«Quando cominci a impedire alla gente di entrare, la gente penserà che tu abbia qualcosa da nascondere. Fall Creek è stata costruita per prima. Era stata costruita alla luce del sole. Le poche persone che vivevano in questa regione dimenticata da Dio si abituarono presto alla sua esistenza, si abituarono ai camion e agli aeroplani di tipo particolare che andavano e venivano. Era solamente una cittadina mineraria: Bartorstown venne costruita più tardi, dietro al paravento di Fall Creek, e nessuno l’ha mai sospettato.»
Len stava riflettendo furiosamente, cercando di capire. Dopo un breve silenzio, domandò:
«Nessuno ha sospettato nulla, neppure quando hanno cominciato ad arrivare tutti i nuovi abitanti?»
«Il mondo era pieno di profughi, e migliaia di essi si dirigevano proprio verso i posti piccoli e sperduti come questo, rifugiandosi tra le montagne, il più lontano possibile dalle città.»
Le ombre salivano, ora, ed essi entrarono nelle ombre, e venne il crepuscolo. Nel paese, si accendevano le prime lampade. Erano semplici lampade, come quelle che venivano accese a Piper’s Run, o a Refuge, o in migliaiai di altri paesi. La strada si allargava ed era pianeggiante, ormai. I muli erano stanchi, ma drizzarono le lunghe orecchie, e accelerarono l’andatura, sentendo la casa vicina, e i conducenti li richiamarono con aspre grida, e fecero schioccare le fruste come un crepitio di fucili nell’ombra del tramonto. C’era una vera e propria folla ad aspettarli, tra le piante, molte lanterne ardevano, le donne chiamavano i loro uomini che si trovavano sui carri, i bambini correvano intorno e gridavano lieti. Non avevano un aspetto diverso dalla gente che Len conosceva, dalla gente che aveva già visto in quell’angolo del paese. Indossavano gli stessi abiti, e i loro modi erano gli stessi.
Hostetter ripeté la sua frase, come se avesse conosciuto con esattezza i pensieri di Len:
«Bisogna vivere nel mondo. Non si può uscire da esso.»
Len disse, con pacata malinconia:
«Qui non c’è neppure quello che avevo a Piper’s Run. Niente fattorie, niente cibo, solo rocce e sassi intorno. Perché la gente rimane qui?»
«Hanno una buona ragione.»
«Deve essere molto, molto grande,» ribatté Len, in tono amaro, un tono che voleva indicare come ormai lui non credesse più a niente.
Hostetter non rispose.
I carri si fermarono. I conducenti scesero a terra, e tutti gli occupanti uscirono, ed Esaù aiutò a scendere Amity, pallida e smarrita, che si guardò intorno con aria diffidente. Bambini e ragazzi corsero a prendere i muli, e li condussero via, con i carri. C’erano tante, tantissime facce sconosciute, e dopo qualche tempo Len si accorse che tutti, indistintamente, stavano guardando lui ed Esaù. Si tennero vicini, allora, istintivamente, avvicinandosi a Hostetter. Hostetter si stava guardando intorno, chiamava a gran voce Wepplo, e il vecchio arrivo, sogghignando, tenendo il braccio attorno alla vita di una ragazza. La ragazza era piccola, con i capelli bruni e gli occhi vivi e guizzanti e neri, uguali a quelli di Wepplo, e un volto che aveva i lineamenti forse un po’ troppo pronunciati e decisi. Portava una camicetta col collo aperto e le maniche arrotolate, e una gonna che arrivava appena alla sommità degli stivali alti e morbidi. Guardò prima Amity, quindi Esaù, e poi Len, soffermandosi più a lungo su di lui, e non mostrò alcuna timidezza nell’incontrare il suo sguardo.
«Mia nipote,» disse Wepplo, come se fosse fatta di oro puro. «Joan. La signora Amity Colter, il signor Esaù Colter, e il signor Len Colter».
«Joan,» disse Hostetter. «Volete portare con voi la signora Colter, e farle compagnia per un poco?»
«Certo,» disse Joan, senza nessun entusiasmo. Amity si strinse a Esaù, e accennò a una protesta, ma Hostetter la zittì, piuttosto seccamente.
«Nessuno vi morderà; ed Esaù vi raggiungerà non appena gli sarà possibile».
Amity se ne andò, riluttante, appoggiandosi alla spalla della ragazza bruna. Sembrava una grossa matrona e non a causa del bambino, la cui nascita era ancora distante. La ragazza bruna lanciò uno sguardo malizioso e allegro a Len, e poi scomparve nella folla. Hostetter rivolse un cenno amichevole a Wepplo, e poi disse a Len e a Esaù:
«Va bene, andiamo».
Lo seguirono, e la gente li fissava e si scambiava commenti, non in maniera ostile, ma come se Len ed Esaù fossero stati uno spettacolo di straordinario interesse per tutti. Len disse:
«Non sembrano molto abituati agli stranieri».
«No, non agli stranieri che vengono a vivere tra loro. Comunque, è molto tempo che hanno sentito parlare di voi. Siete diventati dei personaggi, e la gente è curiosa».
«I ragazzi di Hostetter,» disse Len, e sogghignò, per la prima volta da due giorni.
Anche Hostetter sogghignò. Li condusse per un vicolo buio, fiancheggiato da case sparse, fino ad arrivare a una casa abbastanza grande, con un portico lungo tutta la facciata. La casa si trovava su di un pendio, più alta delle altre, di fronte alla miniera. Le assi che la coprivano erano vecchie e segnate dal tempo, e il portico era stato rinforzato più volte con tronchi d’albero.
«Questo alloggio era stato costruito per il sopraintendente della miniera,» spiegò Hostetter. «Ora ci vive Sherman».
«Sherman è il capo?» domandò Esaù.
«Di molte cose, sì. Ci sono anche Gutierrez ed Erdmann. Anche loro hanno voce in capitolo, per certe altre cose».
«Ma Sherman ci ha permesso di venire,» disse Len.
«Ha dovuto parlarne agli altri. Hanno dovuto mettersi d’accordo».
C’erano delle lampade accese nella casa. Salirono i gradini, e si trovarono sul portico, e la porta si aprì prima che Hostetter avesse potuto bussare. Una donna alta e sottile, con i capelli grigi e un volto simpatico, apparve sulla soglia, sorridendo e tendendo le braccia a Hostetter, che disse:
«Ciao, Mary».
E lei disse:
«Ed! Bentornato a casa,» e lo baciò sulle guance.
«Be’,» disse Hostetter. «È passato molto tempo».
«Undici, no, no, dodici anni,» disse Mary. «È bello riaverti tra noi».
Poi guardò Len ed Esaù.
«Questa è Mary Sherman,» disse Hostetter, come se si sentisse in dovere di offrire una spiegazione. «Una vecchia amica. Giocava con mia sorella, quando eravamo tutti più giovani… mia sorella è morta, ormai. Mary, questi sono i ragazzi».
Li presentò. Mary Sherman sorrise, con aria un po’ malinconica, come se avesse avuto molte cose da dire. Ma si limitò a dire:
«Sì, li stanno aspettando. Entrate».
Entrarono nel soggiorno. Il pavimento era nudo e pulito, le tavole di pino consumate fino a mostrare il disegno del legno. I mobili erano vecchi, e semplici, di un genere che Len conosceva già, e che veniva prodotto prima della Distruzione. C’era una grande tavola, con una lampada al centro, e tre uomini vi erano seduti attorno. Due avevano circa l’età di Hostetter, e uno era più giovane, sulla quarantina o poco più. Uno dei due anziani, un uomo grande e grosso e massiccio, col mento prefettamente rasato e gli occhi chiari, si alzò e venne a stringere la mano a Hostetter. Poi Hostetter strinse la mano agli altri due, e ci furono dei convenevoli, di persone che non si vedevano da molto tempo. Len si guardò intorno, sentendosi a disagio, e si accorse che Mary Sherman era già scomparsa.
«Avvicinatevi,» disse l’uomo alto e grosso, e Len capì che stava parlando a lui e a Esaù. Avanzò nel circolo di luce, vicino alla tavola, ed Esaù si fece avanti con lui. L’uomo massiccio li studiò attentamente. I suoi occhi erano del colore del cielo invernale poco prima di una nevicata, acuti e penetranti. L’uomo più giovane sedeva accanto a lui, con i gomiti appoggiati sulla tavola. Aveva i capelli rossicci, e aveva gli occhiali, e aveva il viso stanco, non una stanchezza del momento, ma una perenne necessità di riposo mai soddisfatta. Dietro di lui, nell’ombra tra la tavola e la grossa stufa di ferro, c’era il terzo uomo, piccolo, scuro e scontroso, con una barbetta a punta, molto curata, e bianca come biancheria di bucato. Len ricambiò il loro sguardo, senza sapere quello che doveva provare… se essere in collera, o intimorito, o rispettoso. Cominciava a sudare, per il nervosismo di quell’attesa.