«Sì,» disse Watts. «Perché? Da dove venite? Chi vi ha mandato, per darvi il diritto di chiamarci vigliacchi perché non abbiamo voluto violare la legge?»
Len si guardò intorno. C’erano degli uomini tutt’intorno a lui, ora. I loro volti erano maschere grottesche di collera e di fumo. Il fumo si innalzava in una nube fuligginosa, e le fiamme rombavano, un suono che pareva il brontolio di un enorme felino, felice perché stava consumando la ricchezza di Refuge. In paese, la campana aveva smesso di suonare.
Qualcuno pronunciò il nome di Bartorstown, e Len cominciò a ridere.
Watts allungò le mani, e lo colpì.
«Buffo, vero? Va bene, da dove venite?»
«Da Piper’s Run. Ci sono nato e cresciuto».
«Perché non ci siete rimasto? Perché siete venuto qui a provocare guai?»
«Mente,» disse un altro uomo. «Certo che viene da Bartorstown! Sono loro che vogliono far tornare le città».
«Non importa,» disse Ames, con voce sorda e minacciosa. «Lui c’era dentro, ha aiutato Dulinsky, c’era dentro fin dall’inizio». Si voltò, e le sua mani si mossero avidamente, come cercando di afferrare qualcosa. «Dovrebbe esserci rimasto un pezzo di corda non bruciata, a Refuge».
Istantaneamente, la gente parve invasata.
«Una corda,» disse qualcuno. «Sì. La troveremo». E un altro disse, «Cercate quell’altro straniero bastardo. Li impiccheremo entrambi allo stesso albero». Alcuni cominciarono a correre lungo la riva del fiume, e gli altri cominciarono a esplorare i cespugli, alla ricerca di Esaù. Watts e altri due afferrarono Len, e lo fecero cadere a terra, tempestandolo con una gragnuola di pugni e di calci. Ames rimase in disparte, e osservò la scena, e il suo sguardo andava alternativamente da Len all’incendio.
Gli uomini ritornarono. Non avevano trovato Esaù, ma avevano trovato una corda, la fune che era servita per ormeggiare una lancia, a poca distanza da quel punto. Watts e gli altri sollevarono Len, costringendolo ad alzarsi in piedi. Uno di essi fece un rozzo nodo scorsoio, e infilò il collo di Len nel cappio. La corda era bagnata. Era vecchia e logora e molle, e odorava di pesce. Len scalciò, violentemente, e riuscì a liberare le braccia. Lo presero di nuovo, e lo trascinarono e lo spinsero verso gli alberi, una massa confusa e compatta di uomini che avanzava disordinatamente, in impeti improvvisi di movimento, con Len che si dibatteva al centro, usando tutte le sue armi, i pugni, i calci, le ginocchia e i gomiti, tentando di liberarsi. E pur nella confusione del momento, pur nel cuore della lotta, egli si rendeva conto confusamento, con quell’istintiva, bizzarra consapevolezza che prendeva gli uomini vicini alla morte, di non combattere contro degli uomini, ma contro il vasto, spaurito, ottuso continente, da un mare all’altro, e da nord a sud, milioni di case e di persone e di campi e di villaggi, che dormivano tutti comodamente, al sicuro, e non volevano essere disturbati. La corda era fredda, e gli graffiava il collo, e lui aveva paura, e capiva di non poter lottare contro le idee, contro le convinzioni e contro il modo di vivere di cui quegli uomini rappresentavano soltanto una minuscola, trascurabile parte.
Era stordito, confuso, per il pestaggio violento ricevuto, e per il colpo alla testa ricevuto sulla strada a nord, e per gli stivali che avevano calpestato il suo corpo, e così non riuscì a capire con esattezza quanto stesse accadendo: solo che, a un certo punto, gli parve che ci fossero molti più uomini, molti più corpi intorno a lui, un più violento, ondeggiante tumulto. Venne gettato da una parte, rudemente. Le mani che lo avevano tenuto stretto avevano apparentemente lasciato la presa. Urtò un tronco d’albero, e scivolò lungo di esso, cadendo a sedere sul terreno. C’era un volto, sopra di lui. Aveva gli occhi azzurri e una barba color sabbia, con due ampie fasce grige, una a ciascun lato della bocca. Disse a quel volto:
«Se non foste in tanti, potrei uccidervi tutti».
E il volto gli rispose:
«Tu non vuoi uccidere me, Len. Avanti, ragazzo, alzati».
Gli occhi di Len si riempirono improvvisamente di lacrime.
«Signor Hostetter,» disse. «Signor Hostetter». Alzò le braccia e si aggrappò a lui, e gli parve di essere ritornato indietro, a un’altra ora di oscurità e di terrore, e Hostetter lo fece alzare in piedi vigorosamente, e gli tolse la corda dal collo,
«Corri,» gli disse. «Corri come il diavolo».
Len si mise a correre. Era confuso, smarrito, eppure si mise a correre. C’erano diversi altri uomini insieme a Hostetter, e dovevano avere caricato duramente la massa della gente di Refuge, con i pali e i ramponi delle loro barche, perché gli uomini di Refuge erano stati dispersi. Ma essi non intendevano lasciar scappare Len senza combattere, e l’intervento di Hostetter e dei suoi uomini li aveva convinti di avere visto giusto, parlando di un complotto della gente di Bartorstown. Ora erano decisi a mettere le mani anche su Hostetter, e gridavano, e imprecavano, si radunavano di nuovo e cercavano tutto quello che si poteva usare come un’arma, sassi, rami caduti, pezzi di terra. Len vacillò, barcollò, durante la corsa, e Hostetter gli mise una mano sotto il braccio, e lo sorresse.
«La barca ci aspetta,» disse. «Più in giù».
Degli oggetti cominciarono a volare nell’aria, intorno a loro. Una pietra colpì alla schiena Hostetter, ed egli incassò la testa tra le spalle, abbassando il cappello dalla larga tesa, come un lottatore. Entrarono in un’alta macchia d’alberi, e sbucarono dall’altra parte, e poi Len parve immobilizzarsi, s’irrigidì, pur continuando a correre.
«Esaù!» gridò. «Non possiamo andarcene senza Esaù».
«È già a bordo,» disse Hostetter. «Avanti, non rallentare!»
Continuarono a correre, attraverso il pendio di un pascolo che declinava fin quasi sul ciglio dell’acqua, e le mucche si dispersero lentamente, con le code in aria, impassibili, imperturbabili, nel loro angolo sicuro. In fondo al declivio c’era un’altra macchia d’alberi, che cresceva direttamente sulla riva, e nascosta tra di essi c’era una grossa barca a vapore. Sulla coperta c’erano due uomini armati di grandi asce, pronti a tagliare le gomene. Il fumo cominciò a sbuffare più forte dalla ciminiera solitaria, come se un fuoco già pronto fosse stato improvvisamente attizzato con violenza. Len vide Esaù, che si sporgeva dalla murata, e c’era qualcuno accanto a lui, una persona dai capelli biondi e dalla lunga gonna.
C’era una tavola che andava dalla riva alla murata. La percorsero, e furono sul ponte, e Hostetter gridò un ordine agli uomini che brandivano le asce. I sassi avevano ripreso a volare nell’aria, ed Esaù afferrò Amity e la trascinò dall’altra parte, al riparo della cabina. Le asce saettarono. Si udirono altre grida, e gli uomini di Refuge, guidati da Watts, e da altri due, corsero verso la plancia. Len non vide Ames tra loro. Le gomene furono recise, e caddero serpentine nell’acqua. Hostetter, Len, e altri uomini, presero dei lunghi pali, e cominciarono a spingere con forza, appoggiandoli alla riva. La plancia cadde in acqua, insieme a Watts e agli altri due uomini che vi erano sopra. Ci fu un brontolio e uno sferragliare, sotto coperta, il ponte parve tremare, e delle scintille cominciarono a uscire dal fumaiolo. La barca cominciò a muoversi nella corrente. Watts era immerso fino alla cintola nell’acqua fangosa, e li minacciava agitando i pugni, un uomo che non aveva combattuto per salvare il proprio paese, ma che era disposto a tutto per vendicare i suoi rancori.
«Ora vi conosciamo!» gridò, e la sua voce giunse sottile, per la distanza che ormai li separava. «Non ve la caverete!»
Gli uomini che si ammassavano sulla riva, dietro di lui, gridarono a loro volta. Le loro voci si fecero più deboli, ma la nota d’odio rimase, insieme alla minaccia dei loro gesti. Len si volse a guardare in direzione di Refuge. Ormai erano quasi al centro del fiume, e lui poteva vedere oltre la riva. Il fumo nascondeva quasi completamente il paese, ma quello che vedeva era sufficiente. Ciò che i contadini di Burdette avevano risparmiato, ora veniva reclamato imperiosamente dall’incendio che si allargava.