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«Mi sembrano delle esagerazioni,» disse Hostetter. Il suo volto era rosso come un mattone, ora. «E poi, due ragazzi che conosco da quando sono nati, in fondo…»

Il vecchio terminò il suo esame, e si fermò davanti a Len e a Esaù. Con grande solennità, porse loro la mano, che pareva un antico ramo di quercia nodosa, e scambiò con loro una lunga stretta.

«I ragazzi di Hostetter,» disse. «Sono contento che siate arrivati qui, prima che il mio vecchio amico Ed si prendesse un grosso esaurimento nervoso.»

Se ne andò, ridendo. Hostetter sbuffò, e cominciò a portare casse e balle di stoffa sui carri, con evidente malagrazia. Len sogghignò, e Kovacs scoppiò in una tonante risata.

«Il fatto è che non stava scherzando,» disse Kovacs, indicando il vecchio con un cenno del capo. «Ed ha fatto lavorare tutte le radio di quella parte del paese, per seguirvi.»

«Be’, accidenti,» brontolò Hostetter, «Erano solo due ragazzi, voi che cosa avreste fatto al mio posto?»

Quella notte si accamparono vicino al fiume, e il giorno dopo caricarono i carri, con grande cura, sistemando ogni cosa al suo posto, e lasciando uno spazio libero per Amity, dove la giovane donna avrebbe potuto stare comoda, e dormire. Kovacs era diretto verso l’Alto Missouri, e poco dopo mezzogiorno mise la caldaia in pressione, e ripartì a tutto vapore. I muli vennero radunati da due o tre uomini, che cavalcavano piccoli cavalli nervosi di un tipo che Len non aveva mai visto. Len aiutò gli uomini a mettere i finimenti alle bestie, e poi prese posto su uno dei carri. Le lunghe fruste schioccarono, e i conducenti urlarono. I muli si mossero, e i carri rotolarono lenti sull’erba della prateria, con un grande cigolio e una stridula protesta degli assali. Verso sera, attraverso quella terra piatta, Len poté ancora vedere la barca che risaliva il corso del fiume. Al mattino era ancora là, ma più lontana, e nel corso della giornata egli non la vide più. E la prateria divenne immensa e solitaria.

Il Piatte scorreva vasto e poco profondo tra colline di sabbia. Il sole era implacabile sulle loro teste, e il vento soffiava incessantemente, e la landa pianeggiante pareva distendersi all’infinito. Len ricordava l’Ohio con infinita nostalgia. Ma dopo qualche tempo, quando cominciò ad abituarsi a quello scenario strano, cominciò ad accorgersi dell’esistenza di un intero nuovo mondo nella prateria, di un modo di vivere che non era brutto, quando ci si riusciva a liberare dalle catene dell’abitudine che parlavano di colline e valli, di laghi e boschi ondulati, di pioggia e di aratura e di semina. Gli arbusti polverosi che crescevano sulle rive dei fiumi diventarono ai suoi occhi belli come querce secolari, e le fattorie che sorgevano, quasi tenendosi aggrappate al fiume, erano una visione più desiderabile dei villaggi della sua terra, perché erano molto più rare e separate tra loro. Le fattorie erano primitive, battute dal sole, ma erano abbastanza comode, e Len trovò simpatica la gente, le donne brune e forti e gli uomini che parevano perdere una parte di se stessi quando si separavano dai loro cavalli. Al di là delle colline sabbiose si stendeva la prateria, e sulla prateria c’erano immensi armenti selvaggi, e branchi di cavalli selvaggi, le risorse che permettevano a quei cacciatori e a quei mercanti di vivere e guadagnare bene. Hostetter disse che gli animali selvaggi erano i discendenti degli animali delle grandi fattorie-modello di prima della guerra, che erano stati liberati nel totale sommovimento che era avvenuto dopo l’abbandono delle città, e il conseguente crollo del vecchio sistema di rifornimento e di richiesta.

«I loro pascoli giungono fino al Messico,» disse, «E ormai non c’è più un confine, da quella parte. I vecchi agricoltori delle terre aride se ne sono andati da molto tempo. Per qualche generazione, ormai, nessun aratro ha scalfito le pianure, e l’erba sta ritornando, perfino nei peggiori deserti creati dall’uomo, come aveva stabilito il buon Dio.» Respirò profondamente, e il suo sguardo spaziò fino all’orizzonte. «C’è qualcosa di significativo, vero, Len? Voglio dire, in un certo senso l’Est è chiuso, pieno di colline e di boschi, e dall’altro lato di una valle fluviale, come difeso dal resto della terra.»

«Non riuscirete a farmi dire che l’Est non mi piace,» disse Len. «Ma comincia a piacermi anche questo posto. È così grande e così vuoto, che non riesco a soffocare l’impressione di poter precipitare da un momento all’altro.»

La prateria non era soltanto immensa e vuota: era anche arida. Il vento soffiava e graffiava il suo viso, risucchiando da lui i liquidi, come una sanguisuga impalpabile. Lui beveva e beveva, e c’era sempre sabbia sul fondo della tazza, e lui aveva sempre sete. I muli percorrevano miglia e miglia tirando i carri, ma così gradualmente, attraverso un paesaggio così montono e uniforme, che Len aveva l’impressione di non essersi mosso di un metro. Attraverso le profonde gole nelle colline sabbiose il bestiame selvaggio scendeva ad abbeverarsi, e di notte i lupi della prateria abbaiavano e ululavano per quietarsi in rispettoso silenzio quando si udiva la voce più profonda e più paurosa di qualche vero lupo di passaggio. A volte procedevano per giorni senza incontrare una fattoria o un segno di vita umana, e poi passavano vicino a un accampamento dove i cacciatori avevano fatto buona preda ed erano intenti a salare la carne e a dare la prima concia al cuoio. E il tempo passava. E come il tempo sul fiume, pareva eterno e fuori delle cose.

Raggiunsero il luogo dell’appuntamento a South Fork, in una prateria ingiallita e sbiadita dal sole, ma ancora più verde della abbagliante desolazione sabbiosa che si stendeva intorno a perdita d’occhio, interrotta soltanto dal fluire di un fiume dalle acque povere. Quando ripresero la strada la carovana era formata da trentuno carri, e da più di settanta uomini. Alcuni erano venuti direttamente dalle Grandi Pianure, altri erano giunti dal nord e dall’ovest, ed erano carichi di ogni cosa, dalla lana alla ghisa alla polvere da sparo. Hostetter disse che altre carovane di carri venivano dall’Arkansas e dal grande paese che si stendeva a sud-ovest, e che altre carovane seguivano ancora l’antica pista attraverso le montagne, dai paesi di occidente. Tutte le provviste dovevano essere raccolte prima dell’inverno, perché Le Pianure erano un luogo ostile e crudele quando il vento del nord soffiava aspro, e l’unico passo che conduceva a Bartorstown era bloccato dalla neve.

Di quando in quando, in punti particolari, essi trovavano dei gruppi di uomini accampati, ad attenderli, e allora la carovana si fermava, e iniziavano le contrattazioni, e in un certo punto, dove un altro fiume si versava nel South Fork, e c’era un villaggio fatto di quattro case, altri due carri carichi di pelli e di carne essiccata si unirono alla carovana. E Len disse, quando fu sicuro di essere solo con Hostetter, senza orecchie indiscrete ad ascoltare:

«Questa gente non ha sospetti? Voglio dire, sulla nostra destinazione?»

Hostetter scosse il capo.

«Non ne hanno bisogno. Lo sanno.»

«Loro sanno che andiamo a Bartorstown?»

Len fissò l’altro, incredulo.

«Sì,» disse Hostetter. «Ma non sanno di saperlo. Vedrai tu stesso, quando arriveremo là.»

Len non fece altre domande, ma rifletté molto su quelle parole, e gli parve di trovarsi di fronte a una cosa priva di senso.

I carri rumoreggiarono pesanti nel caldo e nel riverbero abbagliante della sabbia. E nel tardo pomeriggio di un giorno nel quale le Montagne Rocciose parevano galleggiare azzurrine e nebbiose all’orizzonte occidentale, come una grande tenda impalpabile tirata per chiudere il cielo, si udì un grido improvviso, che veniva da molto più avanti. Il grido venne passato di bocca in bocca, lungo tutta la carovana, di conducente in conducente, e i carri si fermarono pesantemente. Hostetter prese il suo fucile, e Len chiese: