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«Oh, no, è troppo caldo. Non può durare.»

Len guardò il cielo. Era sereno e di un azzurro intenso; ma anche lui disse:

«Il tempo sta per rompere. Penso che avremo una brutta tempesta.» Rivolse di nuovo la sua attenzione al villaggio. «Una volta quella era una città, non è vero?»

«Una grande città.»

«La ricordo, ora, il suo nome era stato dato in onore del re di Francia. Signor Hostetter…»

«Sì?»

«Che cosa è accaduto a quegli altri paesi… voglio dire, ai paesi come la Francia?»

«Sono all’incirca nella nostra situazione… quelli che hanno vinto. Dio solo sa che cosa ne è stato degli sconfitti. L’intero mondo è ritornato indietro, somiglia molto all’epoca nella quale Louisville era di queste stesse dimensioni, e questo canale è stato scavato dal lavoro degli uomini. Molti temevano che l’uomo avesse cambiato il mondo, e invece il mondo è ritornato indietro, molto in fretta, come ai primi tempi. Come nei primi tempi, quando gli uomini erano ansiosi di crescere e di cambiare.»

«Rimarrà sempre così?»

«Niente,» disse Hostetter, «Rimane mai uguale.»

«Ma non sarà durante la mia vita,» mormorò Len, ripetendo le parole del giudice Taylor. «Né durante quella dei miei figli.» E nella sua mente c’era il suono lontano e triste della caduta da altissimi edifici costruiti su un mare di nuvole.

«Nel frattempo, però,» disse Hostetter. «Questo è un buon mondo. Cerca di godertelo.»

«Un buon mondo, dite,» ripeté Len, amaramente. «Un mondo pieno di gente come Burdette, e come Watts, e come gli uomini che hanno ucciso Soames?»

«Len, il mondo è stato sempre pieno di uomini così, e lo sarà sempre. Non chiedere l’impossibile.» Guardò il viso di Len, e poi sorrise. «Ma anch’io commetto lo stesso errore. Anch’io sto domandando l’impossibile.»

«Cosa intendete dire?»

«È una questione di età,» disse Hostetter. «Non ti preoccupare. Ci penserà il tempo a porvi rimedio.»

Passarono attraverso le ultime chiuse, e ritornarono sul fiume, sotto le grandi cascate. Verso la metà del pomeriggio, l’intero orizzonte settentrionale era diventato di un nero violaceo, e un grande silenzio minaccioso era calato sulla terra. «Brutta faccenda,» disse Kovacs, e mandò di nuovo Len ed Esaù sottocoperta, a rifornire di carbone le macchine. La barca proseguì lungo la corrente, a tutto vapore, con una grande scia di schiuma. L’immobilità dell’aria si fece maggiore, il calore aumentò, soffocante, fino a quando non parve che il mondo fosse sul punto di scoppiare, e poi i primi brontolii della tempesta si udirono in lontananza, dominando anche il rumore della macchina. Finalmente Sam si affacciò alla sommità della scaletta, e gridò a Charlie di lasciar perdere, e di prepararsi all’attracco. Sudati e barcollanti, Len ed Esaù uscirono all’aperto, trovandosi in un fantastico mondo oscuro, nel quale il cielo era stato calato sulla terra come un mantello d’inchiostro. Si stavano fermando, ormeggiando in mezzo al fiume, al riparo di un’isola, la cui riva settentrionale si ergeva come una scogliera protettiva.

«Ci siamo,» annunciò in tono lugubre Hostetter.

Si misero tutti al riparo, nella cabina. Il vento arrivò per primo, facendo ondeggiare gli alberi e facendo cadere i rami più teneri. Poi cadde la pioggia, portata dal vento impetuoso a raffiche solide, che nascondevano ogni cosa alla vista, e si mescolavano con le foglie e i rami portati dal vento d’uragano. E poi cominciarono i lampi, e i tuoni, e il rumore secco degli alberi che venivano sradicati dalle folate più violente, e poi, dopo molto, molto tempo, rimase soltanto la pioggia, che scendeva diritta e pesante, come se qualcuno, in alto, la stesse rovesciando a catinelle. Salirono sul ponte, allora, assicurandosi che tutto fosse a posto, rabbrividendo perché l’aria si era fatta fredda e pungente, e poi ritornarono nella cabina, e dormirono a turno. La pioggia diminuì d’intensità, fin quasi a fermarsi, e poi ritornò di nuovo impetuosa, con l’arrivo di una nuova bufera, e durante il suo turno di guardia Len poté vedere tutto l’orizzonte illuminato dai lampi, mentre le nuvole tempestose danzavano nel cielo una danza incomprensibile, avanzando e indietreggiando, portate dalla massa di aria fredda che scendeva dal nord. Verso mezzanotte, attraverso il tamburellare della pioggia, ora costante e uggiosa, e il lontano brontolio iroso del tuono, Len cominciò a sentire un suono diverso, e capì che era il fiume che si stava gonfiando per l’ondata di piena.

Ripartirono all’alba, un’alba limpida nella quale tutto il mondo sembrava essere stato rimesso a nuovo, lavato e meraviglioso, e una brezza fresca soffiava increspando le acque, da un cielo che pareva di porcellana dipinta, solcato qua e là da nuvolette bianche, e solo i rami strappati degli alberi, e le acque del fiume gonfie e limacciose e piene di rottami, ricordavano la furia selvaggia degli elementi, durante la lunga notte. A mezzo miglio dal punto in cui Kovacs aveva ormeggiato la barca, essi sorpassarono un rimorchiatore, con tutto il suo corteo di zattere, scagliato dalla forza della tempesta sulla riva sud, e più avanti, dopo un paio di miglia, c’era un mercantile, in secca sulla riva, dove era stato spinto dal vento.

Fu quello l’inizio di un lungo viaggio, e, per Len, l’inizio di un lungo e strano periodo che nella sua mente assunse la qualità di un sogno. Seguirono l’Ohio fino alla foce, e poi andarono a nord, avventurandosi nel Mississippi. Ora risalivano la corrente, arrancando lenti e sicuri lungo un canale che cambiava continuamente direzione tra le rive, e la barca pareva sempre sul punto di urtare i pali di segnalazione imbiancati a calce. Consumarono tutto il carbone, e continuarono con la legna presa a una stazione di rifornimento dell’Illinois, e avanzarono ancora fino alla foce del Missouri, e successivamente, per giorni e giorni, arrancarono per risalire le rapide del Big Muddy. Faceva sempre caldo. C’erano temporali, e pioggia, e verso la metà di agosto le notti cominciarono a farsi più fredde, portando con loro i primi, lontani aliti dell’autunno. A volte il vento soffiava così violentemente contro di loro da costringerli ad ormeggiare la barca e ad aspettare, osservando il traffico che seguiva la corrente svilupparsi davanti ai loro occhi, velocissimo e sicuro. A volte, dopo la pioggia, l’acqua si gonfiava e cominciava a scorrere così precipitosa da impedir loro qualsiasi misurazione, e poi scemava con altrettanta celerità, mostrando loro come si fosse spostato l’insidioso canale, e allora dovevano sudare per ore e ore, impiegando tutte le loro energie, per liberare la barca dai banchi di sabbia nei quali era rimasta intrappolata. L’acqua fangosa bloccava la macchina, e così dovevano fermarsi a pulirla, e molte volte dovevano fermarsi per procurarsi la legna. Ed Esaù si lamentava, borbottando:

«Questo è un modo di viaggiare molto disgraziato, per uomini di Bartorstown!»

«Esaù, ascolta,» disse Hostetter. «Se avessimo degli aeroplani, saremmo felici di usarli. Ma non abbiamo aeroplani, e questo modo di viaggiare è molto migliore di quello ancora più semplice, e cioé andare a piedi… come scoprirai presto.»

«Dobbiamo viaggiare ancora molto?» domandò Len.

Hostetter indicò un punto a occidente.

«Fino alle Montagne Rocciose.»

«Quanto tempo ci vorrà ancora?»

«Un mese. Forse qualcosa di più, se ci saranno degli ostacoli. Forse qualcosa di meno, se tutto andrà liscio.»

«E non volete dirci niente, su quello che troveremo?» domandò Esaù. «Com’è il posto, qual è il suo aspetto, come si vive?»

Ma Hostetter si limitò a fornire la stessa, breve risposta che aveva sempre dato a quelle domande:

«Lo scoprirete da soli, quando arriverete là.»