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Len scivolò a sedere sul ponte umido, con la schiena appoggiata alla cabina. Mise le braccia intorno alle ginocchia, e vi appoggiò la testa, e provò un desiderio irresistibile di piangere, di piangere come un bambino, ma era troppo stanco anche per fare questo. Rimase seduto là, semplicemente, cercando di rendere la sua mente vuota come tutto il resto del suo corpo in quel momento. Ma non poteva farlo, e nella sua mente continuava a vedere Dulinsky fermarsi di botto, e cadere lentamente in ginocchio nella polvere calda della strada di settentrione, e sentiva l’odore di un grande incendio, e nelle sue orecchie risuonava la voce aspra di Burdette, che diceva:

«Non ci saranno città in mezzo a noi!»

Era molto strano, vedere quelle cose, sentirle, in un succedersi monotono che non lasciava spazio ad altri pensieri, ad altri sentimenti, ad altre cose.

Dopo qualche tempo, si accorse che c’era qualcuno in piedi, davanti a lui. Sollevò il capo, e vide Hostetter, che teneva il cappello in mano e si asciugava stancamente la fronte con la manica della giacca.

«Ebbene, ragazzo,» disse, «Sei riuscito a soddisfare il tuo desiderio. Andiamo a Bartorstown».

14.

Era notte, una notte calda e tranquilla. C’era la luna, che illuminava la superficie del fiume e trasformava le rive in due masse di ombra nera. La barca scivolava sbuffando dolcemente, con il fumaiolo che sbuffava pigro, e le semplici macchine protette dal legno e dai teli impermeabili. Len aveva trovato un posto sul ponte. Aveva dormito per qualche ora, e adesso sedeva con la schiena appoggiata a un grosso sacco, osservando il fluire dell’acqua piena d’argento.

Hostetter si avvicinò, camminando lentamente nello spazio angusto lasciato libero a prua, seguito da una scia di aroma di tabacco, che veniva dalla sua vecchia pipa. Vide Len seduto in quell’angolo, e si fermò.

«Ti senti meglio?»

«Sono nauseato,» disse Len, con tanta veemenza da non lasciare dubbi sul significato delle sue parole. Hostetter annuì.

«Ora capisci quello che ho provato io, quella notte, quando uccisero Bill Soames».

«Assassini,» disse Len. «Vigliacchi. Bastardi». Li maledisse, fino a quando le parole non gli si soffocarono in gola. «Avreste dovuto vederli fermi in mezzo alla strada, e sui campi. E poi Burdette gli ha sparato. Lo ha ucciso, come si uccide un verme trovato in mezzo al grano».

«Sì,» disse Hostetter, lentamente. «Avremmo potuto tirarti fuori prima, se non fossi andato ad aiutare Dulinsky. Povero diavolo. Ma non sono molto sorpreso».

«Non avreste potuto aiutarlo, voi?»

«Noi? Vuoi dire Bartorstown?»

«Lui desiderava le stesse cose che voi volete. Crescita, progresso, intelligenza, un futuro. Non avreste potuto aiutarlo?»

C’era una nota tagliente, nella voce di Len, ma Hostetter si limitò a togliersi la pipa di bocca, e a domandare, sommessamente:

«Come?»

Len rifletté per qualche secondo. Dopo un breve silenzio, disse:

«Suppongo che non vi fosse possibile».

«Non avremmo potuto aiutarlo, senza un esercito. Noi non abbiamo un esercito, e se lo avessimo non lo useremmo. Ci vuole una forza quasi onnipotente per cambiare il modo di pensare e di vivere della gente. Avevamo una forza simile soltanto ieri, ieri per come scorre il tempo per le nazioni, e non vogliamo più saperne, perché i suoi frutti sono stati amari».

«Era di questo che aveva paura il giudice. Il cambiamento. E così è rimasto immobile, a guardar morire Dulinsky». Len scosse il capo. «Ed è morto per niente. Ecco per che cosa è morto… per niente».

«No,» lo corresse Hostetter, con voce quieta. «Non direi questo. Ma ci vuole molto, molto di più di un solo Dulinsky. Ce ne vogliono molti come lui, uno dopo l’altro, in molti posti diversi…».

«E altri Burdette, e altri incendi».

«Sì. E un giorno ne verrà uno al momento giusto, e il cambiamento avverrà allora».

«C’è molto da aspettare».

«Le cose stanno così. E allora tutti i Dulinsky diventeranno martiri di un grande ideale. Nel frattempo, essi sono i disturbatori della pace. E maledizione, Len, sai bene che in un certo senso hanno ragione. Sono comodi e felici. Chi sei, tu… o chiunque altro… per dire loro che tutto deve essere cambiato?»

Len si volse a guardare Hostetter, nel chiarore d’argento della luna.

«È per questo che ve ne state in disparte a osservare?»

Hostetter disse, con una lievissima traccia d’impazienza nella voce.

«Non credo che tu abbia ancora compreso bene chi siamo, e che cosa siamo. Non siamo i superuomini che tu pensi. Dobbiamo già impiegare tutte le nostre capacità e i nostri sforzi per sopravvivere, senza tentare di cambiare un paese che non vuole essere cambiato».

«Ma come potete dire che essi hanno ragione? Massacratori ignoranti come Burdette, ipocriti come il giudice…».

«Uomini onesti, Len, entrambi. Sì, onesti davvero. Entrambi si sono alzati, stamattina, infiammati di nobili pensieri e di buoni propositi, e sono andati a fare ciò che era giusto, secondo il loro modo di vedere. Non è mai stato commesso un solo atto, fin dal principio del tempo, dal bambino che ha rubato un candito al dittatore che si è macchiato di genocidio, che non fosse stato compiuto da una persona convinta di avere tutte le più valide giustificazioni. Si tratta di un espediente mentale, qualcosa che si chiama razionalizzazione, e ha fatto più male alla razza umana di qualsiasi altra catastrofe che si sia abbattuta sul mondo».

«Sì, forse quanto voi dite può valere per Burdette,» disse Len, riluttante. «È uguale a quell’uomo che predicava, quella famosa notte. Ma il giudice no. Il giudice sapeva bene quello che sarebbe accaduto».

«Non sul momento. È questo il brutto, Len. I dubbi vengono sempre dopo, e quando è generalmente troppo tardi. Prendi il tuo caso, Len. Quando sei fuggito da casa, avevi dei dubbi su ciò che stavi facendo? Ti sei detto qualcosa come, diciamo, ’Sto facendo una cosa cattiva, renderò molto infelici i miei genitori’, o qualcosa del genere?»

Len abbassò il capo, fissando le acque inargentate per molto tempo, senza dare risposta. Infine disse, con voce stranamente sommessa:

«Come stanno? Tutti bene?»

«L’ultima volta che li ho visti stavano bene. Non ci sono stato, questa primavera».

«E la nonna?»

«È morta, è stato un anno a dicembre».

«Sì, capisco,» disse Len. «Era molto, molto vecchia». Era strano quello che lui provava pensando alla nonna, come se una parte della sua vita se ne fosse andata con lei. Improvvisamente, con dolorosa chiarezza, la rivide seduta sul gradino, sotto il sole, intenta a guardare i fiammeggianti alberi di ottobre, e a parlare del vestito rosso che aveva avuto tanto, tanto tempo prima, quando il mondo era stato un posto diverso.

Disse:

«Papà non riusciva mai a farla star zitta».

Hostetter annuì.

«La mia nonna era uguale».

Ci fu di nuovo silenzio. Len rimase seduto a fissare il fiume d’argento, a pensare alle cose di ieri, e il passato era un fardello pesante sopra di lui, e lui non voleva più andare a Bartorstown. Voleva andare a casa.

«Tuo fratello si sta comportando molto bene,» sorrise Hostetter. «Ora ha due bambini».

«Sono contento».

«Piper’s Run non è cambiato molto».

«No,» disse Len. «No, penso di no». E poi aggiunse, «Oh, per favore, state zitto!»

Hostetter sorrise.

«Questo è il vantaggio che ho su di te. Io torno a casa. Ed è passato molto tempo».