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«Allora voi non siete affatto della Pennsylvania».

«La mia famiglia veniva di là. Io sono nato a Bartorstown».

Un’antica ira sorda si risvegliò nel cuore di Len, e lo pungolò.

«Ascoltate,» disse. «Voi sapevate per quale motivo eravamo scappati. Dovete avere saputo fin dall’inizio dove eravamo, e che cosa stavamo facendo».

«Mi sentivo un po’ responsabile, è vero,» ammise Hostetter. «Vi ho sempre seguito».

«Va bene,» disse Len. «Perché ci avete costretti ad aspettare così a lungo? Sapevate dove volevamo andare».

Hostetter disse:

«Ti ricordi di Soames?»

«Non lo dimenticherò mai».

«Si era fidato di un ragazzo».

«Ma…» cominciò Len. «Io non avrei…» Poi ricordò in qual modo Esaù aveva posto Hostetter in una brutta situazione, senza volerlo. «Sì, credo di capire quello che intendete dire».

«Abbiamo una legge inviolabile, a Bartorstown. Questa legge dice di non immischiarsi nelle cose del paese. Grazie a essa, abbiamo potuto sopravvivere, per tutti questi anni, quando bastava il nome di Bartorstown a fare impiccare una persona. Soames ha violato quella legge. Anch’io la sto violando, adesso, ma ho avuto il permesso di farlo. E, credimi, è stata la più grande impresa del secolo, ottenere il permesso. Ho parlato a Sherman per una settimana intera, fino a perdere la voce…».

«Sherman,» disse Len, raddrizzando la testa. «Sì, Sherman. Quello che voleva sapere notizie di Byers…».

«Cosa diavolo stai dicendo?» esclamò Hostetter, sbalordito.

«L’ho sentito alla radio,» disse Len, e una parte della vecchia emozione ritornò a invaderlo, come l’improvviso bagliore del fulmine in un temporale d’estate. «Le voci che parlavano, nella notte in cui feci uscire le mucche dal fienile, e andammo a cercarle al fiume, ed Esaù lasciò cadere al suolo la radio. Il rocchetto era sfuggito dal suo incavo, e sono uscite le voci… ’Sherman vuole sapere,’ ho sentito. E qualcosa a proposito del fiume. Fu solo per questo che discendemmo l’Ohio».

«Oh, sì,» disse Hostetter. «Sì, la radio. È stata quella a dare inizio all’intera faccenda, vero? Dovrei chiedere qualcosa a Esaù, come prezzo per avermela rubata. E soprattutto per tutto quello che ho sudato, quando ho scoperto che non c’era più». Hostetter rabbrividì. «Cristo! Quando penso che c’è mancato un pelo… che per poco non ha denunciato tutto, facendomi scoprire… Sai, non avrei mai potuto tornare indietro vivo. Non ci sarei mai riuscito. La tua gente mi avrebbe chiesto, semplicemente, di andarmene e non mostrare mai più il mio viso, ma le parole corrono, e la voce si sarebbe sparsa molto più rapidamente di quanto avrei potuto viaggiare. Sono stato costretto a gettare ai lupi Esaù, allora, e non direi la verità se mi dichiarassi spiacente di averlo fatto. Ma è stato un vero peccato che anche tu sia stato immischiato, questo sì».

«Non ho mai pensato di farvene una colpa. Avevo detto a Esaù che la faccenda non sarebbe stata semplice come lui credeva».

«Be’, devi ringraziare i contadini: se non fosse stato per loro, non sarei mai riuscito a convincere Sherman a darmi il permesso di raccogliervi. Gli ho detto che non sareste riusciti a cavarvela: l’una o l’altra parte vi avrebbe fatto la festa, e io non volevo avere il vostro sangue sulla coscienza. Alla fine ha ceduto: ma una cosa devo dirtela, Len. La prossima volta, quando qualcuno ti darà un buon consiglio, cerca per favore di seguirlo».

Len si passò la mano sul collo, dove la corda aveva prodotto qualche livido.

«Sì, signor Hostetter. E grazie. Non dimenticherò mai quello che avete fatto».

Con grande fermezza, parlando come aveva spesso parlato papà una volta, Hostetter disse:

«Non dimenticarlo. Non per me, in particolare, né per Sherman, ma per tutte le persone e per tutte le idee che potrebbero dipendere proprio dal fatto che tu lo dimentichi».

Len disse, lentamente:

«Temete di non potervi fidare di me?»

«Non si tratta precisamente di una questione di fiducia».

«Di che si tratta, allora?»

«Stiamo andando a Bartorstown».

Len si accigliò, cercando di comprendere quale fosse il significato delle parole di Hostetter.

«Ma è esattamente dove volevo andare. È per questo che… che tutto è accaduto».

Hostetter sollevò la tesa del cappello piatto sulla fronte, in modo che il suo viso fosse illuminato dal chiarore della luna. I suoi occhi scrutarono con fermezza Len.

«Tu stai andando a Bartorstown,» ripeté. «Nella tua mente, hai creato un posto che è completamente frutto dei tuoi sogni e della tua fantasia, e l’hai chiamato con quel nome, ma non è quella la tua destinazione. Tu stai andando a Bartorstown, quella vera, quella che esiste realmente. E, probabilmente, la troverai molto diversa dal luogo che hai creato nella tua mente. Può darsi che la vera Bartorstown non ti piaccia. Può darsi che i tuoi sentimenti diventino violenti, insostenibili. Ed è per questo che ti dico di non dimenticare che ci sei debitore di qualcosa».

«Ascoltate…» disse Len. «Si può imparare, a Bartorstown? Si possono leggere dei libri, e discutere le cose che altrove nessuno può menzionare, si possono usare le macchine, e pensare realmente?»

Hostetter annuì.

«E allora mi piacerà». Len guardò il paesaggio oscuro e silenzioso che scivolava nella notte, la campagna sonnolenta, assassina, odiosa. «Non voglio vedere mai più queste cose. Mai più».

«Egoisticamente,» disse Hostetter, «Spero veramente che tu riesca ad adattarti. Avrò già abbastanza guai, per spiegare la presenza della ragazza a Sherman. Lei non era compresa negli accordi. Ma non avrei saputo cos’altro fare, in queste circostanze».

«Stavo appunto pensando a lei,» disse Len. «Perché?»

«Ebbene, era venuta fino ai magazzini per accompagnare Esaù, per cercare di aiutarlo a fuggire. Ha detto che non poteva ritornare dai suoi genitori, e che intendeva restare con Esaù. E ne aveva tutte le buone ragioni, naturalmente».

«Perché?» domandò Len.

«Non lo sai?»

«No».

«Per la miglior ragione del mondo,» disse Hostetter. «Sta aspettando un bambino».

Len rimase immobile, a bocca aperta, per un lungo momento. Hostetter si alzò in piedi. E un uomo uscì dalla cabina, e gli disse:

«Sam sta parlando a Collins, alla radio. È meglio che scendiate, Ed».

«Ci sono dei guai?»

«Be’, sembra che l’amico che abbiamo gettato in acqua, laggiù, abbia intenzione di mantenere le sue minacce. Collins dice che due rimorchiatori sono partiti al sorgere della luna. Non rimorchiano niente, e sono gremiti di uomini. Uno è di Refuge, l’altro di Shadwell».

Hostetter si accigliò, scosse la cenere dalla pipa, spegnendola accuratamente sotto i tacchi. Disse a Len:

«Abbiamo chiesto a Collins di restare di guardia, per ogni evenienza. Lui abita su una casa galleggiante, ed è la nostra unità mobile. Be’, andiamo. Ecco cosa succede a un cittadino di Bartorstown. Tanto vale che cominci ad abituarti».

15.

Len seguì Hostetter e l’altro uomo, che si chiamava Kovacs, nella cabina, che occupava quasi due terzi della lunghezza della barca, e serviva soprattutto come tettoia per proteggere la stiva, più che per fornire qualche comodità all’equipaggio. C’erano delle cuccette strette sistemate sulle pareti, e Amity era distesa su una di esse, con i capelli in disordine e il viso pallido e gonfio di pianto. Esaù sedeva sul bordo della cuccetta, e le stringeva la mano. Apparentemente era là da molto tempo, e aveva una strana espressione, che Len non gli aveva mai visto prima, intenta, preoccupata e ansiosa.

Len guardò Amity. Lei gli parlò, senza guardarlo negli occhi, e lui la salutò, e gli parve di parlare a una persona diversa, a un’estranea. Pensò, provando un palpito che era già molto debole, alla ragazza dai capelli biondi che aveva baciato sotto il roseto, e si domandò come mai quella ragazza fosse scomparsa così presto, sparita insieme alle rose. Ora Amity era una donna, la donna di un altro uomo, già segnata dalle preoccupazioni e dalle angosce della vita, e lui non la conosceva.