Len atterrò il suo uomo, tempestandolo di pugni. C’era un turbine di gambe intorno a lui, e molta gente cadeva. Si udivano molte grida, ora, e gli stivali si muovevano selvaggiamente. Qualcuno colpì Len alla nuca. Il mondo si capovolse, per un momento, e quando ritornò stabile egli avanzava già, vacillando, in mezzo a un piccolo vortice ribollente di uomini che ansavano, e afferrava la giacca di qualcuno, e muoveva i pugni, alla cieca. Il vortice girava e si sollevava e lo catapultò contro una serranda di un negozio, e passò oltre. Così rimase là, confuso, scuotendo la testa, perdendo sangue dal naso. La folla si era dispersa. Le lanterne ardevano ancora intorno al pulpito, al centro della piazza, ma non c’era nessuno là, e nessuno rimaneva sullo spazio erboso che lo circondava, e c’erano solo delle tracce, dei cappelli e dei bastoni spezzati nell’erba. La rissa si era spostata. Len ne udiva il rumore che si allontanava per le strade e i vicoli che portavano ai moli. Grugnì, e cominciò a correre in quella direzione. Era contento che papà non lo potesse vedere, ora. Sentiva qualcosa di rovente e di strano, dentro di sé, e quella sensazione ardente e irragionevole gli piaceva. Voleva combattere ancora.
Quando raggiunse i moli, quelli di Shadwell si stavano ammucchiando sulle barche in gran fretta, agitando i pugni e gridando minacce. Gli uomini di Refuge erano tutti allineati sulla banchina, aiutandoli ad andarsene più in fretta. Due o tre uomini di Shadwell erano in acqua, e i compagni li stavano tirando a bordo. L’aria era piena di ululati e di miagolii di scherno. Mike Dulinsky era là, al centro del tumulto, con il suo abito nero strappato, e i capelli scompigliati, e con la camicia macchiata di sangue per una ferita alla bocca.
«Volete fermarci, vero?» stava gridando agli uomini di Shadwell. «Voi insegnate il da farsi a quelli di Refuge, siete voi a dare gli ordini, vero?»
Gli uomini che circondavano Dulinsky lo presero improvvisamente, e lo issarono sulle spalle, gridando di entusiasmo. Gli uomini di Shadwell si allontanarono lentamente e malinconicamente sulle acque scure del fiume. Quando furono fuori vista, la folla si girò, e sempre portando in trionfo Dulinsky, e applaudendolo, raggiunse il luogo nel quale i falò ardevano intorno all’intelaiatura del magazzino. Girarono più volte intorno alla costruzione, e anche le guardie applaudirono e lanciarono grida di trionfo. Len osservò la scena, sentendosi stordito, ma trionfante, poi, guardandosi intorno, vide delle luci splendere dalla direzione del recinto dei mercanti. Guardò, accigliandosi, e negli intervalli tra uno scroscio di applausi e un coro di evviva, nell’entusiasmo del magazzino, egli riuscì a cogliere delle voci di uomini, più lontane, e un rumore di cavalli. Preoccupato, cominciò a camminare, in direzione del recinto.
Lanterne e torce ardevano, tutt’intorno, per illuminare la scena. Gli uomini stavano portando fuori dalle stalle i loro cavalli, e li attaccavano ai carri, e si affrettavano a riempire i carri di merci, e tutti parevano sul punto di partire. Len rimase a guardare la scena per un paio di minuti, incredulo, e tutto il senso di trionfo e di eccitazione lo abbandonò. Si sentiva stanco, e il naso gli faceva male.
Vide Fisher, e si avvicinò a lui, e tenne fermi i primi cavalli, mentre il mercante lavorava.
«Perché ve ne andate tutti?» domandò.
Fisher gli diede un’occhiata dura e severa, di sotto la tesa del suo cappello piatto.
«I contadini se ne sono andati, pieni di intenti bellicosi,» disse. «Ritorneranno e porteranno guai, e noi non vogliamo aspettare».
Si assicurò che tutto fosse in ordine, e salì a cassetta. Len si scostò, e Fisher lo guardò dall’alto, e c’era qualcosa, nei suoi occhi, che gli ricordava lo sguardo di papà, di tanto, tanto tempo prima.
«Avevo un’opinione migliore di te, Len Colter,» disse Fischer. «Ma coloro che prendono una brace ardente verranno bruciati. Che il Signore abbia misericordia di te!»
Agitò le redini, e gridò ai cavalli, e il suo carro cigolò e si mosse, e anche gli altri carri si mossero, e Len rimase solo a seguirli con lo sguardo.
12.
Le due del pomeriggio di una giornata calda e soffocante. Gli uomini stavano mettendo le tavole sui lati settentrionale e orientale del capannone, lavorando all’ombra. Refuge era calma, così calma che il suono dei martelli risuonava come le campane nel mattino del sabato. Quasi tutte le barche se ne erano andate dai moli, e le banchine erano deserte.
Esaù disse:
«Pensi che verranno?»
«Non lo so». Len osservò i tetti lontani di Shadwell, dall’altra parte del fiume, e scrutò su e giù per l’ampia distesa delle acque. Neppure lui sapeva esattamente cosa cercasse: Hostetter, un volto conosciuto, qualcosa, qualsiasi cosa per spezzare quel senso di vuoto e di attesa. Per tutta la mattinata, dall’alba, carri pieni di donne e bambini avevano lasciato il paese, e c’erano stati anche degli uomini, sui carri, e molti fagotti che contenevano le proprietà delle famiglie.
«Non faranno niente,» disse Esaù. «Non oseranno».
La sua voce non era convinta. Len lo scrutò, e vide che aveva il volto teso e nervoso. Erano in piedi, sulla porta dell’ufficio, e non facevano niente, respiravano soltanto il calore soffocante e il silenzio. Dulinsky era andato in paese, e Len disse:
«Vorrei che fosse già di ritorno».
«Ci sono degli uomini sulle strade, di guardia. Se ci fossero delle notizie, saremmo i primi a saperle».
«Sì,» disse Len. «Credo di sì».
I martelli producevano un suono insistente, aspro, sul legno giallo e fresco. Ai margini del magazzino, tra gli alberi che circondavano il perimetro di costruzione, diversi uomini oziavano, e osservavano. Altri uomini erano sui moli, inquieti, nervosi, raccolti a gruppetti per parlare un poco, gruppetti che poi si scioglievano e si ricomponevano in un gioco continuo, gente che andava avanti e indietro senza sapere esattamente che fare. Tutti lanciavano delle occhiate furtive in direzione dell’ufficio, e soprattutto di Len e di Esaù che stavano in piedi sulla soglia, e tutti guardavano gli operai che lavoravano al magazzino, ma nessuno si avvicinava e tentava di conversare. Questo non piaceva affatto a Len. Gli dava l’impressione di essere molto solo e molto ingombrante, e lo preoccupava, poiché gli pareva di sentire il dubbio e l’incertezza e l’apprensione di quegli uomini, uomini che si erano posti contro qualcosa di nuovo e non sapevano che cosa fare. Di quando in quando delle borracce venivano passate di mano in mano, ma questo accadeva raramente, e solo uno o due uomini erano vistosamente ubriachi.
Impulsivamente, Len salì sul molo, e gridò a un gruppo di uomini che stavano intorno a un albero a discutere:
«Che notizie ci sono dal paese?»
Uno di loro scosse il capo.
«Ancora niente».
Si trattava di uno di coloro che avevano gridato con maggiore vigore il nome di Dulinsky, durante il trionfo della notte, ma ora il suo volto non mostrava più alcun entusiasmo. Improvvisamente si curvò, e raccolse un sasso, e lo gettò contro un gruppetto di ragazzi che attendevano in disparte, evidentemente desiderosi di assistere a qualcosa di spettacolare.
«Via!» gridò. «Non è un gioco per divertirvi, questo. Filate!»
Se ne andarono, ma non troppo lontano. Len ritornò sulla porta dell’ufficio. Era un caldo soffocante, l’aria era immobile, pesante. Esaù si mosse, appoggiandosi allo stipite della porta.
«Len».
«Cosa vuoi?»
«Cosa faremo, se vengono?»
«Come faccio a saperlo? Dovremo combattere, suppongo. Vedremo quel che accadrà. Come faccio a saperlo?»
«Be’, io so una cosa,» disse Esaù, con aria di sfida. «Non ho intenzione di rompermi il collo per Dulinsky. All’inferno anche lui».