L’uomo grosso disse, improvvisamente:
«Io sono Sherman. Questo è il signor Erdmann,» l’uomo più giovane fece un breve cenno del capo, «E questo è il signor Gutierrez». L’ometto acido borbottò qualcosa. «So che entrambi siete Colter. Ma quale dei due è Len, e quale Esaù?»
Si presentarono. Hostetter si era ritirato nell’ombra, e Len lo udì riempire la pipa.
Sherman disse a Esaù:
«Allora voi siete quello con la… ehm… con la madre in attesa».
Esaù cercò di spiegare la cosa, e Sherman lo interruppe.
«So tutto, e ho già rimproverato Hostetter per abuso di autorità, così possiamo lasciare le cose come sono, e non parlarne più, tranne che per un particolare. Voglio che la portiate qui domattina, alle dieci precise. Ci sarà qui il ministro. Nessuno deve saperne niente. Chiaro?»
«Sì, signore,» disse Esaù. Sherman non era minaccioso né sgradevole. Era, semplicemente, un uomo avvezzo a dare degli ordini, e la risposta fu automatica.
La sua attenzione si spostò da Esaù a Len, e domandò:
«Perché volevate venire qui?»
Len chinò il capo, e non rispose.
«Avanti,» disse Hostetter. «Diglielo».
«E come posso farlo?» esclamò Len. «Va bene, tenterò. Noi… noi pensavamo di trovare un posto nel quale la gente fosse diversa, nel quale fosse possibile pensare e parlare dei propri pensieri e delle cose del mondo senza mettersi nei guai. Dove ci fossero delle macchine e… oh, tutte le cose che esistevano una volta».
Sherman sorrise. Non era più l’uomo massiccio dagli occhi freddi, abituato a dare ordini, ma un essere umano che aveva vissuto a lungo e aveva imparato a non lottare contro la vita. Come Hostetter. Come papà. Len lo riconobbe da quel sorriso, e allora comprese, d’un tratto, di non trovarsi completamente tra stranieri.
«Avevate pensato,» disse Sherman, «Che noi dovevamo avere una città, come quelle antiche, con tutte le vecchie cose in essa».
«Penso di sì,» disse Len, e non provava più collera, ora, ma solo rimpianto.
«No,» disse Sherman. «Tutto ciò che abbiamo è la prima parte di quello che desideravate».
Erdmann disse:
«E siamo alla ricerca della seconda».
«Oh, sì,» disse Gutierrez. La sua voce era sottile e scontrosa come lui. «Noi abbiamo una causa. Voi capirete… voi giovani avete a vostra volta una causa. Vuoi che ne parli, Harry?»
«Più tardi,» disse Sherman. Si chinò in avanti, e parlò a Len e a Esaù, e i suoi occhi erano di nuovo duri, e freddi. «Dovete ringraziare Hostetter…».
«Non del tutto,» intervenne Hostetter. «Anche tu avevi le tue ragioni».
«Un uomo può sempre trovare una ragione per giustificarsi,» disse Sherman, freddamente. «D’accordo, comunque, ammetterò questo punto. Tuttavia, il merito va in gran parte a Hostetter. Se non fosse stato per lui, ora sareste morti entrambi, uccisi dalla folla in quel paese… come si chiamava?…».
«Refuge,» disse Len. «Sì, questo lo sappiamo».
«Non sto cercando dei ringraziamenti, cerco semplicemente di chiarire dei fatti. Vi abbiamo fatto un favore, e non voglio cercare di farvi capire quanto sia grande questo favore, perché non lo capirete fino a quando non sarete rimasti qui per un po’ di tempo. E allora non ci sarà bisogno che io vi dica niente. Nel frattempo, vi chiedo di ripagarci facendo quanto vi sarà detto, senza fare troppe domande».
Fece una pausa. Erdmann si schiarì la voce, nervosamente, nel silenzio, e Gutierrez borbottò:
«Diglielo subito, senza mitigare il colpo. Avanti».
Sherman si voltò.
«Hai bevuto, Julio?»
«No. Ma lo farò».
Sherman grugnì.
«Be’, comunque quello che lui intende dire è questo: voi non lascerete più Fall Creek. Non fate niente che possa somigliare a una fuga. Abbiamo qualcosa di veramente grande in palio, qui, molto più di quanto possiate immaginare in questo momento, e non vogliamo correre rischi».
Concluse, semplicemente, con poche, brevi parole:
«Se lo tentaste, sareste fucilati».
20.
Ci fu un’altra pausa. Poi nel silenzio si udì la voce di Esaù, un po’ troppo acuta:
«Abbiamo faticato molto, abbiamo corso grossi rischi, per venire qui. Non è molto probabile che ci venga voglia di andarcene, ora che siamo arrivati».
«Le persone possono cambiare idea. Mi è sembrato onesto dirvi come stanno le cose».
Esaù appoggiò le mani sul tavolo, e disse:
«Posso fare una domanda?»
«Parlate».
«Dove diavolo è Bartorstown?»
Sherman si appoggiò allo schienale della sedia, e fissò duramente Esaù, accigliandosi.
«Sapete una cosa, Colter? Non risponderei a questa domanda, né ora né mai, se ci fosse un modo per impedirvi di conoscere la risposta. Voi due ci avete dato un sacco di problemi. Quando degli stranieri vengono qui, noi teniamo la bocca chiusa e siamo prudenti, e non ci sono molte preoccupazioni, perché gli stranieri vengono raramente, e si trattengono per breve tempo. Ma voi due vivrete qui. Presto o tardi, inevitabilmente, scoprirete tutto su di noi. Eppure voi non siete di qui. Non appartenete a questo posto. Tutta la vostra vita, la vostra educazione, il vostro ambiente, il vostro condizonamento, sono in totale conflitto con tutto ciò in cui noi crediamo, qui. È un conflitto apparentemente insanabile».
Guardò Len, con un’espressione di freddo divertimento.
«Non c’è bisogno di arrossire così, giovanotto, perché so benissimo che voi siete sincero. So che avete attraversato l’inferno, per venire qui, e che quanto avete fatto è molto di più di quanto noi abbiamo passato, o saremmo disposti a passare. Ma… domani è un altro giorno. Come vi sentirete, allora, cosa penserete? E se non sarà domani, il giorno successivo?»
«Io penserei che siete al sicuro,» disse Len. «Fino a quando avrete una buona scorta di pallottole».
«Oh,» disse Sherman. «Quello. Sì, credo di sì. In ogni modo, abbiamo deciso di correre un rischio, nel vostro caso, e così non abbiamo scelta. Vi diremo tutto su Bartorstown. Ma non questa notte». Si alzò in piedi, e inaspettatamente porse la mano a Len. «Abbiate pazienza».
Len gli strinse la mano, con un certo calore, e sorrise.
Hostetter disse:
«A presto, Harry». Rivolse un cenno a Len e a Esaù, ed essi uscirono nuovamente, nell’oscurità della notte, nell’aria tagliente, in un mondo pieno di odori sconosciuti. Attraversarono di nuovo il paese. Le lampade erano accese in tutte le case, la gente parlava forte e rideva, e diversi gruppetti di persone si muovevano di casa in casa. «C’è sempre una festa,» spiegò Hostetter, «Alcuni uomini sono lontani da casa da molto, molto tempo».
Arrivarono a una casa costruita solidamente con tronchi d’albero, che apparteneva agli Wepplo. Vi abitavano il vecchio, suo figlio, sua nuora, e la ragazza, Joan. Andarono a tavola, per la cena, e molte persone andavano e venivano, entravano a salutare Hostetter e a bere da una grossa brocca che passava di mano in mano. La ragazza, Joan, continuò a fissare Len per tutta la serata, ma non parlò molto. Molto più tardi, anche Gutierrez entrò nella casa. Era ubriaco fradicio, e rimase a fissare Len così solennemente, e così a lungo, che il giovane gli domandò che cosa desiderasse.
Gutierrez disse:
«Volevo solo vedere bene un uomo che ha voluto venire qui senza esserci costretto».