Un brivido percorse Len. Si accorse, improvvisamente, che Hostetter stava offrendo, nello stesso tempo, una spiegazione e delle scuse.
Comprese anche che Esaù aveva commesso un errore fatale.
Il viaggio di ritorno, attraverso il campo occidentale, parve molto, molto lungo. Questa volta i carri non entrarono nell’aia. Si fermarono nella strada, e Len e papà scesero, e gli altri si disposero diversamente, in modo che Esaù e lo zio David rimanessero soli sul loro carro. Poi il signor Harkness disse, quando tutto fu pronto:
«Domani desideriamo vedere i ragazzi». La sua voce era calma, una calma minacciosa come quella che precedeva un temporale. Tirò le redini, e il carro si mosse verso il villaggio, seguito dal secondo carro. Lo zio David si diresse dall’altra parte, verso la sua casa.
Esaù si sporse dal carro, e gridò, in tono isterico, a Len:
«Non ti arrendere. Non possono costringerti a smettere di pensare. Non importa quello che possono farti, ma non riusciranno a…».
Lo zio David girò il carro, e lo fece entrare nell’aia della fattoria.
«La vedremo,» disse. «Elia, voglio usare il tuo fienile».
Papà si accigliò, ma non disse niente. Lo zio David attraversò l’aia, dirigendosi verso il fienile, spingendo rudemente Esaù davanti a sé. La mamma uscì di corsa dalla casa. Lo zio David chiamò:
«Tu porta qui Len. Voglio che ci sia anche lui».
Papà si accigliò di nuovo, e poi disse:
«Va bene».
Tese le mani, come per arrestare la mamma, e la prese in disparte, e le mormorò qualche parola, a bassa voce, scuotendo il capo. La mamma guardò Len.
«Oh, no,» disse. «Oh, Lennie, come hai potuto!»
Poi si voltò, e rientrò precipitosamente in casa, nascondendosi il viso nel grembiule, e Len capì che stava piangendo. Papà indicò il fienile. Aveva le labbra strette, ed era molto pallido. Len pensò che a papà non piaceva quello che lo zio David stava per fare, ma che non se la sentiva di discutere.
Neppure a Len piaceva. Avrebbe preferito che la cosa fosse risolta tra lui e papà. Ma quel modo di fare era proprio dello zio David. Lui pensava sempre che un ragazzo non aveva più diritti, o più sensibilità, di qualsiasi altro oggetto o animale della fattoria. Len tremava, al pensiero di entrare nel fienile.
Papà puntò di nuovo il braccio, e Len obbedì.
Era buio, adesso, ma nel fienile era già accesa una lanterna. Lo zio David aveva staccato dal chiodo la cinghia di cuoio. Esaù era di fronte a lui, nell’ampio spazio libero tra le file di sostegni vuoti.
«In ginocchio,» disse lo zio David.
«No».
«In ginocchio!» E la cinghia schioccò.
Esaù emise un suono, tra il lamento e l’imprecazione. Si inginocchiò.
«Non rubare,» disse lo zio David. «Questo è il comandamento, e tu mi hai fatto diventare il padre di un ladro. Non dire falsa testimonianza. Tu mi hai fatto diventare il padre di un bugiardo». Il suo braccio si alzava e si abbassava, scandendo le parole, così che ogni pausa era sottolineata dal secco whuk! del cuoio contro le spalle di Esaù. «Tu sai cosa è scritto nel Libro, Esaù. Chi ama suo figlio lo castiga; chi odia suo figlio risparmia la frusta. E io non intendo risparmiarla».
Esaù non seppe tacere più a lungo. Len voltò le spalle.
Dopo qualche tempo, lo zio David si fermò, respirando affannosamente.
«Qualche tempo fa mi hai sfidato. Hai detto che non avrei potuto farti cambiare idea. La pensi ancora così?»
Rannicchiato sul pavimento, Esaù gridò a suo padre:
«Sì!»
«Pensi ancora di andare a Bartorstown?»
«Sì!»
«Bene,» disse lo zio David. «Vedremo».
Len cercò di chiudersi le orecchie, di non ascoltare. Pareva che non dovesse mai finire. A un certo punto, papà fece un passo avanti, e disse:
«David…».
Ma lo zio David disse soltanto:
«Pensa a tuo figlio, Elia. Ti avevo sempre detto che eri troppo tenero con lui». Si rivolse di nuovo a Esaù, «Hai cambiato idea, ora?»
La risposta di Esaù fu inintelligibile, ma il tono era quello di una resa abietta.
«Tu!» disse improvvisamente lo zio David a Len, prendendolo per il braccio. «Guardalo, e impara come finiscono l’arroganza e l’insolenza».
Esaù stava strisciando e gemendo sul pavimento del fienile, tra la polvere e il fieno. Lo zio David lo fece girare, con la punta dello stivale.
«Pensi ancora di andare a Bartorstown?»
Esaù gemeva e piangeva, tenendosi il volto nascosto tra le mani. Len cercò di liberarsi e voltarsi, ma lo zio David lo tenne fermo, con una stretta violenta e irresistibile. Dal suo corpo emanava un odore di sudore e di collera.
«Ecco il tuo eroe,» disse a Len. «Ricordalo, ricordalo bene, quando verrà il tuo turno».
«Lasciami andare,» bisbigliò Len. Lo zio David rise. Spinse via Len, e consegnò a papà la cinghia di cuoio. Poi si piegò, e prese Esaù per il colletto della camicia, e lo costrinse ad alzarsi in piedi.
«Dillo, Esaù. Dillo forte».
Esaù singhiozzava come un bambino piccolo.
«Sono pentito,» disse. «Sono pentito».
«Bartorstown,» tuonò lo zio David, nello stesso tono col quale Nahum doveva avere pronunciato la condanna della città maledetta. «Esci! Vieni a casa, a meditare sui tuoi peccati. Buonanotte, Elia, e ricorda… tuo figlio è colpevole quanto il mio».
Uscirono, nel buio della notte. Un minuto più tardi, Len sentì che il carro si allontanava.
Papà sospirò. Il suo volto era triste e stanco, e profondamente irato, una collera che era molto più spaventosa di quella violenta dello zio David. Disse, lentamente:
«Ho avuto fiducia in te, Len. Mi hai tradito».
«Non volevo farlo».
«Ma l’hai fatto».
«Sì».
«Perché, Len? Sapevi che queste cose erano cattive. Perché le hai fatte?»
Len gridò:
«Perché non ho potuto evitarlo! Io voglio imparare, io voglio sapere!»
Papà si tolse il cappello, e si rimboccò le maniche.
«Potrei fare una lunga predica su questo argomento,» disse. «Ma l’ho già fatto, ed è stato tutto fiato sprecato. Ricordi quello che ti ho detto allora, Len?»
«Sì, papà». Strinse la mascella e serrò i pugni.
«Mi dispiace,» disse papà. «Non avrei mai voluto fare questo. Ma devo purgarti del tuo orgoglio, Len, come è stato purgato Esaù».
Dentro di lui, Len disse, con fierezza, No, non lo farai non riuscirai a farmi strisciare ai tuoi piedi. Non rinuncerò a Bartorstown e ai libri e alla speranza di conoscere tutte le cose che esistono nel mondo, fuori da Piper’s Run!
Ma vi rinunciò. Nella polvere e nel fieno del fienile, egli rinunciò a tutte quelle cose, e al suo orgoglio con esse. E quella fu la fine della sua fanciullezza.
7.
Aveva dormito, per un poco, un sonno nero e profondo, e poi si era svegliato di nuovo a fissare le tenebre, a sentire il dolore, e a pensare. Il corpo gli doleva, non del familiare dolore di una bastonatura, ma in modo grave, che non avrebbe dimenticato in fretta. Il male più profondo era quello che soffrivano le parti immateriali del suo essere, e così rimase disteso nel buio, a lottare con quella sofferenza, nella piccola stanza sbilenca sotto il grondone, che era ancora soffocante per il sole del lungo pomeriggio. Arrivò quasi l’alba, prima che le cose sorgessero chiare dalla cieca furia del dolore e della collera, del risentimento e della vergogna che turbinavano in lui come venti impetuosi in uno spazio angusto. Poi, forse perché era troppo esausto per essere ancora violento, cominciò a vedere qualcosa, e a capire.