Si udiva un rumore confuso in distanza, verso il fiume. Uno sbuffo di fumo si sollevò lento nell’aria chiara, e poi un altro, e d’un tratto si udì un sordo, tumultuoso rombo, e l’intera riva del fiume parve scoppiare in fiamme, e il fumo salì ribollente, nero e grasso e molto denso, illuminato in basso dalle fiamme che venivano dai barili di pece e dal petrolio delle lampade. Ora le strade del paese erano ingombre di carri e di cavalli e di gente che correva in preda al panico. Qua e là, qualcuno aiutava un ferito. Len li evitò, passando per i vicoli e attraversando i campi periferici. Il fumo diventava sempre più nero e denso, saliva ribollendo nel cielo e nascondeva l’azzurro e trasformava il sole in un livido, minaccioso disco ramato. E ora nel fumo c’erano delle scintille, e pezzi di materia infiammata scagliati verso l’alto. Quando raggiunse un posto più elevato, Len vide che c’erano degli uomini sui tetti di alcune case, e sulla chiesa e sul municipio, uomini che si passavano dei secchi d’acqua per bagnare gli edifici. Di là, poté vedere anche la riva del fiume. Il nuovo magazzino stava bruciando, e anche gli altri quattro che erano stati di proprietà di Dulinsky, ma la distruzione non si era fermata là. C’era un tramestio, uno scuotere di armi e un ondeggiare di piccoli gruppi di uomini, e lungo tutta la linea dei moli e dei magazzini nuovi fuochi si stavano sviluppando.
Sull’altra riva del fiume, Shadwell osservava ma non si muoveva.
Le stalle e le baracche del recinto dei mercanti erano in fiamme, quando Len vi giunse. Nugoli di scintille erano caduti sulle masse di fieno e biada, e altre scintille cominciavano a consumare le tettoie di legno dei ripari. Len corse nella baracca che aveva occupato, e afferrò il suo zaino di tela, e la sua coperta. Quando uscì dalla porta, sentì che stavano arrivando degli uomini, e si rifugiò frettolosamente tra gli alberi che sorgevano da un lato. Le foglie verdi e asciutte si stavano già increspando, e i rami erano scossi da un bizzarro vento malato. Una banda di contadini stava arrivando dal fiume. Si fermarono ai margini del recinto, ansando, guardandosi intorno con occhi brillanti e feroci. Gli stalli adibiti alle vendite all’asta erano ancora intatti, uno dei contadini, un gigante dalla barba rossa, dalle guance infuocate e dalla voce che rombava come un tuono, puntò il braccio in quella direzione, e urlò qualcosa riguardo ai cambiavalute nel Tempio. Tutti mandarono avide grida, come una muta di cani famelici giunti alla tana del procione, e corsero verso la lunga fila di banchi e capannoni, fracassando tutto ciò che si poteva rompere, e ammucchiando i rottami, e appiccando fuoco a ogni cosa con una torcia brandita da uno di essi. Poi essi proseguirono, calpestando e fracassando e incendiando tutto ciò che incontravano sulla loro strada. Len pensò al giudice Taylor, che se ne stava da solo al centro della strada, intento a fissare il cadavere di Dulinsky. Avrebbe avuto molte altre cose da osservare, prima che quella giornata fosse finita.
Proseguì con cautela tra gli alberi, avvicinandosi al fiume, sempre tenendosi al riparo, attraverso un crepuscolo spettrale e sulfureo. L’aria era soffocante per il sentore di bruciato, di pece e legno e olio e pelli. La cenere cadeva, come una neve grigia e bruciante. Poteva sentire la campana del paese che suonava disperatamente a distesa, segnalando l’incendio, ma non poté vedere molto in quella direzione, a causa del fumo e degli alberi. Poi arrivò sulla riva del fiume, in un punto molto distante da quello del nuovo magazzino, e cominciò a percorrere la strada che portava ai moli, guardandosi intorno, cercando Esaù.
Tutta la riva del fiume, per quanto poteva scorgere davanti a lui, era una solida parete di fiamma. Il calore aveva cacciato tutti, e alcuni erano discesi lungo la riva del fiume, oltre il rudere del nuovo magazzino, uomini con gli occhi bianchi e sbarrati nei volti anneriti dalla fuliggine, uomini dalle mani ustionate e dagli abiti strappati e bruciati e lo sguardo pieno di disperazione. Tre o quattro erano curvi su qualcuno che stava disteso sul terreno, gemendo e sussultando, e c’erano altri seduti qua e là, come se si fossero spinti fino a quel punto, e poi si fossero arresi. Quasi tutti, però, si limitavano a stare in piedi a guardare, come impietriti. Un uomo aveva ancora in mano un secchio pieno d’acqua.
Len non vide Esaù tra loro, e cominciò ad avere paura. Si avvicinò a diversi uomini, e chiese loro notizie, ma essi si limitarono a scuotere il capo, o non risposero, tenendo gli occhi fissi sulla scena di distruzione, incapaci di sentire e di vedere altre cose che non fossero le fiamme e la devastazione. Finalmente uno di loro, un impiegato di nome Watts, che era venuto spesso in ufficio per affari, disse, in tono amaro:
«Non preoccupatevi di lui. È salvo più di tutti noi».
«Cosa volete dire?»
«Voglio dire che nessuno l’ha visto da quando è cominciato il disastro. È scappato, lui e la ragazza».
«La ragazza?» domandò Len, sorpreso dal tono di voce di Watts.
«La figlia del giudice Taylor, e chi se non lei? E dov’eravate voi… nascosto in qualche buco, lontano? E dov’è Dulinsky? Credevo che quel figlio di puttana fosse un grande combattente… da come l’avevo sentito vantarsi!»
«Io ero sulla strada a nord,» disse Len. «E Dulinsky è morto. Così penso che abbia combattuto più duramente di tutti quanti voi».
Un uomo che era vicino si era voltato, nell’udire pronunciare il nome di Dulinsky. Sotto la maschera di sporcizia e di fumo, i capelli striati e gli abiti bruciacchiati e laceri, Len impiegò un po’ di tempo prima di riconoscere Ames, il proprietario di magazzini che era venuto al fiume con Dulinsky e con l’altro uomo, quel mattino, per osservare il nuovo magazzino e scuotere il capo quando Dulinsky aveva chiesto di rimanere uniti.
«Morto,» disse. «È morto davvero?»
«Gli hanno sparato. È stato un contadino, un certo Burdette».
«Morto,» disse Ames. «Mi dispiace. Avrebbe dovuto vivere. Avrebbe dovuto vivere abbastanza a lungo per poter essere impiccato». Alzò le braccia, e agitò i pugni, verso le fiamme e il fumo. «Guardate, guardate che cosa ci ha fatto!»
«Non era solo,» disse Watts. «I Colter erano con lui, fin dall’inizio».
«Se anche voi foste rimasti al suo fianco, tutto questo non sarebbe accaduto,» disse Len. «Ve lo aveva chiesto, signor Ames. A voi, e a Whinnery, e a tutti gli altri. L’aveva chiesto all’intero paese. E che cosa è successo? Avete ballato tutti, e lo avete festeggiato e applaudito, la notte scorsa… sì, c’eravate anche voi, Watts, vi ho visto!… e poi non appena si è sentito odore di guai, siete scappati tutti, come conigli. Non c’è stato nessuno, sulla strada a nord, nessuno che abbia alzato un dito! Hanno lasciato a Mike il compito di combattere, e di farsi ammazzare».
Len aveva alzato la voce, parlando in tono duro e aspro, senza neppure rendersi conto di quanto stava facendo. Gli uomini che erano stati abbastanza vicini per sentire si erano avvicinati.
«A me sembra,» disse Ames, «Che, per essere uno straniero, vi stiate interessando maledettamente ai fatti nostri. Perché? Cosa vi fa pensare che spetti a voi tentare di cambiare le cose? Ho lavorato duramente per tutta la vita, e onestamente, per costruire quello che avevo, e poi venite voi, e Dulinsky…».
Si interruppe. Le lacrime gli uscivano dagli occhi, e scendevano sul volto sporco di fuliggine, e la bocca gli tremava, come quella di un bambino.