«Qualcuno deve avere camminato tutta la notte,» disse Dulinsky. «Guardali. Ci sono tutti i maledetti contadini pidocchiosi di tre contee». Si asciugò di nuovo il viso, e parlò agli uomini che si trovavano dietro di lui. «State calmi, ragazzi. Non vi faranno niente». Fece qualche passo avanti, con espressione altezzosa e impassibile, con gli occhi che lanciavano rapidi sguardi saettanti di qua e di là.
Un uomo dai capelli bianchi e dal severo volto abbronzato come cuoio antico si fece avanti per incontrarlo. Portava un fucile da caccia nell’incavo del braccio, e il suo passo era quello di un contadino, pesante e ondeggiante. Ma egli raddrizzò il capo, e gridò agli uomini di Refuge che attendevano sulla strada, e c’era qualcosa, nella sua voce aspra e stridente, che fece ricordare a Len il predicatore di quella notte.
«Fatevi da parte!» gridò. «Non vogliamo uccidere, ma possiamo farlo, se vi saremo costretti, così fatevi da parte, in nome del Signore!»
«Aspettate un minuto,» disse Dulinsky. «Solo un minuto, per favore. Questo è il nostro paese. Posso chiedervi quali interessi pensate di avere, qui?»
L’uomo lo fissò duramente, e disse:
«Non avremo città in mezzo a noi!»
«Città,» disse Dulinsky. «Città!» Scoppiò a ridere. «Ora ascoltatemi, signore. Voi siete Noah Burdette, vero? Vi conosco bene, di vista e reputazione. Avete una grande fama di predicatore nella regione intorno ai Twin Lakes».
Fece qualche altro passo avanti, parlando con tono gentile e calmo, come un uomo convinto di volgere a proprio favore la discussione.
«Voi siete un uomo onesto e sincero, signor Burdette, e capisco che agite in base a informazioni che credete veritiere. Così sono sicuro che sarete contento di sapere che le vostre informazioni sono sbagliate, e non c’è alcun bisogno di ricorrere alla violenza. Io…».
«La violenza!» lo interruppe Burdette. «Non è quella che io cerco, ma non indietreggio di fronte a essa, quando si tratta di combattere per una buona causa». Squadrò Dulinsky, lentamente, deliberatamente, con il volto duro come pietra. «Anch’io vi conosco, di nome e reputazione, e potete risparmiare il fiato. Volete tirarvi da parte?»
«Ascoltate,» disse Dulinsky, e nella sua voce entrò una nota di disperazione. «Vi hanno detto che io tento di costruire una città, qui, ed è una pazzia! Io cerco solo di costruire un magazzino, e ne ho pieno diritto, come voi avete diritto di costruire un nuovo fienile. Non potete venire qui a darmi degli ordini, come io non ho il diritto di venire a farlo nella vostra fattoria!»
«Io sono qui,» disse Burdette.
Dulinsky si voltò, per un momento, guardando la strada alle sue spalle. Len si avvicinò a lui, come se avesse voluto dirgli che era al suo fianco. E poi il giudice Taylor si avvicinò, attraversando le fila disordinate e rade degli uomini di Refuge, dicendo:
«Disperdetevi, tornate alle vostre case, e restateci. Non vi sarà fatto alcun male. Deponete le vostre armi, e tornate a casa».
Tutti esitarono, guardandosi l’un l’altro, guardando Dulinsky e la solida massa dei contadini. E Dulinsky disse al giudice, in tono d’infinito disprezzo:
«Voi, maledetta pecora vigliacca! Voi avete organizzato tutto questo».
«Avete già fatto abbastanza danni, Mike,» disse il giudice, pallidissimo, ergendosi in tutta la sua statura. «Non c’è bisogno che tutti gli abitanti di Refuge ne soffrano. Fatevi da parte».
Dulinsky guardò con ira prima lui, e poi Burdette.
«Cosa intendete fare?»
«Mondare il male,» disse lentamente Burdette, «Come il Libro ci dice di fare, bruciandolo col fuoco».
«Per dirla in parole povere,» fece Dulinsky, «Voi intendete bruciare i miei magazzini, e tutte le altre cose che avrete voglia di bruciare. E io vi dico che non lo farete, accidenti a voi». Si volse, e gridò agli uomini di Refuge. «Ascoltatemi, idioti, credete che abbiano intenzione di limitarsi al mio magazzino? Faranno bruciare tutto il paese. Non capite che questo è il momento cruciale, quello che deciderà come vivrete per i prossimi decenni? Volete essere degli uomini liberi, o dei maledetti schiavi striscianti?»
La sua voce si alzò, diventò un ruggito.
«Avanti, combattete per le vostre case e per il vostro paese, che Dio vi maledica, combattete!»
Si voltò, e si lanciò contro Burdette, sollevando il bastone sopra la propria testa, pronto a colpire.
Senza fretta e senza pietà, Burdette alzò il fucile e sparò.
Lo sparo produsse un rumore fortissimo, nel silenzio. Dulinsky si arrestò di botto, come se avesse urtato una parete solida. Rimase in piedi per un secondo o due, e poi il bastone gli cadde dalle mani, e le braccia gli ricaddero sui fianchi, contraendosi intorno allo stomaco. Le ginocchia si piegarono, ed egli cadde lentamente in ginocchio nella polvere.
Len si lanciò avanti a sua volta.
Dulinsky si volse a fissarlo, con un’espressione di immensa, attonita sorpresa. La sua bocca si aprì. Apparentemente, tentò di dire qualcosa, ma dalle sue labbra uscì soltanto uno spruzzo di sangue. E poi, d’un tratto, il suo volto diventò vacuo e remoto, come una finestra quando qualcuno spegne la candela nella stanza. Cadde in avanti, e giacque immobile.
«Mike,» disse il giudice Taylor. «Mike?» Guardò Burdette, e i suoi occhi cominciarono a dilatarsi. «Che cosa avete fatto?»
«Assassino,» disse Len, e la parola era diretta sia a Burdette che al giudice. La sua voce si spezzò, e poi diventò un grido aspro. «Maledetto vigliacco assassino!» Sollevò i pugni, e si avventò contro Burdette, ma la linea dei contadini aveva cominciato a muoversi, come se la morte di Dulinsky fosse stata il segnale atteso, e Len venne travolto come un uomo caduto nel fronte di un’onda impetuosa. Burdette se ne era andato, e ora di fronte a lui c’era un giovane contadino tarchiato, con un lungo collo e le spalle curve e la stessa bocca del giovane che aveva gridato la sua accusa contro Soames. Brandiva un palo in mano, un palo come quelli usati per le staccionate dei pascoli, e lo calò sulla testa di Len, ridendo, una risata chioccia e frettolosa e sgradevole, e i suoi occhi scintillavano di un’immensa eccitazione. Len cadde nella polvere. Pesanti stivali passarono sopra il suo corpo, lo scalciarono, si mossero intorno a lui, come un’onda inarrestabile, coprendolo di lividi e di dolore e di polvere, ed egli si rannicchiò, istintivamente, proteggendosi la testa e il collo con le braccia, per non essere schiacciato. Era tutto molto buio intorno a lui, ora, come se fosse improvvisamente calata la notte, e gli uomini di Refuge erano lontanissimi, dietro a un velo tenebroso e ondeggiante, ma riuscì a vederli, mentre se ne andavano in tutte le direzioni, confondendosi nell’aria afosa, fino a quando la strada non fu deserta davanti ai contadini, e nulla più si frappose tra loro e il paese. E così essi avanzarono su Refuge nel pomeriggio soffocante e torrido, sollevando di nuovo la polvere della loro marcia, e quando la polvere si posò di nuovo erano rimasti soltanto Len, e il cadavere di Dulinsky disteso nella polvere e calpestato, a pochi metri da lui, e il giudice Taylor, in piedi, in mezzo alla strada, nella stessa posizione di prima, il giudice Taylor che stava fermo là, immobile, e fissava Dulinsky.
13.
Lentamente, Len si rialzò in piedi. La testa gli doleva sordamente, e provava un senso di nausea che lo faceva vacillare, ma il desiderio di allontanarsi da quel luogo era così intenso, così imperioso, che egli costrinse il proprio corpo a camminare, malgrado tutto. Girò intorno al cadavere di Dulinsky, evitando con cura le macchie scure che imbrattavano la polvere in quel punto, e passò davanti al giudice Taylor. Non si parlarono, né si guardarono. Len proseguì, camminando verso Refuge, fino a quando non si trovò a pochi metri dalla piazza, dove c’era un frutteto ai margini della strada, e poi s’incamminò tra i meli, e quando pensò di essere riparato dalla vista di coloro che potevano trovarsi sulla strada, scivolò a sedere sull’erba alta, mise la testa tra le ginocchia, e vomitò. Un gelo terribile era sceso sul suo corpo, che era scosso da un tremito continuo. Aspettò che tutto questo passasse, insieme ai conati di nausea, e poi si alzò nuovamente in piedi, e proseguì, tenendosi a occidente, al riparo degli alberi.