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Un mormorio a metà soffocato e a metà ansioso percorse la folla. Dulinsky non lo lasciò spegnere.

«Ve lo dirò io il perché!» gridò. «È perché i Nuovi Mennoniti sono saliti in sella, e hanno sempre tenuto il governo fin da allora. Essi non amano la crescita, non amano il cambiamento. Il loro credo rifiuta entrambe le cose, e non solo il loro credo, ma anche la loro avidità. Sì, ho detto avidità! Essi sono contadini. Non vogliono vedere i centri di commercio, come Refuge, diventare ricchi e grassi, non vogliono una concorrenza sul mercato, e soprattutto non vogliono che gente come noi li faccia alzare dai loro comodi sedili al Congresso, là dove essi possono fare tutte le leggi. Così ci proibiscono di costruire un nuovo magazzino, quando noi ne abbiamo bisogno. Ora credete che questo sia onesto, giusto, o santo? Voi, fratello Meyerhoff, credete che i Nuovi Mennoniti debbano dirci sempre come dobbiamo vivere, o anche la nostra Chiesa della Santa Riconoscenza dovrebbe poter dire una parola in merito?»

Il fratello Meyerhoff rispose:

«Non si tratta di loro o di noi. Si tratta di voi, Dulinsky, e voi state bestemmiando!»

Un coro di voci, in prevalenza femminili, approvò quelle parole. Len si spinse fino ai piedi del palco. Dulinsky si sporgeva, guardando Meyerhoff. C’erano delle goccioline di sudore sulla fronte dell’uomo.

«Io sto bestemmiando?» domandò. «Ditemi in qual modo».

«Voi siete stato in chiesa. Voi avete letto il Libro, e avete ascoltato i sermoni. Voi sapete che l’Onnipotente ha ripulito la terra dalle città, e ha ordinato ai Suoi figli da Lui salvati di seguire sempre le vie della giustizia, di amare le cose dello spirito e non le cose della carne! Nelle parole del profeta Nahum…»

«Ma io non voglio costruire una città,» disse Dulinsky. «Io voglio costruire un magazzino».

Ci furono delle risatine nervose, subito soffocate. Il viso di Meyerhoff era scarlatto, sopra la barba. Len salì i gradini, e parlò brevemente a Dulinsky, che annuì. Len scese di nuovo. Avrebbe voluto dire a Dulinsky di lasciare in pace i Nuovi Mennoniti, ma non osava farlo, per paura di rivelarsi.

«Chi,» domandò Dulinsky a Meyerhoff, «Vi ha parlato di città?» Fece una pausa, e poi puntò il braccio, drammaticamente, «Siete stato voi, giudice Taylor?»

Nel chiarore delle lanterne, Len vide che il volto del giudice Taylor era stranamente pallido e sofferente. La sua voce, quando egli parlò, era calma, ma risuonò per tutta la piazza.

«C’è un emendamento nella Costituzione degli Stati Uniti che vi proibisce di fare questo. Non ci sono discorsi che potranno cambiare questo, Dulinsky».

«Ah!» disse Dulinsky, in tono soddisfatto, come se il giudice Taylor fosse caduto in una trappola. «Ma è qui che sbagliate! Sono i discorsi, esattamente, quelli che potranno cambiarlo! Se parleranno abbastanza persone, e se parleranno abbastanza a lungo e abbastanza forte, l’emendamento verrà cambiato, in modo che un uomo possa costruire un magazzino, se ne ha bisogno per riparare della farina o delle pelli, o una casa, se ne ha bisogno per mettere al riparo la sua famiglia». Alzò ancora la voce, gridando, «Pensate a questo, gente! I vostri figli sono costretti a lasciare Refuge, e molti altri dovranno andarsene, perché non possono costruire altre case, quando si sposano. Ho ragione?»

Ottenne molti consensi, a quella domanda. Dulinsky sogghignò. Ai margini oscuri della folla apparve un uomo, poi un altro e un altro ancora. Venivano dal fiume.

E Meyerhoff disse, con voce che vibrava di collera:

«In tutte le epoche, sempre, gli increduli hanno preparato la via al male».

«Forse,» disse Dulinsky. Stava guardando oltre la testa di Meyerhoff, ai margini della folle. «E sono disposto ad ammettere di essere un incredulo». Diede un’occhiata a Len, il segnale convenuto, mentre la folla ammutoliva, sbalordita da quelle parole. Poi egli continuò, in fretta, e con calma:

«Sono un incredulo, perché non credo nella povertà, nella fame, nella miseria. Non conosco nessuno che creda in queste cose, a parte i Nuovi Ismaeliti, ma non ricordo neppure che essi abbiano avuto grande considerazione presso di noi. Anzi, se ricordate, fummo noi a scacciarli dalle nostre terre. Non credo, non crederò mai che un bambino sano e normale debba essere legato con robuste cinghie, per impedirgli di diventare più alto di quanto qualcuno creda sia opportuno. Io…»

Il giudice Taylor passò accanto a Len, e salì i gradini del palco. Dulinsky parve sorpreso, e si fermò nel bel mezzo della frase. Taylor lo incenerì con uno sguardo ardente, e disse:

«Un uomo può fare qualsiasi cosa con le parole». Si rivolse alla folla. «Io vi darò dei fatti, e vedremo poi se Dulinsky riuscirà a cancellarli con le parole. Se voi violate la legge che limita l’espansione della comunità, non influenzerete soltanto Refuge. L’influenza si estenderà a tutta la campagna che la circonda. Ora, i Nuovi Mennoniti sono gente pacifica e laboriosa, e il loro credo proibisce di ricorrere alla violenza. Essi seguiranno le vie prescritte dalla legge, anche se si tratta di vie lente e difficili. Ma ci sono altre sette nella campagna, e il loro credo è diverso. Essi pensano che sia loro dovere impugnare la falce del Signore».

Tacque, e nel silenzio Len avvertì l’ansia della folla.

«Sarà meglio che voi pensiate a quello che state facendo, e non solo una volta,» disse Taylor, «Prima di spingerli a brandire quella falce contro di voi».

Ci furono degli applausi, dai margini della folla. Dulinsky domandò, in tono sprezzante:

«Di che cosa avete paura, giudice… dei contadini, o degli uomini di Shadwell?» Si sporse dalla balaustra, e fece un ampio cenno. «Venite qui, gente di Shadwell, venite dove possiamo vedervi. Non dovete avere paura, siete gente coraggiosa. Ho un ragazzo, qui, che ha conosciuto tutto il vostro coraggio. Len, vieni un momento qui.»

Len obbedì, evitando lo sguardo del giudice Taylor. Dulinsky lo condusse fino alla balaustra.

«Alcuni di voi conoscono Len Colter. Io l’ho mandato questa mattina a Shadwell, per affari. Volete dirci qual è stata l’accoglienza che gli avete riservata, gente di Shadwell, oppure vi vergognate?»

La folla cominciò a brontolare, e a voltarsi.

«Cosa succede?» gridò una voce rude e profonda, dai margini della piazza. «Non gli è piaciuto il sapore del fango di Shadwell?» Gli uomini di Shadwell risero tutti, e poi un’altra voce, una che Len ricordava troppo bene, lo chiamò, dicendo, «Gli avete riferito il messaggio?»

«Sì,» disse Dulinsky. «Di’ alla nostra gente quel messaggio, Len. Parla forte, in modo che tutti possano ascoltare».

Il giudice Taylor disse improvvisamente, a bassa voce, tra i denti:

«Rimpiangerete questa notte». Scese di corsa i gradini.

Len guardò le ombre, irato.

«Intendono fermarvi,» disse alla gente di Refuge. «Quelli di Shadwell vi impediranno di crescere. È per questo che sono qui, stanotte». La sua voce salì ancora di un’ottava, fin quasi a incrinarsi. «Non m’importa sapere chi abbia paura di loro,» disse. «Io no!» Scavalcò la balaustra, lanciandosi sul terreno, e avanzò, tra la folla. Tutta la collera impotente che aveva provato durante l’umiliante scena del mattino era ritornata su di lui, cento volte moltiplicata, ora, e non gli importava realmente sapere quello che avrebbero fatto gli altri, o quello che sarebbe accaduto a lui. Si aprì un varco tra la folla, e poi la strada fu improvvisamente aperta, davanti a lui, e gli uomini di Shadwell erano riuniti in un gruppo compatto, e lo aspettavano. La voce di Dulinsky stava gridando qualcosa, in cui i nomi di Refuge e Shadwell erano uniti dalla parola paura. La folla cominciava a muoversi. Una donna stava urlando. Gli uomini di Shadwell avevano cominciato a tirare fuori dei bastoni dalle grandi giubbe che li coprivano. Len balzò su di loro come una pantera. Un grande ruggito si alzò dalla folla, e la rissa ebbe inizio.