«Esaù era molto più colpevole,» disse Len, quietamente. «È stato lui a rubare la radio, eppure tutte le bastonature dello zio David non sono riuscite a fermarlo. Non è stata colpa tua in nessun modo, papà. È stata tutta colpa mia». Si sentiva molto male. Chissà perché, sapeva che era questa la sua vera colpa, e non poteva farci niente.
«James non si è mai comportato così», disse papà tra sé, pensieroso. «Non mi ha dato mai alcuna preoccupazione. Com’è possibile che lo stesso seme possa produrre due frutti così diversi?»
Non si dissero altro. Quando tornarono a casa, la mamma, la nonna e James li stavano aspettando. Len venne mandato nella sua camera, e mentra saliva le scale poté sentire papà che narrava in breve quello che era accaduto, e il breve singhiozzo della mamma. E d’un tratto udì la voce della nonna, alta e acuta, quasi stridula, pervasa da una collera tremenda.
«Sei uno stupido e un vigliacco, Elia. Ecco cosa siete tutti, degli stupidi e dei vigliacchi, e il ragazzo vale più di tutti voi messi assieme! Avanti, spezza il suo spirito, se ci riesci, ma spero che tu non ci riesca mai. Spero che tu non gli possa mai insegnare ad avere paura di conoscere la verità».
Len sorrise e un brivido lo pervase, perché sapeva che la nonna aveva parlato così forte per farsi sentire anche da lui, e non solo da papà. Stai tranquilla, nonna, pensò. Non lo dimenticherò.
Quella notte, quando la casa fu immersa nella profonda quiete del sonno, Len si legò al collo gli stivali, e scavalcò la finestra fino a scendere sulla tettoia della cucina estiva, e di là raggiunse il ramo di un pero, per scivolare infine a terra lungo il tronco rugoso. Uscì furtivamente dall’aia e attraversò la strada, e quando fu sul bordo della strada infilò gli stivali. Poi s’incamminò costeggiando il campo occidentale, dove crescevano le alte erbe che promettevano un buon raccolto per l’autunno. I boschi torreggiavano, cupi e misteriosi, davanti a lui. Non si voltò indietro neppure una volta.
C’era buio, e silenzio, e solitudine, là tra gli alberi. Len pensò, Sarà così per molto, molto tempo, e dovrò abituarmi. Quando egli raggiunse la punta tra i due fiumi, sedette al solito posto, sul vecchio tronco rugoso sul quale era stato seduto tante volte, e ascoltò il concerto notturno delle rane e lo scorrere tranquillo del Pymatuning tra le rive. Il mondo sapeva d’immensità, e c’era freddo nella sua schiena, come se qualche corazza protettiva fosse stata sfilata d’un tratto dal suo corpo. Si chiese se Esaù sarebbe venuto.
L’oriente impallidiva di luna, ora, e il chiarore era più intenso a sud-est, un grigiore furtivo che lentamente si mutava in argento. Len aspettò. Non sarebbe venuto, pensava, aveva troppa paura, e lui avrebbe dovuto fare tutto da solo, quel buio e quella solitudine sarebbero stati solo per lui. Si alzò in piedi, tendendo l’orecchio, osservando il primo, minuscolo lembo di luna biancheggiare dietro gli alberi e la collina. E una voce furtiva, dentro di lui, diceva, Puoi ancora alzarti e correre a casa, e salire dalla finestra, e nessuno lo saprà mai. Si tenne stretto al vecchio ramo di un albero, per impedire al suo corpo di andarsene.
Ci fu un improvviso fruscio, e uno scalpiccio nell’oscurità degli alberi, ed Esaù apparve.
Si scrutarono l’un l’altro per un momento, come due gufi, e poi si presero per le mani, e si misero a ridere.
«Una fustigazione pubblica,» disse Esaù, un po’ ansante. «Una fustigazione pubblica, all’inferno. Vadano tutti all’inferno».
«Seguiremo il corso del fiume,» disse Len. «Fino a quando non troveremo una barca».
«E quando l’avremo trovata che faremo?»
«Continueremo. I fiumi incontrano altri fiumi. Ho visto la mappa, nel libro di storia. Se si percorre una distanza sufficiente, si arriva nell’Ohio, che è il fiume più grande che ci sia nei dintorni».
Esaù disse, ostinato:
«Ma perché l’Ohio? È a sud, e tutti sanno che Bartorstown si trova a ovest».
«A ovest, ma dove? L’ovest è un posto maledettamente grande. Ascolta, non ricordi le voci che abbiamo udito? La roba era sul fiume, pronta da caricare, non appena… non appena fosse accaduto qualcosa. Erano degli uomini di Bartorstown che parlavano tra loro, di cose che dovevano andare a Bartorstown. E l’Ohio scorre verso ovest. È la via principale. Dopo ci sono altri fiumi. E le barche devono andarci. Ed è per questo che anche noi andiamo da quella parte».
Esaù rifletté per qualche istante, e poi disse:
«Be’, d’accordo. In ogni caso, è un modo per cominciare. Inoltre, chissà? Continuo a pensare che avevamo ragione, su Hostetter, anche se lui ha mentito a quel proposito. Può darsi che lui informi gli altri, forse parleranno di noi attraverso le loro radio, diranno che siamo fuggiti da casa per trovarli. Forse ci aiuteranno, anche quando potranno farlo senza correre rischi. Chissà?»
«Sì,» disse Len. «Chissà?»
S’incamminarono insieme lungo la riva del Pymatuning, diretti a sud. La luna saliva nel cielo, dando loro la luce. L’acqua era un gorgogliare sommesso tra le rive, e le rane cantavano la loro monotona canzone, e nella mente di Len Colter il nome di Bartorstown suonava come il rintocco di una grande campana.
Libro Secondo
8.
Le scarse acque brune del Pymatuning si gettano nel Shenango, che va ad ingrossare il Mahoning, e i due fiumi, insieme, formano il Beaver. Il Beaver va a ingrossare le acque dell’Ohio, che scorre maestosamente verso ovest, per contribuire a rendere più possente il Padre delle Acque.
Anche il tempo scorre, come i fiumi. Piccole unità si raggruppano in grandi unità, i minuti in mesi e i mesi in anni. I ragazzi diventano uomini, e le pietre miliari di una lunga ricerca si moltiplicano e vengo lasciate indietro. Ma la leggenda rimane leggenda, e il sogno sogno, scintillante, sempre più debole, sempre più lontano verso il tramonto.
C’era una città chiamata Refuge, e c’era una ragazza dai capelli biondi; ed erano reali.
Refuge non era affatto simile a Piper’s Run. Era più grande, tanto più grande che i suoi confini premevano già contro i limiti imposti dalla legge, ma le dimensioni non costituivano l’unica differenza. Era una questione di mentalità. Len ed Esaù avevano notato la stessa mentalità in certi altri posti, durante il loro viaggio lungo le valli fluviali, in particolare nei luoghi dove, come a Refuge, le strade di terra e le vie d’acqua si incrociavano. Piper’s Run viveva e respirava con il ritmo lento e calmo delle stagioni, e anche i pensieri di coloro che vi abitavano erano calmi. Refuge ribolliva di attività e di vita. La gente si muoveva più in fretta, e pensava più in fretta, e parlava più forte, e le strade erano rumorose di notte, con un passare continuo di carrozze e carri e le voci degli scaricatori che risuonavano intorno ai moli.
Refuge sorgeva sulla riva settentrionale dell’Ohio. Il suo nome era venuto dal fatto che gli abitanti di una città più lontana lungo il fiume vi avevano trovato rifugio all’epoca della Distruzione. Ora era il punto d’incontro di due grandi rotte commerciali, che si stendeva fino ai Grandi Laghi, e i carri rombavano di giorno e di notte quando le strade erano praticabili, portando a sud balle di pelli, e ferro, e panni di lana, farina e formaggio. Da oriente e da occidente, lungo il fiume, scorreva dell’altro traffico, portando altre cose, rame e cuoio, sego e carne salata dalle grandi pianure, carbone e rottami metallici dalla Pennsylvania, pesce salato dall’Atlantico, barili di chiodi, fucili pregiati, carta. Il traffico fluviale si muoveva anch’esso continuamente, dalla primavera ai primi mesi d’inverno, barconi piatti, lance e rimorchiatori trascinavano lunghe file di chiatte cariche, sbuffando allegramente dai fumaioli, con un gran rumore dei motori a vapore. Erano quelli i primi motori di qualsiasi tipo che Len ed Esaù avessero visto in vita loro, e inizialmente erano stati spaventati a morte dal rumore, ma ben presto si erano abituati a essi. Durante un inverno avevano lavorato in una piccola fonderia vicino alla foce del Beaver, preparando delle pentole a vapore, e pensando già di dare un contributo essenziale alla meccanizzazione del mondo. I Nuovi Mennoniti si accigliavano, disapprovando l’uso di ogni tipo di energia artificiale, ma gli uomini dei battelli fluviali appartenevano a sette differenti, e avevano differenti problemi. Dovevano risalire il corso del fiume con pesanti carichi, lottando contro la corrente, e se potevano mettere le briglie al vapore, usandolo in motori semplici e di facile fabbricazione, questo era un grosso aiuto, ed erano disposti anche ad aggirare certi problemi etici per riuscirci.