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Fischer le prese la mano fra le sue e si sedette sulla sponda del letto. «Lo manderemo via.»

Essa scosse la testa.

«Ma sì.» E le strinse forte la mano.

D’un tratto Florence liberò la mano. Cominciò a sbottonarsi la camicia da notte.

«Ma che fa?»

Florence non gli badò. Finì di sbottonarsi e, respirando con affanno, si aprì la camicia sul petto. Fischer fece una smorfia alla vista di quei seni. I segni dei denti intorno ai capezzoli erano infiammati e parevano infetti. La donna si agguantò le due mammelle e le spremette fra le dita, sicché le punte si adersero, indurite. «Guarda qua» disse.

Fischer la prese per i polsi e le strappò le mani di là. Allora Florence perse la sua rigidità e, con un flebile gemito, girò la testa sul cuscino. Fischer la ricoprì. «La porto via di qui stamattina stessa» disse.

«Mi ha mentito.» La voce della donna era snervata, «M’aveva detto ch’era l’unica maniera.»

Fischer si sentiva male. «Lei crede ancora che ci sia un Daniel…»

«Sì!» Ella si volse di scatto. «Lo so che c’è. Ho visto il suo atto di nascita, nella cappella.» Notò il suo stupore. «Lui mi ha guidata là per fornirmi la prova della sua esistenza. Era stato lui stesso a impedirmi di entrare, prima. Aveva saputo di mio fratello, l’aveva letto nei miei pensieri. Come diceva lei. Lui era certo che io gli avrei creduto, poiché il ricordo della morte di mio fratello mi avrebbe indotta a credergli.» Afferrò di nuovo la mano di Fischer. «Oh, Dio, lui è dentro di me, Ben. Io non posso cacciarlo via. E anche adesso, mentre le parlo, sento che lui è qui, dentro di me, in attesa di prendere possesso.»

Si mise a tremare così violentemente che Fischer la sollevò un poco e le passò un braccio intorno alle spalle. «Zitta. Andrà tutto bene. La porterò fuori di qui stamattina stessa.»

«Lui non mi lascerà andare.»

«Non può mica fermarla.»

«Sì che può. Sì che lo può!»

«Non potrà fermare me.»

Florence si strappò da lui con violenza e ricadde all’indietro battendo il capo contro la testiera del letto. «Ma che cavolo sei, tu? non sei nessuno!» esclamò. «Magari a dodici anni era un asso, ma adesso sei ’na merda! M’hai sentito? Una merda!»

Fischer la guardò, in silenzio.

Un lampo negli occhi di lei rivelò il cambiamento, come un raggio di sole che brilla da uno squarcio fra le nubi: e lei fu di nuovo se stessa; ma senza amnesie: tornando brutalmente alla superficie del suo io, ella portava con sé il ricordo di ogni sconcezza ch’era stata costretta a pronunciare.

«Oh, per amor di Dio, Ben, aiutami.»

Fischer la tenne stretta, e sentiva il tumulto che c’era nel suo animo, nel suo corpo. Se potessi estirpare da lei, come un chirurgo della psiche, il tumore maligno che cresce dentro la sua mente! Ma non posso, purtroppo. Non ho questo potere.

Anche lui era una vittima di quella casa, al pari di lei.

Si ritrasse. «Si vesta, adesso che ce n’andiamo.»

Florence lo guardò fisso.

«Subito.»

Ella annuì. Ma fu come il cenno d’assenso di una marionetta comandata da fili invisibili. Quindi Florence si alzò dal letto e andò presso il comò. Estrasse alcuni indumenti dai cassetti poi si diresse verso il bagno.

«Florence…»

Essa si volse. Fischer si fece coraggio. «Sarebbe meglio se si vestisse qui.»

La pelle le si tese sugli zigomi. «Devo pure pisciare. Ti dispiace?»

«Basta!» gridò Fischer.

Florence sussultò così violentemente che gli abiti che aveva in mano le caddero. Lo guardò allibita.

«Basta» lui ripeté, calmo.

Florence si mostrò penosamente imbarazzata. «Ma devo…» Non terminò la frase.

Fischer la guardò preoccupato. E se, di là, si fosse indemoniata d’un tratto e avesse fatto qualcosa contro se stessa?

Sospirò. «Non chiuda la porta a chiave.»

Ella annuì, si volse. Entrò nel bagno, chiuse la porta. Fischer tese le orecchie, e trasse un sospiro udendo che non chiudeva a chiave. Andò a raccogliere i vestiti che lei aveva lasciato cadere.

Florence uscì dalla stanza da bagno di lì a poco e Fischer, sollevato, le. consegnò i vestiti, poi andò a sedersi sul letto, volgendole le spalle. «Sèguiti a parlare mentre si sta vestendo.»

«Va bene.» Lui udì il fruscio della camicia da notte mentre lei se la toglieva. Chiuse gli occhi e sbadigliò. Essa gli chiese: «Non ha dormito niente?».

«Dormirò quando lei sarà fuori di qui.»

«E viene via anche lei, no?»

«Non so. Non credo di correre alcun pericolo, fintantoché rimango chiuso e non combatto contro la casa. Quindi potrei anche restare. Le confesso che non mi fa per niente schifo l’idea di incassare centomila dollari dal vecchio Deutsch. Per lui è una bazzecola.» Fece una pausa. «Senta, gliene darò una metà, a lei.»

Florence non disse nulla.

«Parli» egli disse.

«Perché dovrei parlare?»

Il tono della sua voce lo costrinse a girarsi. Ella stava in piedi accanto al comò, completamente nuda, e gli sorrideva. «Spogliati anche tu» gli disse.

Fischer si alzò in piedi. «Si ribelli!»

«Ribellarmi? a che cosa?» essa domandò. «Alla mia voglia d’uccello?»

«Florence…»

«Spogliati! Voglio godere! Come una scrofa.» Andò verso di lui, furiosa. «E spogliati, bastardo! Non hai fatto altro che desiderare di scoparmi, tutti ’sti giorni. Be’, scopami, ora.»

Lui si mosse. Lei dovette pensare che volesse abbracciarla. Invece Fischer l’afferrò per i polsi e la tenne ferma. «Si ribelli, Florence.»

«Ribellarmi a cosa? Alla mia?…»

«Torni in sé!»

«Lasciami, perdio, lasciami!»

«Si sforzi di resistere!» Fischer le torse i polsi, fino a farle male.

«Voglio scopare!» essa gridò.

«Torni in sé, Florence!»

«Ho voglia di scopare! Ho voglia di scopare!»

Fischer le diede uno schiaffo, più forte che poté, con la destra, sì da farle rigirare la testa. Sul volto della donna si dipinse un’espressione di stupore.

Lui capì ch’era tornata in sé. Per qualche istante ella stette là tremante, fissandolo a bocca aperta. Poi guardò la propria nudità, vergognosa. «Non mi guardi» implorò.

Fìscher le lasciò liberi i polsi e si girò. «Si vesta» le disse… «Lasci perdere i bagagli. Glieli porterò io, dopo. Andiamo via di qui.»

«Va bene.»

Dio mio, lui pensò, spero che davvero vada bene. Rabbrividì. E se non gli fosse consentito di portarla via dalla casa?

ore 7.48

«Dell’altro caffè?»

Lionel sobbalzò ed Edith si accorse ch’era mezzo addormentato, benché tenesse gli occhi aperti. «Mi dispiace. T’ho spaventato?»

«No, no.» Si assestò meglio sulla sedia, con una smorfia. Allungò la mano destra per prendere la tazza, poi invece la prese con la sinistra.

«Devi farti vedere quella ferita, come prima cosa.»

«Lo farò.»

Nel salone regnò di nuovo il silenzio. A Edith pareva tutto irreale. Irreali le parole che avevano pronunciato. Uova? No, grazie. Prosciutto? No. Fa freddo, eh? Sì. Non vedo l’ora di andar via di qua. Anch’io. Come i dialoghi d’una commedia borghese da quattro soldi.

Oppure erano i postumi della tensione di ieri fra loro?

Guardò suo marito. Lionel stava di nuovo partendo, lo sguardo gli si faceva vacuo. Aveva lavorato al Reversore per un’ora, prima di mettersi a far colazione. Aveva lavorato senza requie, mentre lei sonnecchiava su una poltrona lì accanto. Aveva detto che la macchina adesso era quasi pronta. Lei l’aveva osservata e, nonostante la sua mole imponente, le era parso impossibile che potesse essere in grado di vincere la Casa d’Inferno.