Выбрать главу

Pensò di saperla, quella risposta. Ed era sorprendente notare quale forza avesse quel pensiero. Lui si era detto e ripetuto che Amity non aveva importanza. E allora, perché era così turbato?

Si alzò, allora, e uscì nella notte calda. Il recinto dei mercanti era buio e silenzioso, un silenzio rotto soltanto da qualche tonfo che giungeva dalle stalle, il movimento pesante e sonnolento dei grandi cavalli. Attraversò il recinto, e risalì le strade sonnolente del paese, prendendo deliberatamente la strada più lunga, per non passare accanto al nuovo magazzino. Non aveva alcun desiderio di fermarsi a scambiare qualche parola con le guardie.

La strada più lunga lo portava a passare accanto alla casa del giudice Taylor. Là non si muoveva nulla, e nessuna luce trapelava dalle finestre. Individuò la finestra della camera di Amity, e poi provò un senso di vergogna, e si allontanò, dirigendosi ai moli.

La porta dell’ufficio di Dulinsky era chiusa, ma ora anche Esaù aveva la chiave, e questo non significava nulla. Len esitò. L’effluvio umido del fiume era forte nell’aria, un presagio di pioggia, e il cielo era rannuvolato. I fuochi dei guardiani ardevano, più lontano, lungo l’argine. C’era molto silenzio, e, stranamente, l’ufficio aveva l’aria di un edificio vuoto. Len aprì la porta, usando la sua chiave, ed entrò.

Esaù non c’era.

Len rimase immobile, per diversi secondi, dapprima pervaso da una collera cupa e sorda, poi calmandosi, gradualmente, provando un senso di disgusto e di disprezzo per la stupidità di Esaù. In quanto ad Amity, se era quello che lei voleva, poteva accomodarsi ed essere felice. Lui non era in collera. Non molto, almeno.

La branda di Esaù era intatta: nessuno l’aveva toccata. Len sollevò la coperta, piegandola con cura. Mise gli stivali di ricambio di Esaù sotto il bordo della branda, raccolse una camicia sporca e l’appese con cura a un chiodo. Poi accese la lampada, accanto al letto di Esaù, la regolò in modo che la fiammella ardesse al minimo, e la lasciò accesa. Poi uscì, lasciando la porta dell’ufficio chiusa a chiave.

Era molto tardi, quando rientrò nel recinto dei mercanti. Malgrado ciò, rimase per molto tempo seduto sul gradino della sua baracca, guardando la notte e pensando. Pensieri pieni di solitudine.

Al mattino, egli si fermò in ufficio, per prendere la lettera che Dulinsky aveva preparato per giustificare il suo viaggio a Shadwell, ed Esaù era là, con un volto così grigiastro, livido e vecchio che Len provò, quasi, un senso di compassione per lui.

«Cosa ti succede?» domandò.

Esaù rispose con una specie di brontolio minaccioso.

«Mi sembri spaventato a morte,» disse Len, deliberatamente. «Qualcuno ti ha minacciato, per il magazzino?»

«Bada agli affari tuoi, accidenti a te!» ringhiò Esaù, e Len sorrise interiormente. Che sudasse, che sudasse copiosamente. Certo si domandava chi fosse stato là, durante la notte, quando lui era stato dove non avrebbe dovuto essere. E si doveva tormentare, chiedendosi chi fosse al corrente… e quali fossero le sue intenzioni. La paura gli avrebbe fatto bene.

Scese al molo più vicino, e prese il traghetto, un grande battello piatto e massiccio con una specie di cassero che proteggeva il motore a vapore e la legna che lo alimentava. Una pioggia insistente, uggiosa, aveva cominciato a cadere, e la riva opposta era nascosta dalla nebbia. Un mercante diretto a sud, con un carico di lana e di pelli conciate, stava attraversando il fiume a sua volta. Len lo aiutò a guidare i cavalli, e poi sedette con lui sul carro, ricordando quali cose magiche fossero stati i carri quando lui era stato un ragazzo. La Fiera di Canfield pareva qualcosa di strano, lontana un milione di anni. Il mercante era un uomo magro, con una barba biondiccia, che gli ricordava molto Soames. Rabbrividì, e abbassò lo sguardo, fissando il fiume, là dove le acque lente e imperiose scorrevano eternamente verso occidente. Una lancia stava risalendo la corrente, a fatica, tra grandi spruzzi di schiuma. La lancia salutò con un ululato lamentoso della sirena il traghetto, e il traghetto rispose, e poi da oriente una terza voce parlò, e una processione di chiatte discese lentamente, a buona distanza da loro, chiatte cariche di carbone che scintillava lucido e nero sotto la pioggia.

Shadwell era un centro piccolo, e nuovo, e primitivo, in un certo senso, e cresceva così in fretta che dovunque si girasse lo sguardo si vedevano degli edifici in costruzione. Il porto era tutto un ronzio di attività, e su una collinetta, dietro i moli, la grande casa di Shadwell se ne stava torva, a guardare lo scenario con i suoi occhi di vetro.

Len s’incamminò lentamente verso l’ufficio del magazzino al quale era destinata la sua lettera. Molti degli uomini che avrebbero dovuto essere impegnati nelle costruzioni, quel mattino, non erano al lavoro, a causa della pioggia. C’era una piccola squadra di operai, riunita sul portico di un negozio. Len ebbe l’impressione di venire osservato con troppa attenzione, ma probabilmente questo era dovuto al fatto che lui era uno straniero disceso dal traghetto. Entrò nell’ufficio, e consegnò la lettera a un ometto piccolo e anziano che si chiamava Gerrit, che la lesse frettolosamente e poi squadrò Len, come se fosse stato un animale viscido, uscito strisciando dalla fanghiglia delle acque basse della riva.

«Potete dire a Mike Dulinsky,» disse, «Che io seguo le parole del Buon Libro, che mi proibiscono di avere commercio con gli uomini empi e gli operatori d’iniquità. E in quanto a voi, vi suggerisco di fare lo stesso. Ma voi siete giovane, e i giovani sono sempre amici del peccato, così non sprecherò il fiato. Andatevene».

Gettò la lettera in un cestino dei rifiuti, e voltò le spalle a Len. Len si strinse nelle spalle, e uscì dall’ufficio. Attraversò la piazza fangosa, diretto al recinto dei mercanti. Uno degli uomini, sotto il portico del negozio, scese i gradini, e con aria distratta si avvicinò all’ufficio di Gerrit. Stava piovendo più forte, ora, e rivoletti di acqua giallastra scorrevano dappertutto sul terreno nudo.

C’erano moltissimi carri nel recinto, ma nessuno di loro portava sul tendone il nome di Hostetter. Quasi tutti gli uomini erano al riparo, a causa della pioggia. Non vide nessuno che conosceva, e nessuno gli rivolse la parola. Dopo qualche tempo, voltò le spalle ai carri, e tornò indietro.

La piazza era piena di uomini. Erano in piedi sotto la pioggia, e l’acqua gialla e fangosa si muoveva intorno ai loro stivali, ma a loro pareva indifferente. Tutti guardavano dalla stessa parte… tutti guardavano Len.

Uno di loro disse:

«Voi siete di Refuge».

Len annuì.

«Lavorate per Dulinsky».

Len si strinse nelle spalle, e fece per passare oltre.

Altri due uomini si misero ai suoi fianchi, e gli afferrarono le braccia. Lui cercò di liberarsi, ma essi lo tennero stretto, uno da ciascun lato, e quando cercò di divincolarsi scalciando, gli bloccarono anche le gambe.

Il primo uomo disse:

«Abbiamo un messaggio per Refuge. Potete riferirlo voi. Non lasceremo che prendano ciò che è nostro di diritto. Se non ci penseranno loro a fermare Dulinsky, lo fermeremo noi. Siete capace di ricordare il messaggio?»