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Andò alla porta d’ingresso e l’aprì. Era giorno. Chiuse il battente e claudicò fino al telefono, sollevò il ricevitore. Attese.

Non udì alcuna risposta. Picchiò sulla forcella. Un bel momento aveva scelto per non funzionare. Attese. Di nuovo batté sulla forcella. Oh dai, pensò. Non poteva certo portar via di lì Miss Tanner e Fischer senza un aiuto.

Stava per riagganciare, quando il ricevitore fu sollevato all’altro capo e l’uomo di Deutsch disse : «Pronto?».

Barrett emise un sospiro di sollievo. «Stavo in pensiero. Sono Barrett. Abbiamo bisogno di un’autoambulanza.»

Silenzio.

«Mi sente?»

«Sì.»

«Allora può mandarcene una subito? Mister Fischer e Miss Tanner hanno bisogno di venir ricoverati d’urgenza in ospedale.»

Non ci fu risposta.

«Mi ha inteso?»

«Sì.»

La linea restò muta.

«C’è qualcosa che non va?» domandò Barrett.

L’uomo esitò, poi disse : «Oh, diavolo, questa proprio non vi ci voleva».

«Cosa non ci voleva?»

L’altro non rispose.

«Insomma, cosa

Un’altra esitazione. Poi l’uomo disse tutto d’un fiato: «Il vecchio Deutsch è morto stamattina».

«Morto?»

«Era ammalato di cancro. Ha preso troppe pillole per lenire i dolori. Accidentalmente, s’è ucciso.»

Barrett si sentì ottundere il cranio. Che differenza fa? chiese a se stesso. Ma lo sapeva. «Perché non ce l’ha comunicato subito?»

«Così mi è stato ordinato.»

Da suo figlio, pensò Barrett. «Be’…» La sua voce era fioca. «E per quel che riguarda…»

«Mi è stato ordinato di… abbandonarvi là.»

«E il denaro?» domandò Barrett, benché conoscesse già la risposta.

«Non ne so nulla, ma, date le circostanze…» L’uomo sospirò. «Avete niente per iscritto?»

Barrett chiuse gli occhi. «No.»

«Capisco.» La voce dell’uomo era opaca. «Certo adesso quel bastardo di suo figlio…» S’interruppe. «Senta, le chiedo scusa per non averla chiamata subito, ma, capirà, ho le mani legate. Ora devo tornare immediatamente a Nuova York. Avete con voi la macchina. Vi suggerisco di venir via subito. C’è un ospedale qui a Caribou Falls. Faccio quello che posso…» La sua voce svanì poi si udì un’esclamazione di disgusto. «Mi sa che lascerò il posto, io. Non lo posso soffrire, quell’uomo. Il padre era già un disastro, ma il figlio…»

Barrett riagganciò. Un’onda nera di disperazione lo sommerse. Niente denaro, addio speranze d’una vecchiaia senza problemi finanziari. Appoggiò la fronte al muro. «Oh no» mormorò.

Lo stagno.

Barrett si guardò intorno, dando un sobbalzo. Quella parola gli era venuta spontanea alla mente. No, pensò. Strinse i denti. No! disse alla casa. Scosse la testa, con decisione.

Si avviò verso il salone. «Non vincerai» disse. «Io non avrò quei soldi, ma tu non l’avrai vinta su di me. No, tu no. Io conosco il tuo segreto, e ti distruggerò.» Non aveva mai provato tanto odio in vita sua. Arrivò sotto l’arcata e indicò il Reversore con un’espressione di trionfo. «Eccolo!» gridò. «Eccolo là, quello che ti batterà!» Dovette appoggiarsi allo stipite. Si sentiva esausto e i dolori lo lancinavano. Non importa, si disse. Il dolore che provava era una cosa secondaria. Si sarebbe preoccupato più tardi di Fischer e Miss Tanner, più tardi si sarebbe dato pensiero di Edith e di se stesso. C’era solo una cosa che contava in quel momento: la sconfitta della Casa d’Inferno e la vittoria del suo lavoro.

ore 10.33

Sentì se stessa sollevarsi a poco a poco dalle tenebre. La voce di Daniel la sollecitava: Non occorre che tu dorma. Le pareva che le vene le si comprimessero, che i tessuti si tendessero, che tutto il suo corpo anelasse a uscire dall’oscurità. Sentiva una bruciante pressione alle reni. Tentò di trattenerla. Ma non ci riusciva. La pressione aumentava. Suvvia, le diceva Daniel, lasciati andare. Florence gemette. Non ne poteva più. Sentì il fiotto caldo inondarla, e gettò un grido di vergogna.

D’un tratto era sveglia. Gettò via le coperte e si alzò, contemplando intontita la chiazza di umido sul lenzuolo. Lui era ormai tanto padrone di lei, da governare anche le sue funzioni corporali.

«Florence.»

Ella girò la testa di scatto e vide il suo volto proiettato sul lampadario d’argento. «Ti prego» egli disse.

Ella lo fissò. Lui si mise a sorridere. «Ti prego.» Il suo tono era di scherno.

«Basta.»

«Ti prego» lui disse.

«Ora basta

«Ti prego.» Scoprì i denti, in un ghigno di scherno. «Ti prego.»

«Basta, Daniel.»

«Ti prego, ti prego, ti prego, ti prego, ti prego.»

Florence fece per dirigersi verso il bagno. Una mano fredda si strinse intorno alla sua caviglia e la fece ruzzolare. La gelida presenza di Daniel la inondò e la sua voce, satanica, le ululava nelle orecchie: «Ti prego, ti prego, ti prego, ti prego».

Lei non riusciva a fiatare. Lui sembrava toglierle il respiro, succhiarlo via da lei. «Ti prego, ti prego, ti prego, ti prego.» Quindi sbottò a ridere con sadico piacere.

Aiutami Tu, mio Dio, ella si raccomandò, in agonia. «Aiutami Tu, mio Dio!» la canzonò la voce di lui. Salvami Tu! ella implorò. E lui ripeté sarcastico: «Salvami Tu! Salvami Tu!». Florence si tappò le orecchie. «Aiutami, Dio mio!» gridò.

Lui allora svanì. Florence ansimava convulsamente. Si alzò in piedi e andò verso il bagno. «Parti?» disse la sua voce. Ella era decisa a non dar più ascolto alle sue blandizie. Entrò nella stanza da bagno. Si inumidì il viso con acqua fredda.

Si raddrizzò e si guardò allo specchio. Il suo viso era pallido, segnato da graffi crostosi e da lividi. Anche il collo e il petto erano striati da lacerazioni. Si esaminò il seno e vide ch’era infiammato, e i segni dei denti erano quasi neri adesso.

S’irrigidì. La porta si era chiusa. Poi vide la propria immagine nello specchio ch’era applicato alla porta. Si preparò a resistere, ma qualcosa di freddo le salì su lungo la spina dorsale. Ansimò. Sbarrò gli occhi.

A un tratto si mise a sorridere. Si piegò un po’ all’indietro. Socchiuse gli occhi. Daniel era dietro di lei. Ella sentì il suo membro, duro, penetrarle nell’orifizio anale, salirle su nel retto, mentre le sue mani le carezzavano le tette, gliele strizzavano fra le dita. In quella Edith scivolò nella stanza da bagno. Cadde in ginocchio davanti a Florence, e cominciò a leccarle la vagina, avidamente. Con la lingua penzoloni fra le labbra dischiuse, ella fremeva sotto le stantuffate di Daniel. È quello che ho sempre desiderato, pensava, questa sono io.

Sobbalzò come se avesse ricevuto una scarica elettrica. D’un tratto si vide: semiaccucciata davanti allo specchio, il viso estatico e vacuo, la mano destra fra le cosce. Con un’esclamazione di disgusto si ricompose. Udì un’aspra risata alle sue spalle. Si rigirò. La stanza era vuota. Ti stavo guardando, risuonò la voce di lui nella sua mente.

Ella aprì la porta e si slanciò nella camera da letto. La risata di Daniel la seguì. Si chinò per raccogliere la vestaglia. Qualcosa gliela strappò di mano, gliela gettò in terra. Lei andò per raccattarla ma la vestaglia si mise a svolazzare. Desistette. Inutile, pensò, disperata. «Inutile» la canzonò la voce. La vestaglia volò in aria e le piovve sul capo. Lei se la scrollò di dosso. Poi l’infilò, l’allacciò in fretta. Si prende gioco di me, pensava, e mi fa fare tutte le cose che aborro.