, non voleva credere che si trattasse di qualche insospettato male latente in lei, che tutt’a un tratto si fosse manifestato. Era colpa della casa, senza dubbio. Quella casa aveva infettato altra gente. E quindi lei non era stata immune alla sua turpe influenza.
Sollevò di scatto la testa. Sbarrò gli occhi.
La sedia a dondolo si era mossa.
«Lionel» mormorò. No no, lui aveva bisogno di riposo. È una forza cieca, si disse, una forza cinetica non guidata, non intelligente, una forza cinetica che segue la linea di minor resistenza, ecco tutto: porte che sbattono, spifferi, rumore di passi, poltrone che dondolano.
Voleva chiuder gli occhi ma sapeva che, se li avesse chiusi, avrebbe lo stesso udito lo scricchiolio della sedia. La fissò. Residuo di forza dinamica. Ripeté mentalmente più volte queste parole, come un esorcismo.
Eppure lo sapeva benissimo che c’era qualcuno seduto su quella sedia: qualcuno che lei non riusciva a vedere. Qualcuno crudele, implacabile, che attendeva solo l’opportunità di distruggerla, di distruggerli tutti quanti. Era forse Belasco? si chiese, inorridita. E se fosse comparso, lì, d’un tratto, gigantesco, terribile, sorridendole mentre si dondolava? No, non c’è nessuno là! disse a se stessa. Non c’è assolutamente nessuno.
La poltrona seguitava a dondolare, piano, avanti e indietro. Avanti e indietro.
ore 23.28
Nella camera faceva molto caldo. Con un sospiro lamentoso, Florence si sbarazzò della coperta di sopra e la lasciò cadere in terra. Si rigirò su un fianco e tornò a chiudere gli occhi. Dormi, si disse. Domani ci penseremo.
Dopo qualche minuto si rigirò supina e si mise a scrutare il soffitto. Inutile, pensò, non riesco a dormire stanotte.
Le parole di Daniel l’avevano stupefatta. Non aveva mai scartato a priori l’idea di lavorare col dottor Barrett, ma non aveva mai pensato che la sua collaborazione potesse presentarsi come un’assoluta necessità, per lei.
Era stata sul punto di recarsi in camera sua, per dirgli che bisognava che tentassero insieme di risolvere il problema di Daniel Belasco. Ma poi si era resa conto che sarebbe stata una perdita di tempo. Per quel che riguardava il dottor Barrett, non c’era nessun Daniel Belasco. Questi era solo un prodotto della sua immaginazione, secondo lui. Del suo subconscio. A che sarebbe servito dunque parlare con lui? Non aveva ammesso il corpo ritrovato, come prova, né l’anello. Non l’avrebbe quindi convinto neppure la registrazione dell’atto di nascita.
Allontanò da sé le coperte e si mise a sedere. Cosa doveva fare? Non poteva mica star lì a guardare passivamente e lasciar che il dottor Barrett scacciasse Daniel da quella casa, senza dargli la pace tuttavia. Quell’idea la sgomentava. Gettare la sua anima desolata nel limbo sarebbe stato un delitto al cospetto di Dio.
Ma come impedirlo? Non poteva neanche prendere in considerazione ciò che Daniel le aveva suggerito. Non doveva.
Si alzò, con un sospiro doloroso, e attraversò la stanza. Andò al bagno, si riempì un bicchier d’acqua. Ma non c’era altra maniera. Non c’è altro mezzo, disse a se stessa. Aveva pregato tutto il giorno, implorato, insistito. Invano.
E domani il dottor Barrett sarebbe stato pronto con la sua macchina.
Per un attimo, provò il selvaggio impulso di precipitarsi a pianterreno e metter fuori uso quella macchina. Ma scartò quell’idea, adirata con se stessa per averla avuta. Non aveva alcun diritto di mettere bastoni fra le ruote al dottor Barrett. Era un uomo onesto e coscienzioso che aveva dedicato tutta la vita al suo lavoro. Non era mica colpa sua se la soluzione da lui trovata era solo una soluzione parziale. Lui non credeva neppure all’esistenza di Daniel Belasco. È chiaro che non poteva ritenersi colpevole di perseguitarlo.
Florence depose il bicchiere e si volse. Deve esserci una risposta, pensò, deve esserci. Rientrò in camera.
Si arrestò, trasalendo, poiché il telefono si era messo a squillare.
Non è possibile, pensò, non funziona da trent’anni.
Non avrebbe risposto. Lo sapeva che cos’era.
L’apparecchio seguitava a squillare, e gli squilli le trafiggevano i timpani come pugnali.
Non doveva rispondere.
Il telefono seguitava a squillare.
«No» ella disse.
E squillava. E squillava. E squillava.
Con un singhiozzo, andò là e sollevò la cornetta e la lasciò subito cadere sul tavolino. Si appoggiò contro il bordo di esso, sentendosi d’un tratto debolissima. Riusciva a malapena a respirare. Forse stava per svenire, si sentiva venir meno…
Udì una voce sottile provenire dal ricevitore. Non capì cosa dicesse… le parve che ripetesse la stessa parola… e sapeva che era la voce di Daniel.
«No» mormorò.
La voce seguitava a ripetere quella stessa parola, di continuo. Ella allora sollevò il ricevitore e ci gridò dentro: «No!».
«Ti prego» disse Daniel.
Florence chiuse gli occhi. «No…» disse in un sussurro.
«Ti prego.» La sua voce era lamentosa.
«No, Daniel.»
«Ti prego.»
«No. No.»
«Ti prego.» Non aveva mai udito un tono di voce cosi angosciato. «Ti prego.»
«No.» Fece fatica a ripetere quel monosillabo. Le scendevano lacrime copiose lungo le guance. Aveva un nodo alla gola.
«Ti prego» lui implorò.
«No» lei sussurrò. «No. No.»
«Ti prego.» Era la voce di uno che implora una grazia. «Ti prego.» Era lei, la sua unica speranza. «Ti prego.» Domani lui sarebbe stato gettato nella più cupa disperazione dal dottor Barrett. «Ti prego.» C’era solo una maniera, solo una. «Ti prego.» Cominciò a piangere. «Ti prego. Ti prego.» Lei doveva aiutarlo. «Ti prego.» Si mise a singhiozzare. «Ti prego.» Dio, Dio, le si spezzava il cuore. «Ti prego. Ti prego! Ti prego!»
Di scatto, riattaccò. Un brivido violento la percorse da capo a piedi. E va bene! pensò. Era l’unica maniera. I suoi spiriti guida l’avrebbero aiutata e protetta. Dio l’avrebbe aiutata e protetta. Era l’unica maniera. L’unico mezzo. Ella credeva in Daniel. E aveva fede in se stessa. C’era solo una maniera, solo un modo. Adesso lo vedeva con chiarezza assoluta.
Sulle gambe che le tremavano si portò accanto al letto e si inginocchiò, chinò il capo, a mani giunte. Chiuse gli occhi e si mise a pregare: «Buon Dio, allunga la Tua mano verso di me e donami la Tua protezione. Aiutami, stanotte, affinché io possa condurre fino a Te l’anima sofferente di Daniel Belasco».