«Hai visto mio padre, Len?» domandò. «Sta bene? È salvo?»
«Era sano e salvo, l’ultima volta che l’ho visto,» le disse Len. «I contadini non avevano niente contro di lui. Non l’hanno sfiorato neppure con un dito».
Esaù si alzò.
«Ora cerca di dormire un poco. Ne hai bisogno, ti farà bene». Le accarezzò la mano, e poi abbassò una specie di tenda, formata da una coperta inchiodata alla parete, in alto. Lei gemette un poco, protestando, e disse a Esaù di non allontanarsi troppo. «Non preoccuparti di questo,» la rassicurò Esaù, con una lievissima traccia di esasperazione nella voce. «Non c’è nessun posto dove andare, qui». Diede una rapida occhiata a Len, poi guardò Hostetter.
Len disse:
«Congratulazioni, Esaù».
Esaù arrossì un poco, un lieve rossore che gli invase il volto. Poi raddrizzò le spalle, ritrovando un poco della sua aria di sfida, e guardò negli occhi Len, e disse, in tono quasi di sfida:
«Credo che sia meraviglioso, davvero. E tu sai benissimo com’era la cosa, Len, prima. Cioé, prima non potevamo sposarci, a causa del giudice».
«Certo, certo,» disse Len. «Lo so».
«E ti dirò un’altra cosa,» disse Esaù. Len provò quasi il desiderio di sorridere, vedendolo così diverso da come lo aveva sempre conosciuto. «Sarò un padre migliore di quanto non lo sia stato per me mio padre».
«Non saprei,» rispose Len. «Mio padre era il padre più buono del mondo, eppure anch’io non ho saputo corrispondere ai suoi desideri».
Seguì Hostetter e Kovacs nella stiva, alla quale si accedeva per una stretta e ripida scala.
La barca non pescava molto, ma era lunga venti metri e larga sei, e ogni metro di spazio era riempito di ceste, balle e sacchi. Emanava un intenso aroma di legno e di acqua di fiume, di farina e di stoffa, di pece e molte altre cose che Len non riuscì a identificare. Dietro la parete della stiva, a poppa, si udiva soffocato e tonante il ritmo costante del motore. Sotto il portello era stato lasciato uno spazio angusto, una specie di pozzo, in modo che un uomo potesse scendere la scala e controllare che tutto il carico fosse in perfetto ordine, e la scala sembrava un solido pezzo di costruzione fissato sul ponte. Ma una tavola quadrata dell’impiantito era stata tolta, e c’era un piccolo pozzo, là, e nel pozzo c’era una cosa che Len riconobbe subito… una radio, anche se era più grande di quella che lui ed Esaù avevano posseduto, ed era diversa sotto diversi punti di vista. Un uomo era seduto accanto alla radio, e stava parlando, con una lanterna appesa sopra di lui, per avere luce.
«Eccoli qui, adesso,» disse. «Aspettate un momento». Si voltò, e si rivolse a Hostetter. «Collins pensa che la cosa migliore sarebbe quella di mettersi in contatto con Rosen alle cascate. Il fiume è abbastanza basso, ora, e penso che con un po’ d’aiuto potremmo scrollarceli di dosso là».
«Vale la pena di tentare,» commentò Hostetter. «Cosa ne pensate, Joe?»
Kovacs dichiarò che, secondo lui, Collins aveva ragione.
«Una cosa è sicura… non vogliamo altri scontri, e se proseguirano così ci raggiungeranno. I rimorchiatori sono veloci».
Anche Esaù li aveva seguiti. Era fermo accanto a Len, e ascoltava.
«Watts?» domandò.
«Penso di sì. Deve essere andato anche a Shadwell, per trovare aiuto e uomini. Incredibile!»
«Sono completamente pazzi,» disse Kovacs. «Non possono prendersela con i contadini, e così se la prendono con noi. inoltre, siamo selvaggina dovunque ci trovino». Era un omone giovane, abbronzato dal sole. Aveva l’aria di chi non si lascia spaventare facilmente, e in quel momento non appariva spaventato; c’era qualcosa di notevole, però, nella sua decisione di non lasciarsi prendere dalla gente di Refuge, qualcosa che fece pensare Len, dandogli uno strano brivido.
Hostetter fece un cenno all’uomo che sedeva davanti alla radio.
«D’accordo, Sam. Chiamate Rosen».
Sam si congedò da Collins, e cominciò ad armeggiare con i bottoni.
«Dio,» esclamò Esaù, quasi singhiozzando. «Ricordi come abbiamo lavorato, su quei bottoni, senza ascoltare neppure un bisbiglio, e poi i libri, e poi, e poi…» Si interruppe, e scosse il capo, sconsolato.
«Se non aveste casualmente ascoltato durante la notte,» disse Hostetter, «Non avreste mai sentito niente. Len mi ha accennato alla cosa». Era curvo dietro alle spalle di Sam, ora, in attesa.
«L’idea era stata di Len,» disse Esaù. «Lui pensava che di giorno fosse troppo rischioso usarla, per timore di essere visti o sentiti da qualcuno».
«Come in questo momento,» disse Kovacs. «Abbiamo alzato l’antenna… fin troppo evidente, con la luce sufficiente. E c’è una splendida luna».
«Fate silenzio, tutti,» disse Sam, curvo sulla radio. «Come diavolo credete che io possa… Ehi, gente, volete lasciarmi libero un canale, almeno per un momento? È una situazione di emergenza.» Una confusione di voci dall’altoparlante si solidificò in una sola voce, che disse:
«Qui Petto, al traghetto indiano. Devo ritrasmettere?»
«No,» disse Sam. «Voglio Rosen; è entro la mia portata. Volete abbassare, per favore? Abbiamo dei banditi alle calcagna.»
«Oh,» disse la voce di Petto. «Fate un fischio, se avete bisogno di aiuto.»
«Grazie.» Sam ricominciò ad armeggiare con i bottoni e le manopole, e continuò a chiamare Rosen. Len rimase vicino alla scaletta, e osservò, e ascoltò, e gli parve in retrospettiva di avere passato quasi tutta la sua vita a Piper’s Run in ginocchio sull’argine del Pymatuning, tentando di fare uscire delle voci da una scatoletta ostinata. Ora, sommerso da un’ondata di meraviglia e di stanchezza, vedeva, e sentiva, e non riusciva a rendersi conto che ormai ne faceva parte, che aveva raggiunto l’obiettivo dei suoi sogni.
«È molto più grossa di quella che avevamo noi,» disse Esaù, avvicinandosi. I suoi occhi brillavano, come avevano brillato sulla riva del fiume di casa, e la lieve piega di debolezza della sua bocca si smarriva in quella sua eccitazione improvvisa. «Come funziona?» domandò, e il ragazzo curioso di Piper’s Run era ritornato, e Len aveva gli occhi scintillanti a sua volta, e tutto quanto era accaduto parve per un momento smarrito nelle nebbie del fiume. «Che cos’è un’antenna? Come…»
Kovacs gli diede qualche vaga spiegazione sulle batterie e i transistor. La sua mente era distratta, i suoi pensieri erano concentrati su altre cose. Lo sguardo di Len era attirato irresistibilmente dal volto di Hostetter, un po’ ombreggiato dalla falda del cappello… il familiare cappello bruno degli Amish, il familiare taglio dei capelli e della barba… e stava pensando a papà, e a suo fratello James che ora aveva due bambini suoi, e alla nonna che ormai non avrebbe più rimpianto il vecchio mondo che l’aveva vista nascere, e alla piccola Esther, che doveva essere già alta, ora, e girò il capo, per non vedere più Hostetter, ma solo l’ombra impersonale dietro il circolo di luce della lanterna, un’ombra piena di forme indistinte e prive di significato, il carico di una barca su un fiume molto, molto lontano da casa sua. Il motore borbottava, con il suo battito costante, monotono, lento e sicuro, con un lieve sospiro che ricordava il respiro regolare di qualcuno che dormiva profondamente, in un sonno sereno. Poteva sentire il rumore delle pale della ruota che battevano l’acqua, e ora si accorgeva che c’erano molti altri suoni, lo scricchiolare del legno della barca, e il gorgoglio dell’acqua che scivolava oscura sotto la chiglia. E fu assalito in quel momento da uno dei suoi momenti di disorientamento, un selvaggio intervallo di meraviglia, nel quale si chiedeva che cosa stesse facendo in quel luogo, e razionalizzò a sua volta, pensando che molte cose erano accadute, nel corso delle ultime ventiquattro ore, e che lui era stanco, terribilmente stanco.