Выбрать главу

«Non so cosa ne pensi Len,» disse Esaù, sogghignando. «Ma io intendo restare.» Non pensava certamente ai magazzini, in quel momento.

Dulinsky si volse a fissare Len, che arrossì, e guardò il pavimento.

«Non lo so,» disse. «Non è che io abbia paura, ma può darsi che io voglia, semplicemente, abbandonare Refuge, e proseguire lungo il fiume.»

«Non dovrai pentirti di avere deciso di restare qui,» disse Dulinsky. «E non intendo forzarti.»

«Lo so che non intendete farlo,» disse Len, ostinato. «Ma desidero riflettere, prima di prendere una decisione, nell’uno o nell’altro senso.»

«Resta qui,» disse Dulinsky. «E diventerai ricco. Un mio bisnonno venne qui dalla Polonia, e non riuscì mai a diventare ricco perché tutto era già stato costruito. Ma ora c’è tutto da ricostruire, e il momento è quello giusto per ricominciare. Io intendo farlo, e diventare ricco. Lo so bene, quello che può averti detto il giudice. È un negativista. Ha paura di credere in qualcosa. Io no. Io credo nella grandezza di questo paese, e so che le catene arcaiche che ci tengono stretti devono essere spezzate, se questo paese dovrà di nuovo crescere. Le catene non si spezzeranno da sole. Qualcuno… uomini come me e come voi… dovrà farlo.»

«Sì, signore,» disse Len. «Ma desidero ugualmente riflettere.»

Dulinsky lo studiò per un attimo, e poi sorrise.

«Non ti convinci facilmente, vero? Non è una brutta cosa… Va bene, rifletti quanto vuoi.»

Poi se ne andò. Len guardò Esaù, ma la collera era scemata, ormai, e non se la sentiva di ricominciare la rissa. Disse:

«Vado a fare due passi.»

Esaù scrollò le spalle, e non lo seguì. Len camminò lentamente lungo i moli, pensando alle barche dirette a occidente, chiedendosi se tra esse alcune fossero segretamente dirette a Bartorstown, domandandosi quale senso avesse andare ciecamente da un luogo all’altro, chiedendosi che cosa avrebbe dovuto, o potuto, fare. Raggiunse la fine del molo, e scese da esso, passando accanto al luogo nel quale sarebbe sorto il nuovo magazzino. I due uomini lo osservarono attentamente, fino a quando non si fu allontanato.

Forse non aveva pensato consciamente di prendere quella direzione, ma dopo qualche altro minuto di vagabondaggio senza mèta apparente, egli si ritrovò ai limiti del recinto dei mercanti, una vasta area di terra battuta, dove i carri erano allineati tra lunghe file di stalle e di recinti per le contrattazioni e di alloggi permanenti per gli uomini. Len andava spesso là, in parte perché il lavoro che svolgeva per Dulinsky lo richiedeva, ma c’era un motivo più profondo per questa sua preferenza. In quel luogo si udivano tutte le storie e le voci e i pettegolezzi delle grandi strade polverose, e a volte si udivano perfino notizie su Piper’s Run, e c’era la speranza inestinguibile di ascoltare, un giorno, la parola che aveva aspettato di udire per tanti e tanti mesi, per tanti anni.

Non aveva mai sentito niente. Non aveva mai visto neppure un volto familiare, in particolare quello di Hostetter, e questo era strano, perché lui sapeva che Hostetter andava regolarmente a sud, d’inverno, e avrebbe dovuto attraversare il fiume, in qualche punto. Len era stato a tutti i traghetti, ma Hostetter non era mai comparso. Spesso si era domandato, in quegli anni, se Hostetter fosse ritornato per sempre a Bartorstown, o se gli fosse accaduto qualcosa… se fosse morto come Soames, il mercante biondo.

Il recinto dei mercanti era silenzioso, ora, perché non si facevano affari di sabato, e gli uomini sedevano pigramente e chiaccheravano all’ombra, o erano da qualche parte, per assistere alle funzioni religiose del pomeriggio. Len li conosceva quasi tutti, almeno di vista, ed essi conoscevano lui. Si unì a loro, lieto di trovare compagnia per distrarre la propria mente, almeno per un momento, dai problemi che l’angustiavano. Alcuni di essi erano Nuovi Mennoniti. Len provava sempre una certa vergogna, quando era in mezzo a loro, e un senso di colpa, e un senso di nostalgia, perché gli riportavano alla memoria le tante cose care alle quali avrebbe preferito non pensare mai. Non aveva mai lasciato capire a nessuno che, un tempo, era stato uno di loro.

Parlarono per qualche tempo. Le ombre si allungarono, e un venticello fresco cominciò a soffiare dal fiume. Intorno si cominciò a sentire l’odore del fumo e del cibo che cuoceva, e Len ricordò che non sapeva dove andare a cena, ora che la casa del giudice Taylor gli era preclusa. Così domandò ai mercanti se poteva restare con loro.

«Certo, sei il benvenuto!» disse un Nuovo Mennonita che si chiamava Fisher. «Sai cosa ti dico? Se andassi a prendere un po’ di legna per il fuoco, sarebbe una cosa splendida.»

Len prese la carriola, e la spinse verso il confine del recinto, dove si trovavano le grandi cataste di legna. Per arrivare là, dovette passare accanto alle stalle. Riempì la carriola di legna da ardere, e si voltò, per ritornare dai mercanti. Quando ebbe raggiunto un certo punto, accanto alle stalle, le linee dei carri lo nascosero, rendendolo invisibile dagli alloggi e dagli uomini, che erano in quel momento tutti affaccendati intorno ai fuochi. Le stalle erano buie. Un odore caldo di cavalli usciva da esse, insieme al rumore quieto, regolare, delle grandi mandibole che ruminavano.

Dall’oscurità uscì anche una voce, una voce che pronunciò il suo nome.

«Len Colter.»

Len si fermò.

Era una voce soffocata e frettolosa, quella, molto acuta, e insistente. Si guardò intorno, ma non riuscì a vedere niente. Doveva venire dalle stalle, o da uno dei carri.

«Non cercarmi, a meno che tu non voglia metterci entrambi nei guai,» disse la voce. «Devi solo ascoltare. Ho un messaggio per te, da parte di un amico. Mi ha detto d’informarti che non troverai mai quello che cerchi. Ti dice di ritornare a casa, a Piper’s Run, e di vivervi in pace. Ti dice…»

«Hostetter,» bisbigliò Len. «Siete Hostetter?»

«…di andare via da Refuge. Ci sarà un bagno di fuoco, e tu vi brucerai. Vattene, Len. Torna a casa. E adesso continua a camminare, come se nulla fosse accaduto.»

Len ricominciò a camminare. Ma disse, nell’oscurità delle stalle, con un grido soffocato di trionfo, quasi di esultanza:

«Voi sapete che esiste un solo luogo dove voglio andare! Se volete che io lasci Refuge, dovrete portarmi là.»

La voce rispose, con un sospiro sommesso:

«Ricorda la notte della predica. Non potrai sempre essere salvato.»

10.

Due settimane dopo, l’intelaiatura del nuovo magazzino aveva già preso forma, e gli uomini cominciavano a lavorare sul tetto. Len lavorava dove gli veniva ordinato, a volte nella squadra dei lavori, altre volte in ufficio, quando le carte si ammucchiavano oltre il limite di guardia. Faceva questo in uno stato di continua eccitazione, e di grande tensione, eseguendo gran parte dei movimenti e dei gesti meccanicamente, con la mente concentrata su altre cose. Era come un uomo che fosse in attesa del verificarsi di un’esplosione.

Aveva traslocato in una baracca, nella sezione dei mercanti, lasciando Esaù unico proprietario della soffitta di Dulinsky. Ogni minuto libero lo trascorreva là, nella sua baracca, dimenticando quasi completamente Amity, dimenticando totalmente ogni cosa, a eccezione della speranza che adesso, da un momento all’altro, dopo tutti quegli anni, le cose avrebbero potuto sistemarsi nel modo che lui desiderava. Ripeteva mentalmente, mille e mille volte, ogni parola che la voce aveva detto, cercando di comprenderne i riposti significati, cercando di trarne ogni possibile scintilla di speranza. Riascoltava quella voce e quelle parole nei suoi sonni leggeri e inquieti. E non avrebbe lasciato Refuge, né Dulinsky, ora, per nessun motivo al mondo.