«Va bene, prova a escogitare qualcosa». C’era un senso di collera, ora, che pervadeva Len, una cosa ancora vaga e indistinta, priva di una direzione precisa, ma sufficiente a renderlo nervoso e impaziente. Forse era perché lui aveva paura, e la paura lo mandava in collera. Ma sapeva qual era il corso dei pensieri di Esaù, e non voleva che l’altro li esponesse a voce alta.
«Ci puoi scommettere,» disse Esaù. «Sì, ci puoi scommettere. Il magazzino è suo, non mio. Che sia lui a combattere per difenderlo. Lui non rischierebbe certamente la pelle per difendere qualcosa di mio. Io…»
«Zitto,» disse Len. «Guarda».
Il giudice Taylor si stava avvicinando, lungo i moli. Esaù imprecò, nervosamente, e scivolò all’interno dell’ufficio, per non farsi vedere. Len aspettò, consapevole dello sguardo di tutti gli uomini fisso su di lui, come se quanto stava per accadere fosse stato di grande importanza.
Taylor venne alla porta, e si fermò.
«Di’ a Mike che voglio vederlo,» disse.
Len rispose:
«Non è qui».
Il giudice lo studiò, cercando di capire se Len gli avesse detto o no la verità. Il suo volto era livido, e gli occhi erano stranamente duri e febbricitanti.
«Sono venuto,» disse, «Per offrire a Mike l’ultima opportunità».
«È in paese, da qualche parte,» disse Len. «Forse potrete trovarlo là».
Taylor scosse il capo.
«È la volontà del Signore,» disse, e si voltò, e se ne andò. Giunto all’angolo dell’ufficio, si fermò di nuovo, e disse, «Ti avevo avvertito, Len. Ma non esiste peggior cieco di colui che non vuole vedere».
«Aspettate!» disse Len. In due passi raggiunse il giudice, e lo guardò negli occhi, e rabbrividì, «Voi sapete qualcosa. Di che si tratta?»
«La volontà del Signore,» disse il giudice, «Ti verrà rivelata quando verrà il momento».
Len si avvicinò ancora, e lo afferrò per il colletto del suo bellissimo abito, e lo scosse:
«Parlate per voi, giudice!» disse, irato. «Il Signore deve essere nauseato di vedere che tutti si nascondono dietro di Lui! Non succede niente, in questo paese, senza che voi ci mettiate lo zampino. Cosa c’è, adesso?»
Un po’ del fuoco ipocrita che aveva invaso gli occhi del giudice si spense. Egli abbassò lo sguardo, scandalizzato, incredulo che Len lo avesse preso per la giacca così rudemente. Len lo lasciò andare.
«Mi dispiace,» disse. «Ma io voglio sapere».
«Sì,» disse a bassa voce il giudice Taylor. «Sì, tu vuoi sapere. È stato sempre questo il tuo guaio. Non ti dissi io stesso di trovare il tuo limite, prima che fosse troppo tardi?»
Il suo volto si addolcì, divenne gentile, pieno di autentico dispiacere.
«È un peccato, Len. È un vero peccato. Avrei potuto volerti bene come a un figlio».
«Che cosa avete fatto?» domandò Len, avvicinandosi ancora.
E il giudice rispose:
«Non ci saranno più città. Esiste una legge, e bisogna obbedire».
«Voi avete paura,» disse Len, lentamente, in tono sinceramente sorpreso. «Ora lo capisco, voi avete paura. Voi pensate che se qui sorgesse una nuova città, le bombe ricomincerebbero a piovere dal cielo, e voi sareste indifeso sotto di esse. Avete detto ai contadini che non avreste fatto niente per fermarli?…»
«Taci!» gridò il giudice, e sollevò la mano.
Len si fermò, e si mise in ascolto. E così fecero gli uomini che si trovavano sotto gli alberi e sui moli. Esaù uscì dalla porta. E, al magazzino, gli operai posarono i loro martelli, uno dopo l’altro.
C’era un suono che pareva un canto lontano.
Era debole, ma questo era soltanto perché il suono veniva da molto, molto lontano. Era profondo, sonoro; un suono maschio, marziale e terrificante, che veniva con la solenne inevitabilità della tempesta che non si ferma né devia dalla sua strada. Len non riuscì a distinguere le parole, ma dopo avere ascoltato per qualche minuto, capì di che cosa si trattava. ’I miei occhi hanno visto la gloria della venuta del Signore.’
«Addio, Len,» disse il giudice, e se ne andò, camminando con la testa eretta e il volto pallido e inflessibile sotto il sole ardente di luglio.
«Dobbiamo andare via,» bisbigliò Esaù. «Dobbiamo lasciare questo posto».
Ritornò precipitosamente in ufficio, e Len sentì che i suoi piedi si muovevano velocissimi sulla scaletta di legno, per raggiungere la soffitta. Len esitò per un momento. Poi cominciò a correre, in direzione della città, verso l’inno lontano che si avvicinava sempre di più. Ho preparato un vangelo di fuoco scritto su file di acciaio brunito… Gloria! gloria! Alleluia, la Sua verità è in marcia. Un nodo di paura stringeva ora lo stomaco di Len, un nodo stretto e freddo, e l’aria soffocante si era trasformata in ghiaccio, una morsa di ghiaccio che serrava la sua pelle. La Sua mano ha mutato il fuoco in gelo, Alleluia! Anche gli uomini che si trovavano sui moli e sotto l’ombra degli alberi si muovevano, percorrendo altre strade, dapprima incerti, poi sempre più decisi, e poi anch’essi si misero a correre. Tutti erano usciti dalle loro case, tutti coloro che erano rimasti a Refuge. Donne, vecchi, bambini, che non avevano scelto la via delle campagne e il barcollare pesante dei carri, ascoltavano, si chiamavano a gran voce, chiamavano gli uomini che correvano per le strade, chiedendo cosa stesse accadendo, chi stesse arrivando. Gli eserciti del Signore sono in marcia, una spada infuocata ha bruciato la Terra, lode alla spada ardente del Signore, Alleluia, Alleluia! Len giunse precipitosamente nella piazza, e un carro passò davanti a lui, rotolando veloce sulle ruote, così vicino che la schiuma intorno al morso del cavallo lo spruzzò. C’era un’intera famiglia sul carro, l’uomo ritto a cassetta, con lo sguardo di un folle, con la mano alzata per far schioccare la frusta, con le donne che urlavano abbracciate, dietro, e i bambini stretti e piangenti. C’era della gente nella piazza, gruppetti divisi, alcuni si dirigevano verso la strada che portava a settentrione, altri correvano smarriti, senza mèta, donne che chiedevano se qualcuno avesse visto i loro mariti e i loro figli, chiedendo, sempre chiedendo, cosa succede, cosa sta accadendo? Len correva tra quella gente smarrita, verso la strada di settentrione, la grande arteria che portava a nord.
Dulinsky era là, ai confini del paese, dove la grande strada polverosa solcava i campi di grano quasi maturo per la mietitura. C’erano circa duecento uomini con lui, armati di bastoni e di sbarre di ferro, con fucili e moschetti, con picconi e asce. Avevano l’aspetto risoluto e ansioso. Il volto di Dulinsky, arrossato dal sole, era rosso solo in superficie. Sotto l’abbronzatura era pallido. Continuava a strofinarsi le mani sui pantaloni, passando il pesante bastone da una mano all’altra. Len si fece avanti, si mise accanto a lui. Dulinsky gli lanciò un’occhiata, ma non disse niente. La sua attenzione era rivolta a nord, dove un compatto muro di polvere giallo-bruna avanzava, spandendosi attraverso la strada e sul grano. Il suono dell’inno giungeva da quella parete in marcia, con un ritmico calpestio di piedi, e attraverso i contorni si distinguevano dei bagliori, qua e là, come se lucenti superfici di metallo riflettessero il sole.
«È il nostro paese,» disse Len. «Non hanno alcun diritto su di esso. Possiamo batterli».
Dulinsky si asciugò il viso sulla manica della camicia. Grugnì. Avrebbe potuto essere una domanda, o una risata. Len si guardò intorno, osservò gli uomini di Refuge.
«Combatteranno,» disse.
«Davvero?» domandò Dulinsky.
«Erano tutti con voi, stanotte».
«Questo era stanotte. Ora è giorno».
Il muro di polvere veniva avanti, ed era pieno di uomini. Si fermò, e la polvere venne soffiata via dal vento, o si posò sul terreno, ma gli uomini rimasero, diritti, una grande macchia solida che sbarrava la strada polverosa, e traboccava ai lati, sul grano calpestato. I riflessi brillanti diventarono lunghe, ricurve lame di falci, e falcetti, e qua e là canne di fucile.