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Len lo guardò freddamente, ma era spaventato. Non disse niente.

«Fateglielo ricordare, ragazzi,» disse il primo uomo.

I due uomini che lo tenevano stretto furono raggiunti da altri due. Insieme, costrinsero Len ad abbassarsi, con il viso nel fango. Lui si rialzò, e quando fu di nuovo sulle mani e sulle ginocchia, essi lo colpirono con calci precisi, freddi e violenti, gettandolo di nuovo nel fango, poi afferrandolo per le braccia e costringendolo a girarsi. Poi qualcun altro lo prese, e un altro, e un altro ancora, sballottandolo e colpendolo per tutta la piazza, in un silenzio innaturale, rotto soltanto da grugniti dovuti allo sforzo: nessuno gli fece veramente male, ma nessuno gli diede la possibilità di reagire. Quando ebbero finito, se ne andarono, e lo lasciarono, stordito e ansante, seduto nel fango, con la bocca piena di fango e di acqua. Riuscì a rimettersi in piedi, allora, e si guardò intorno, ma ora la piazza era deserta. Scese al traghetto, e salì a bordo, benché la partenza fosse ancora lontana. Era fradicio e intirizzito, e tremava, anche se non avvertiva un vero e proprio senso di freddo.

Il capitano del traghetto era nato a Refuge. Aiutò Len a pulirsi, e gli diede una coperta, prendendola dalle proprie provviste. Poi Len guardò le strade di Shadwell.

«Li ammazzo,» disse Len. «Giuro che li ammazzo.»

«Certo,» disse il capitano del traghetto. «E vi dirò una cosa. Sarà meglio che non vengano a Refuge a provocare guai, altrimenti si accorgeranno che cosa significa andare in cerca di guai».

Nel primo pomeriggio la pioggia cessò di cadere, e alle cinque, quando il traghetto si ormeggiò di nuovo a Refuge, il cielo si stava già rasserenando. Len andò subito da Dulinsky, a raccontare quello che era accaduto, e Dulinsky assunse un’espressione grave e scosse il capo.

«Mi dispiace, Len,» disse. «Avrei dovuto saperlo. Non avrei dovuto permetterti di fare questo».

«Ebbene,» disse Len, «Non mi hanno fatto alcun male, in realtà, e adesso voi sapete come stanno le cose. Certamente verranno qui, all’adunanza. Potete scommetterci».

Dulinsky annuì. I suoi occhi cominciarono a brillare, di quella sua fiamma fredda, e poi egli si fregò le mani.

«Forse è quello che volevamo,» disse. «Presto, va’ a cambiarti e a mangiare qualcosa. Ci vediamo dopo».

Len s’incamminò verso la baracca che era diventata la sua casa, ma Dulinsky lo aveva già preceduto, e tutti i moli erano pieni di uomini di guardia, e le guardie del nuovo magazzino erano state raddoppiate.

Nel recinto dei mercanti, Fisher vide Len, gli si avvicinò, e domandò, apprensivo:

«Cosa è successo, Len?»

«Ho avuto dei guai con quelli di Shadwell,» rispose Len, ancora troppo in collera per provare il desiderio di parlarne. Entrò nella sua baracca, e chiuse la porta, e cominciò a spogliarsi, togliendosi gli abiti che erano diventati duri e impastati, per il fango rappreso.

E per tutto il tempo, continuò a porsi delle domande.

Si domandò se Hostetter lo avesse abbandonato. E si domandò inoltre se Hostetter, o chiunque altro, fosse stato realmente in grado di fare qualcosa, quando il momento sarebbe venuto. Ricordò la voce, che aveva detto qualcosa… qualcosa sul fatto che non sempre lui avrebbe potuto essere salvato.

Quando si fece buio, uscì dalla baracca, e si avviò verso la piazza del paese, per partecipare all’adunanza.

11.

La piazza principale di Refuge era vasta ed erbosa, con alberi che mandavano ombra durante l’estate. La chiesa, austera e spoglia e autoritaria, dominava la piazza dal lato settentrionale. Sui lati orientale e occidentale c’erano edifici più piccoli, magazzini, case, una scuola, sul lato meridionale sorgeva il municipio, non proprio alto come la chiesa, ma più largo, pieno di ali che ospitavano le aule del tribunale, gli archivi, i numerosi uffici necessari a condurre ordinatamente la vita di un paese di quelle dimensioni. I negozi e gli edifici pubblici erano chiusi, ora, immersi nel buio, e Len notò che diversi bottegai avevano abbassato le serrande.

La piazza era piena di gente: sembrava che ci fossero tutti gli uomini e le donne di Refuge, in piedi sull’erba umida, oppure in movimento da un capannello all’altro, chiacchierando con i vicini, e non soltanto gli abitanti di Refuge erano là, ma altri, contadini venuti dalla campagna, un manipolo di Nuovi Mennoniti. Una specie di pulpito era stato eretto al centro della piazza. Era una costruzione permanente, e veniva usata soprattutto dai predicatori ospiti, per pubbliche preghiere all’aperto, ma anche gli uomini politici se ne servivano, durante le elezioni locali o nazionali. Mike Dulinsky intendeva servirsene, quella sera. Len ricordò quello che gli aveva narrato la nonna, sui vecchi tempi, quando un oratore poteva parlare a tutti i cittadini del paese, attraverso le scatole della tivù, nello stesso momento, e si chiese con un brivido di eccitazione se quella notte non fosse stata l’inizio della lunga strada del ritorno a quel tipo di mondo… Mike Dulinsky, che parlava a un manipolo di persone, in un villaggio chiamato Refuge, sull’oscuro Ohio. Aveva letto a sufficienza i libri di storia del giudice Taylor per sapere che a volte le cose accadevano proprio così: una piccola causa provocava grandi effetti. Il suo cuore cominciò allora a battere più veloce, ed egli cominciò a camminare nervosamente avanti e indietro, deciso a fare in modo che Dulinsky potesse parlare, malgrado qualsiasi ostacolo o qualsiasi impedimento.

Il predicatore, fratello Meyerhoff, uscì dalla porta laterale della chiesa. Quattro diaconi erano con lui, insieme a un quinto uomo che Len non riconobbe fino a quando il piccolo gruppo non fu entrato nel circolo di luce prodotto da uno dei falò che ardevano nella piazza. Il quinto uomo era il giudice Taylor. Essi proseguirono, e Len li smarrì tra la folla, ma era sicuro che essi fossero diretti al palco degli oratori. Li seguì, allora, lentamente. Era a metà strada, ormai, sull’erba umida e nello spazio aperto, quando Mike Dulinsky giunse dall’altro lato, e ci fu un’animazione improvvisa, un generale avvicinarsi al centro, e la folla si ammassò, improvvisamente, tanto che per passare lui fu costretto a spingere. C’erano sei uomini con Dulinsky, che portavano delle lanterne all’estremità di lunghi pali. Sistemarono i pali in circolo, intorno al palco degli oratori, in modo che formassero una colonna di luce nel buio. Dulinsky salì sul podio, e cominciò a parlare.

Qualcuno tirò la manica di Len, ed egli si voltò. Era Esaù, che gli faceva cenno di uscire dalla folla.

«Ci sono delle barche sul fiume,» disse Esaù, quando furono in disparte, dove nessuno poteva udirli. «Vengono da questa parte. Avvertilo tu, Len, io devo ritornare ai moli». Si guardò intorno, furtivamente. «Hai visto Amity?»

«Non l’ho vista. C’è il giudice».

«Oh, Signore,» disse Esaù. «Ascolta, io devo andare. Se vedi Amity, dille che non ci sarò, per un po’ di tempo. Lei capirà».

«Davvero? Credevo che ti vantassi di non lasciarti…».

«Oh, fa’ silenzio. Di’ a Dulinsky che stanno arrivando. E sta attento, Len. Non metterti nei guai più di quanto non sia necessario».

«A me sembra che quello nei guai sia un altro… tu, per l’esattezza,» disse Len. «Se non vedo Amity, riferirò il messaggio a suo padre, che ne dici?»

Esaù imprecò, e sparì nell’oscurità. Len cominciò di nuovo ad attraversare la folla. Erano tutti in silenzio, ascoltavano, con espressione grave e occhi intenti. Dulinsky stava parlando con appassionata sincerità. Era il suo momento, quello, e intendeva sfruttarlo completamente, e dire tutto quello che aveva da dire.

«…questo è accaduto ottant’anni or sono. Ora nessun pericolo ci minaccia, perché dovremmo continuare a vivere sotto l’ombra di una paura che non ha più alcuna ragione?»