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«… tutte le cose che aborro» la scimmiottò quella voce, in falsetto. «Le cose che aborro. Le cose che aborro.»

Florence cadde in ginocchi accanto al letto e chinò il capo sulle mani giunte. «Mio Dio, ti prego, aiutami. Nuvola Rossa, aiutami. Spiriti docenti, aiutatemi. Sono posseduta. Che il fuoco dello Spirito Santo bruci questa malattia e ne mondi la mia mente e il mio corpo. Che Dio mi assista e che mi dia la forza di resistere. Che il suo divino uccello mi entri in bocca, e che io sia dissetata dal Suo ardente sperma divino. Che io…»

S’interruppe con un gemito straziante. Affondò i denti nelle nocche delle mani e morse, morse finché il dolore non occupò tutto il suo cervello. Daniel allora svanì. Dopo qualche istante si guardò la mano, col pugno ancora chiuso. I suoi denti avevano lacerato la pelle. Il sangue le scorreva sul dorso della mano.

Si guardò intorno, incerta. Ma era come se il dolore acuto alla mano le avesse schiarito la mente, cacciandolo via. Si alzò in piedi. La cappella, pensò, la cappella. È là che troverò la soluzione.

Attraversò la stanza di corsa e spalancò la porta. Si diresse verso lo scalone. Ci arriverò, pensava. Non può possedermi ogni minuto. Se tiro avanti a testa bassa, qualsiasi cosa accada, ci arrivo.

Si soffermò, col cuore che le balzava dal petto. Una figura le sbarrava la strada: un uomo magro dagli abiti a brandelli, con le ossa che gli spuntavano dalla pelle, dai capelli arruffati, il viso deformato da qualche malattia, la bocca ghignante coi grossi denti ingialliti. Florence capì che si trattava d’una delle vittime di Belasco, e che quello era il suo aspetto da moribondo.

La figura scomparve. Florence cominciò a scendere le scale. Quel freddo ritornò, le percorse la schiena. Ella sentì di nuovo la sozzura del proprio corpo e si morse la mano finché il dolore non ebbe cacciato via il suo nemico. Il dolore era dunque la cura! Quando Daniel avesse cercato di assoggettarla, lei l’avrebbe cacciato via mediante il dolore: questo riempiva il suo cervello e non vi lasciava alcuno spazio per lui!

Si arrestò, trasalendo. Due figure giacevano riverse in fondo alla rampa, un uomo e una donna. Poi l’uomo affondò la lama di un pugnale nella gola della donna. E cominciò a segarle il collo, mentre il sangue sprizzava e gli inondava la faccia contorta da un ghigno di piacere. Le tagliava via la testa. Florence si morse il pugno, vi affondò i denti, e, col dolore atroce, la visione scomparve. Ella seguitò a discendere. Chissà dove saranno gli altri, si chiese, Fischer e Barrett e Edith. Non importa. Loro tanto non mi possono aiutare.

Attraversando il vestibolo, vide Barrett nel salone, affaccendato intorno al suo apparecchio. Pazzo, pensò. Non avrebbe funzionato di sicuro. Era pieno di merda, quello stupido…

No! E di nuovo affondò i denti nella mano, con gli occhi sgranati. Piuttosto rosicarsi le mani fino all’osso che soccombere ancora a Daniel. Se avessi un coltello, pensò. Per ficcarmelo nella carne e procurarmi un dolore costante. Era quella la cura giusta: i tormenti fisici, per tener lontana l’anima contaminata di lui dalla sua.

Si inoltrò nel corridoio. Vide un uomo aggrappato per di dietro a una donna, e la donna era morta, aveva un cordone intorno al collo e gli occhi le schizzavano dalle orbite e la lingua bluastra le usciva dalla bocca, entrambi erano nudi. Florence affondò i denti nella mano. Il sangue scorreva copioso ormai e le scendeva dentro la gola. Le due figure svanirono. Ella raggiunse la porta della cappella. C’era un uomo accovacciato lì davanti. Aveva la faccia bianca, l’espressione drogata. Teneva in mano la mano mozza di un uomo e ne succhiava un dito. Ella si morse la mano. La figura svanì. Florence si gettò contro la porta, la spinse, ed entrò.

Ristette, vacillando, fatti appena due passi. L’aria lì dentro era satura di energia, che vi turbinava, come un maelstrom dell’occulto. Ecco, pensò, questo è il centro, il nucleo. Si inoltrò fra gli inginocchiatoi. D’un tratto diede un salto. Il gatto giaceva, sventrato, in un lago di sangue.

Scosse il capo. Non doveva fermarsi, adesso. Era prossima alla soluzione ormai. Aveva sconfitto Daniel. Ora avrebbe anche sconfitto la casa. Scavalcò il gatto morto, avanzò verso l’altare. Dio, Dio, l’atmosfera era qualcosa di incredibile. Carica di energia che pulsava, che passava attraverso di lei, che la spingeva. La mente a tratti le si ottenebrava. Allora portò di nuovo la mano sanguinante alla bocca e tornò a conficcarci i denti. Le tenebre si diradarono nel suo cervello. Ella seguitò ad avanzare. Era come una massa solida, quella barriera di energia occulta. Ma era quasi giunta all’altare, ormai. I suoi occhi guardavano fisso, sbarrati. Ma avrebbe vinto la battaglia. Con l’aiuto di Dio, lei avrebbe…

Si sentì d’un tratto mancare, le membra le si fecero inerti. Cadde pesantemente contro l’altare. L’energia nemica era troppo forte! Guardò inebetita il crocefisso. Le parve che si muovesse. Lo fissò inorridita. Veniva giù verso di lei. No, pensò. Tentò di indietreggiare, ma non riusciva a muoversi: era come inchiodata sul posto. No! Il crocefisso le stava cadendo addosso. L’avrebbe colpita.

Florence gettò un grido. Il crocefisso la percosse sulla testa e sul petto e la buttò violentemente indietro. Ella stramazzò in terra, e la croce si abbatté sopra di lei, togliendole il respiro. Un gelo le serpeggiò su per la spina dorsale. Tentò di gridare ma non ci riuscì. Le tenebre l’avvolsero, l’inghiottirono.

D’un tratto tornò in sé.

Gli occhi le schizzavano dalle orbite. Il suo volto era contorto da uno spasimo atroce. Non riusciva neppure a respirare, sotto il peso del crocefisso. Tentò di levarselo di dosso, ma non riuscì neanche a smuoverlo. Lo sforzo, anzi, accrebbe il dolore. Giacque immobile, gemendo, percorsa da incessanti onde di tormento. Fece un altro tentativo per togliersi da sotto al crocefisso. Riuscì a spostarlo appena. Ma quasi sveniva per lo sforzo. Il suo volto era terreo, imperlato di freddo sudore.

Ci impiegò quindici minuti. Sette volte fu lì lì per svenire. Solo un supremo sforzo di volontà le impedì di perdere i sensi. Alla fine riuscì a sbarazzarsi del pesante crocefisso. Fece per rialzarsi. Dovette desistere. Ansimava per la fatica, per l’atroce tormento. Pian piano, stringendo i denti, si sollevò in ginocchio. Allora sentì il sangue scorrerle per le cosce.

Alla vista del fallo della statua le venne da vomitare. Si piegò, rigettò tutto quel che aveva nello stomaco sul pavimento. Il suo sguardo era vitreo. Sbigottita, pensò: mi ha ingannato. Non c’è nessuna soluzione, qui. Voleva solo compiere questa suprema profanazione della mia mente… e del mio corpo!

Florence si passò il dorso della mano sulle labbra screpolate, riarse. Basta, pensò, basta. Non ne posso più. Si guardò intorno. Vide che dalla schiena del crocefisso spuntava un grosso chiodo aguzzo (quello che lo teneva fissato alla parete). Allora si trascinò, ginocchioni, più vicina e tese le mani. Passò più volte i polsi sulla punta del chiodo, per segarsi le vene, mugolando per il gran dolore. Si mise a singhiozzare. «Basta,» ripeteva «non ne posso più.»

Ricadde, accasciata. Il sangue le sgorgava dai polsi recisi, a fiotti. Chiuse gli occhi. Adesso non potrà farmi più niente, pensava. Anche se la mia anima resterà prigioniera in questa casa per sempre, io non sarò più il suo zimbello, da viva.

Sentiva la vita abbandonarla. Stava fuggendo via da se stessa. Daniel non avrebbe più potuto farle del male. Il dolore scemava, via via, e ogni sensazione si faceva evanescente. Dio l’avrebbe perdonata. Distruggere se stessa era l’unica cosa che potesse fare, ormai. Le sue labbra si dischiusero in un sorriso.

Lui avrebbe capito.

Riaprì gli occhi, battendo le palpebre. Le era sembrato di udire dei passi. Voleva voltarsi ma non ne fu capace. Le parve che il pavimento tremasse. Tentò di guardare. C’era qualcuno chino sopra di lei? Ma non riusciva a mettere a fuoco la sua vista annebbiata.