Guardava le lontane vette crudeli e aspre, e si poneva domande prive di risposta. Poi, quando l’acqua fu quasi finita, giunsero a una rossa scarpata che curvava verso occidente, e nella quale c’era un’apertura larga come due carri, e Hostetter disse:
«Quello è il primo passo.»
Entrarono in fila nel passo. Il terreno era liscio come una strada artificiale, ma era ripido, e tutti camminavano a piedi, ora, per rendere più agevole la fatica dei muli, eccettuata Amity. Dopo qualche tempo, senza un ordine percepibile, e senza qualsiasi ragione evidente, si fermarono.
Domandò il perché.
«Una normale precauzione,» disse Hostetter. «Non siamo generalmente invasi dai visitatori, come potrai immaginare osservando il paesaggio, ma nemmeno un coniglio può entrare da questo passo senza essere visto, e la consuetudine è quella di fermarsi per lasciarsi osservare. Se qualcuno non lo fa, sappiamo immediatamente che si tratta di un estraneo.»
Len girò il collo, ma non riuscì a vedere altro che rocce rosse. Esaù camminava al loro fianco, e c’era anche Wepplo. Wepplo notò la perplessità dei giovani, e scoppiò in una risata allegra:
«Ragazzi miei, vi stanno squadrando ben bene, in questo preciso momento, a Bartorstown. Sì, proprio così. Vi studiano bene, e se non trovano di loro gradimento la vostra faccia, premono un bottoncino e, boom!» Spalancò le braccia, comicamente, e Len ed Esaù si abbassarono istintivamente. Wepplo sogghignò di nuovo.
«Cosa volete dire, boom?» domandò Esaù, impermalito, guardandosi intorno con aria minacciosa. «Vorreste dire che qualcuno che si trova a Bartorstown potrebbe ucciderci qui? Siete pazzo!»
«È verissimo, invece,» interloquì con voce pacata Hostetter. «Ma non c’è niente da preoccuparsi. Sanno che ci siete anche voi.»
Len sentì la schiena tramutarsi in un solo brivido di gelo.
«Come è possibile che ci vedano?»
«Grazie agli scrutatori,» disse Hostetter, indicando con un gesto vago le rocce. «Nascosti nelle fessure, dove non potete vederli. Uno scrutatore è una specie di occhio, molto lontano dal corpo. Chiunque attraversi il suo campo di visione viene visto a Bartorstown… che dista ancora un giorno di marcia.»
«E per fare queste cose, devono semplicemente premere qualcosa?» domandò Esaù, inumidendosi le labbra.
Wepplo spalancò di nuovo le braccia, e ripeté, ridendo:
«Boom!»
«Dev’esserci qualcosa di veramente segreto, laggiù,» disse Esaù, «Per prendere tutte queste precauzioni.»
Wepplo aprì la bocca, e Hostetter disse:
«Che ne direste di andare a dare una mano laggiù? Quel carro ha dei problemi.»
Wepplo chiuse di nuovo la bocca, e si curvò sul timone di un carro che, apparentemente, procedeva normalmente. Len guardò attentamente Hostetter, ma questi gli voltava la schiena, e tutta la sua attenzione pareva concentrata sul compito di spingere il carro. Len sorrise, e non disse niente.
Al di là del passo c’era una strada. Era una strada eccellente, ampia e uniforme, e Hostetter disse che era stata fatta molto, molto tempo prima della Distruzione, e la chiamò strada di arroccamento. Si sviluppava a zig-zag seguendo i contorni di una montagna, e Len poté vedere i segni sulla roccia, dove enormi denti d’acciaio avevano scavato. Salirono lentamente, con i muli che sbuffavano e borbottavano, e gli uomini che li aiutavano, e Hostetter indicò una spaccatura irregolare nella montagna, molto alta, contro il cielo, e disse:
«Domani.»
Il cuore di Len cominciò a battere più forte, e i nervi parvero percorsi da un fremito in tutto il suo stomaco. Ma si limitò a scuotere la testa, e Hostetter domandò:
«Cosa ti succede?»
«Non avrei mai pensato che ci fosse una strada per arrivarci. Voglio dire, proprio una strada.»
«Come pensavi che potessimo entrare e uscire?»
«Non lo so. Non lo so quello che pensavo,» disse Len. «Ma credevo che ci fossero delle mura, o delle guardie, o qualcosa di simile. Naturalmente, possono fermare gli intrusi nella gola, là in basso…»
«Potrebbero farlo. Non è mai successo, però.»
«Volete dire che la gente può passare di là, semplicemente? E risalire questa strada? E valicare il passo, per giungere a Bartorstown?»
«Sì e no,» disse Hostetter. «Non hai mai sentito dire che il modo migliore per nascondere qualcosa è lasciarlo dove tutti possono vederlo?»
«Non capisco,» disse Len. «Non capisco.»
«Capirai.»
«Lo spero.» Gli occhi di Len erano di nuovo eccitati, splendevano di quella luce particolare che si associava sempre ai suoi sogni di Bartorstown, ed egli ripeté, sommessamente, «Domani,» come se avesse voluto accarezzare quella parola, come se l’avesse trovata di un sapore squisito.
«La strada è stata lunga e difficile, vero?» disse Hostetter. «Il tuo desiderio di venire doveva essere veramente grande, per averti fatto aspettare con tanta tenacia.» Tacque per un momento, osservando l’alto passo. Poi disse, «Non avere fretta, Len. Devi dare tempo al tempo. Non troverai tutto quello che hai sempre sognato, ma non avere fretta. Non prendere delle decisioni affrettate.»
Len si volse, e lo osservò, con espressione grave:
«È da quando siamo partiti che ho l’impressione che vogliate mettermi in guardia. Sì, proprio così. Volete mettermi in guardia, contro qualcosa che non so.»
«Cerco soltanto di dirti di… di non essere impaziente. Devi lasciare a te stesso la possibilità di adattarti.» Improvvisamente, quasi irato, esclamò, «Questa è una vita dura, ecco cosa cerco di dirti. È dura per tutti, anche a Bartorstown, e non promette di diventare più facile, e non ti devi aspettare uno spendente paradiso, una terra dei sogni, per poi restare con il cuore spezzato davanti a una delusione.»
Fissò duramente Len, un breve sguardo, e poi voltò il capo, respirando più forte e muovendo istintivamente le mani, come un uomo che sia turbato e non voglia mostrarlo. E Len disse allora, lentamente:
«Voi odiate questo posto.»
Non riusciva a crederlo. Era impossibile. Ma quando Hostetter disse:
«È ridicolo, come posso odiarlo?» in quel momento Len capì che era vero.
«Perché siete ritornato? Avreste potuto rimanere a Piper’s Run.»
«Anche tu avresti potuto farlo.»
«Ma è diverso.»
«No, invece! Tu hai una buona ragione, e anch’io.» Continuò a camminare per un minuto, a capo chino. Poi aggiunse, «Una sola cosa, Len. Non pensare mai di ritornare indietro.»
Si allontanò in fretta, e Len rimase indietro, e non poté vederlo da solo per tutto il resto del giorno e della notte. Ma si sentiva scosso, sconvolto, esattamente come sarebbe accaduto se, ai vecchi tempi, papà gli avesse detto improvvisamente che Dio non esisteva.
Non disse niente a Esaù. Continuò a guardare il passo, e a porsi mille domande, domande senza risposta. Nel tardo pomeriggio furono abbastanza in alto, tra le montagne, da avere una buona visione della strada già percorsa, oltre il contrafforte della scarpata rossa, là dove il deserto si stendeva solitario e ardente. Una terribile sensazione di dubbio era calata su di lui. La roccia gialla e rossa, i picchi aguzzi che si protendevano verso il cielo, la luce impietosa che non veniva mai addolcita da una nuvola, o ammorbidita da una pioggia, il deserto grigio e la povere e l’arsura, i vasti silenzi risonanti dove nulla viveva all’infuori del vento, tutte queste cose parevano schernirlo, con la loro indifferenza cupa, con la loro totale mancanza di speranza. Lui avrebbe voluto tornare indietro… no, non a casa, perché là avrebbe dovuto affrontare lo sguardò di papà, e neppure a Refuge. Semplicemente, in un posto dove ci fosse stata vita, e acqua, ed erba verde e lucida. In un posto dove le orribili rocce nude non si ergessero da ogni parte, come…